giovedì 24 settembre 2015

Piccoli critici in adolescenza


Relazione sul film:
TITANIC
 “ la nave che non poteva affondare “

Venerdì 27 febbraio 1998, la scuola media di Platì si è recata al cinema “ Vittoria “ di Locri per la visione del film “ Titanic “. A chiunque ci chiedesse cosa ne pensiamo del film ripeteremmo che è stato un “ escursus “ di sentimenti, emozioni, sensazioni che si sono susseguite dalla prima fino all’ultima scena. Il Titanic, maestoso transatlantico mai visto prima per dimensioni e conforts, affondò il 15 aprile del 1912, schiantato da un iceberg. Aveva a bordo 2200 persone, di queste solo 700 trovarono scampo e salvezza sulle scialuppe.
La storia d’amore, che si intreccia nella trama tragica del film, tra due giovani ragazzi di diversa estrazione sociale Jack e Rose, mette a nudo tanti sentimenti che a volte elevano la dignità umana, altre la fanno “ affondare “ nel baratro dell’egoismo e della prepotenza.
Sono tante le scene, come prima dicevamo, cariche di emozioni: l’amore dei due ragazzi, il coraggio di Ros di abbandonare la vita comoda e agiata dei ricchi; la prepotenza del fidanzato di Rose; la boriosità della madre di lei, che pur di salvare la propia posizione sociale, ormai al margine del fallimento, costringe la figlia ad un fidanzamento senza amore; la solidarietà di Jack fino al sacrificio estremo.
Ma quello che profondamente ci ha colpito è la profonda differenza di trattamento tra nobili e povera gente, che da tutto per tutto, pur di varcare l’oceano e trovarsi “ nella ricca terra d’America “. La scena dei cancelli chiusi per salvare prima i ricchi e poi, se fossero rimaste scialuppe, gli altri cioè i meno fortunati, ci è rimasta impressa come una lama nel cuore e ci a fatto meditare: “ Quando mai ci sarà uguaglianza tra gli uomini “?  Gli scienziati, che erano alla ricerca del famoso gioiello “ il cuore dell’Oceano “, rimangono esterrefatti sentendo il racconto di Rose, dimenticano lo scopo primario delle loro ricerche; meditano e fanno meditare anche noi spettatori.
Rose, ormai centenaria, conclude il film, restituendo all’immensità dell’Oceano quel gioiello  che gelosamente insieme ai suoi ricordi aveva custodito per tanto tempo. Questo film ha colpito soprattutto, noi ragazze e ha suscitato profondi ripensamenti sulla caducità delle cose, e sull’infinito valore di ogni creatura di Dio, ma ci ha fatto innamorare ancora di più di quel bellissimo ragazzo che è Leonardo Di Caprio, che già avevamo tanto ammirato e ritagliato da riviste e giornali per incollarlo sulle pagine dei nostri diari.
Grazie Signor Preside per averci permesso di rivedere il nostro idolo.
                                                                                                             
                                                                                                             La III a C
tratto da IL GIORNALINO numero unico
della Scuola Media Statale “ D. Perri “
Platì - Cirella  a. s. 1997/98





Di mio non posso fare a meno che citare questa canzone di Francesco De Gregori quando ancora non nascondeva la nuca con cappelli e cappellini

mercoledì 23 settembre 2015

lunedì 21 settembre 2015

Il buono, la bella, il cattivo

OGGI


Siamo sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso. Ancora devono venire fuori alcuni giovani autori che cambieranno la faccia al Cinema per Eccellenza: il western.  In quei tempi John Sturgess, uno dei massimi direttori per questo genere, confeziona un film che visto oggi presenta delle attrattive che definiamo, con un’espressione dei giorni nostri, intriganti.
Tutto merito di un paesaggio quanto mai selvaggio e di due attori, Robert Taylor e Richard Widmark, recuperati ormai avanti con gli anni. Era consueto in quel periodo affiancare una giovane e bella ragazza con un maturo eroe degli anni  andati. Qui sono Robert Taylor e Patricia Owens, altrove Gary Cooper con Julie London, per non tacere del “ duca “ John Wayne con Angie Dickinson. Aggiungete a questi due vecchi infantilmente innamorati qualche altro caratterista con problemi freudiani e il soggetto galoppa fino alla resa finale.
Il 35 mm impresso col cinemascope, ancora di più con le luci date da Robert Surtees, sul grande schermo del cinema Garden di via Antonio Martino o dell’ Odeon sul  “ Viale “ di certo facevano bella mostra di sé; il piacere era sedersi nella prima fila sotto lo schermo possibilmente nella poltrona centrale.
In Sfida neIla città morta ( The Law and Jack Wade, 1958) i tre del nostro titolo incattiviti tra di loro partono per recuperare un bottino sepolto in un cimitero. Non è la fossa anonima accanto a quella di Archie Stanton resa celebre a causa di tre altri sciagurati che si contendono il contenuto sepolto sotto la sabbia. Nel titolo di quel film fu oscurata la Bella e messo in mezzo il Brutto che andava per nome: Tuco, Benedicto, Pacifico, Juan Maria Ramirez. 


domenica 20 settembre 2015

L' AUTUNNO DI ANDRZEJ MUNK


ANDRZEJ MUNK 16 Ottobre 1920 -  20 Settembre 1961

Amore mio, anche ì miei pensieri sono sempre con te. lo sono sempre con te. Non devo neppure chiudere gli occhi per sentirti vicino,  è come se bastasse allungare una mano. Amo la tua mano, le tue braccia.
Amore, amore mio grande, non importa che tu non mi possa parlare, conosco bene la tua voce.
E anche se non puoi starmi vicino, posso parlare con te.  Possiamo parlarci, dirci tutto.
Amore, è già autunno? Sono distesa vicino a te sull'erba. Ci sono tante foglie rosse. Tra poco pioverà.
Mi riparerai dalla pioggia, coprirai i miei capelli. Cammino nel fango e non ci sono foglie.
Amore, e tu? E' un bene che tu esista. Bacio le tue labbra perché non siano tristi. Bacio i tuoi occhi
perché mi diano la buonanotte. Fine

Tratto da La Passeggera (Pasażerka. 1961)




giovedì 17 settembre 2015

Da Robert Bresson a Gustave Flaubert

In un paese che, per molte ragioni, e malgrado tutto, è ancora legato al rispetto di certi valori tradizionali, a Robert Bresson è riuscito il colpo incredibile di trovare dei finanziatori per tradurre in un film il romanzo del povero Georges Bernanos, il << Journal d'un cure de campagne >>. Si tratta di un’opera cinematografica di raro interesse; anche se è chiaro che sul piano morale quei bei tipi di capitalisti che hanno affidato i loro milioni a Bresson meritano almeno la stessa riconoscenza, da parte degli spettatori illuminati, guadagnata dal regista. I problemi del male, della grazia, della carità, del destino com’è abbastanza noto, sono affrontati nel suo maggior romanzo dal Bernanos attraverso la figura d’un prete di campagna candido, disarmato, malato ma dall'incorruttibile fede. È un dramma quasi sempre interiore, e spinto, ai fini artistici, ai limiti delle possibilità romanzesche. La Chiesa chiede infatti ai suoi servi impegnati << nel secolo >> che siano di buona salute, apostoli vigo-rosi e soldati senza debolezze fisiche. Accade invece che il giovane protagonista del Diario sia affetto- da un tumore mortale, malattia piuttosto rara nei giovani e ad ogni modo difficile da diagnosticare alle origini. Il sacerdote trova nel piccolo centro, delle cui anime è il pastore, diffidenza cocciuta, inerte, cieca da parte dei villici mentre il << castello >> ospita un << nodo di vipere >> difficile da sciogliere. Malato a morte, ma senza saperlo, il prete ha la fatale rivelazione da un medico volteriano; scrive le ultime pagine del Diario in uno di quei caffeucci vicino alle stazioni ; poi va a morire tra le braccia di un compagno di seminario, che ha lasciato la veste sacerdotale per accompagnarsi con una donna. Prima di morire mormora: << Tutto è grazia >> .
Bresson, scegliendo il prete di Bernanos a protagonista del suo film, sapeva di porsi una sorta di scommessa. Nel Diario di un curato di campagna non vi è nulla di ciò che non solo i maneggioni ma i teorici dello << specifico filmico >> -ritengono << cinematografico >>. Manca il sesso; manca l’avventura; non c’è ombra di trama; non c’è << lieto fine >>. E manca soprattutto il << movimento >>. A parte le difficoltà tecniche, penso che sia più facile ricavare un film da Proust, dal romanzo nel romanzo intitolato << Un amour de Swann» per esempio (idea che, a quanto ne so, non è ancora venuta in testa a nessuno), che dal romanzo di Bernanos. Eppure Bresson ha quasi vinto la scommessa. Il suo film, senza essere <<d’avanguardia >>, ha un fascino singolare. Non ha, a propriamente parlare, una tradizione cinematografica. Soltanto, ma in un’altra direzione spirituale, la coppia Coward-Lean con Breve incontro in Inghilterra ha tentato di dirci, come Bresson, qualcosa di ineffabile. E sempre sul terreno della lezione, del messaggio, di una certa letteratura francese che si rivolge << all’uomo interiore >>: per Breve incontro la lezione viene dalla << Princesse de Clèves >> di Madame de La Fayette, per il film di Bresson bisogna rimontare, attraverso Bernanos, alle << Pensées >> di Pascal. Un particolare rivelatore consiste, nel Journal di un curé de campagne, nella parte artisticamente più debole: quella che si svolge nel << castello >> tra i ricchi, affetti, direi organicamente, da alcuni peccati mortali. Che è l’unica che offra partiti di interesse pratico, nella quale affiori  l’ombra d'una trama. Soltanto dalla civiltà francese, da una nazione in cui una società è ancora viva e in fermento, in cui la passione delle idee riesce ancora a muovere il capitale privato, ci poteva venire il segno, restato quasi unico a Venezia, che il cinema non è morto, e che la Francia è il luogo fisico e spirituale delle sue prove più durature e virili.
Per dare maggiore autenticità al racconto, il Bresson è ricorso a un giovane, Claude Laydu, che era alla sua prima interpretazione; mentre l’ambiente, campagne deserte, strade  autunnali, caffeucci, povere case, è lo stesso, nel nord della Francia, che ha ispirato il testo originale di Bernanos. Altissima prova di stile, il Diario- non ha un cedimento: è visto e raccontato con una puntualità stilistica da dar le vertigini. È una di quelle opere che si accettano << in toto->> o si respingono senza remissione. Di fronte a film pur importanti e vitali come L’asso nella manica, il Diario fa la figura di << mo-stro >> sacro'. Ma è certo che alcuni passi: le attese mistiche all’alba e al tramonto, il dialogo finale con il buon curato di- Torcy, sono di tale potenza da commuovere anche lo spettatore più distratto, il più tenace ammiratore dei tipetti formato Esther Williams.
È curioso questo fatto: mentre tra il diario-romanzo e il diario-film i << contenuti >> sono quasi identici, tra Bernanos, l'autore, e Bresson, il regista, dal punto di vista espressivo, c’è una differenza sostanziale. Bernanos è un narratore romantico, impegnato, pieno di furore biblico, di canonico disprezzo per gli atei, contro i quali, nelle sue pagine, balenano, d’improvviso, fulminanti invettive. Bresson è, invece, un narratore avviluppante e pacato, lucido e puntuale. Un tipo per cui la lingua, lo stile son tutto: come il Dreyer  di Dies irae. E se volete un paragone letterario', pensate al Flaubert moralista e stilista di <Madame Bovary >> e di <<Un coeur simple >>.
                                                                                                             1951.
 Pietro Bianchi, Maestri del cinema

mercoledì 16 settembre 2015

Kinuyo vs Hideko


Tell me, what is the modern thing? You are modern? You do not believe that you are obsolete? I ask it you to you.
 It pleases you to visit temples and gardens, for example. That is obsolete? Perhaps it is ill?
I believe that "to be new" Is "not to age".
The things that are really new, never age. You understand?
What signifies "new" for you? The short skirts? The nails painted of the color fashionable?
Pleases you today because is "new", but tomorrow will be "old".

Dimmi, che cos’è moderno? Tu sei moderna?  Tu non credi che sei antiquata?  Lo chiedo a te.
Ti piace visitare templi e giardini, per esempio.  E' una cosa fuori moda? E' sbagliata?
Credo che "essere nuovo"  è " non invecchiare".
Le cose che sono veramente  nuove, non hanno  età.  Hai capito?
Cosa significa "nuovo" per te?  Le gonne corte?  Le unghie dipinte del colore alla moda?
Ti piace oggi, perché è "nuovo", ma domani sarà "vecchio".
                                                                                                                                             

Yasujiro Ozu, Le sorelle Munekata (THE MUNEKATA SISTERS) , 1950

lunedì 14 settembre 2015

Compromessi in cinema e musica




Raccontai al regista  ( Brian De Palma ) la mia idea per musicare questa sequenza. Volevo mettere un suono di carillon, che esprimeva un motivo popolare, accompagnandolo con la musica molto dura, dissonante. Questa contrapposizione sembrò al regista un po` troppo grottesca. E lo era. lo dissi che in una scena di sette minuti, ripresa poi per altri tre minuti dopo gli spari, era necessario un po' di grottesco. De Palma non era d`accordo. Io registrai lo stesso e De Palma alla fine convenne che era giusto agire in questo modo. Quindi con il regista si può andare d`accordo, in generale; trovare dei punti in cui non si è in sintonia con lui: trovare dei compromessi o delle soluzioni dove uno subisce l`altro. compromessi non sempre sono dei pataracchi, come succede in politica; qualche volta, nella creazione artistica, quando la tecnica e la fantasia riescono a dare dei risultati, il compromesso produce dei risultati eccellenti, che prima non si sarebbero immaginati.

 Ennio Morricone, Il cinema è musica
Centro Studi Cinematografici Anno XX n. 1-2 gennaio/aprile 1990



domenica 13 settembre 2015

Дерсу Узала

OGGI


Di Dersu Uzala, il libro di Vladimir Arsenyev, si conosce meglio la trasposizione fatta nel 1975 da Akira Kurosawa che questa prima versione del 1961 diretta da Agasi Babayan. La differenza, rimarchevole, è in come i due registi affrontano il libro del viaggiatore e geografo russo. Per farla breve se il film di Kurosawa mette l’accento sul rapporto tra il capitano e la guida attraverso la taiga, Babayan si concentra sul legame tra il cacciatore indigeno e le distese dell’ Ussuri. Dersu sa che, di chiunque,  il passaggio sulla terra è breve per questo riconosce un’anima in quanto vive nella pianura e nella foresta siano essi neve, alberi o animali. Egli a differenza del Dersu del 1975 non andrà mai a vivere in città per poi fuggirne, rimarrà sino alla fine nell’ elemento che l’ha visto nascere. Questo scambio è servito bene dalla base documentaristica che è nel film: alla fine gli occhi di Vladimir Arsenyev non sono che i nostri.


giovedì 10 settembre 2015

Haiku


Moon behind the clouds,
The last autumn leaf will fall
where once were snowdrops.

(Kenji’s haiku for Setsuko)

Luna dietro le nuvole ,
L' ultima foglia d'autunno cadrà
dove un tempo v’erano bucaneve .

l’originale è qui

https://mubi.com/lists/how-hara-setsuko-stole-our-hearts/comments

mercoledì 9 settembre 2015

lunedì 22 giugno 2015

mercoledì 17 giugno 2015

Quello che è il cinema


Il cinema è quello che è. Qualche volta  - con il Clair di 14 Luglio, con il Chaplin di Luci della città,con l’Eisenstein di Alexander Nevskij, con il Rossellini di Paisà, per citare i primi nomi che ci vengono sotto la penna - può essere un'arte, con la purezza, il rigore sintattico, il disinteresse che sono caratteristici delle opere d’arte riuscite; ma più spesso esso non è che un informe prodotto sentimentale, un surrogato, vile e disgustoso, del romanzo d’appendice; qualche altra volta poi non è né romanzo d’appendice né opera d’arte, ma semplicemente un surrogato dei giornali illustrati.
                                                                                                                                                                                                    1951
Pietro Bianchi,Maestri del cinema




lunedì 15 giugno 2015

Messina Cineclub

Ancor prima dei circoli come dei cineforum nella città dello Stretto operò il Cineclub Messina che aveva sede in via Cavalieri della Stella e presso le mai dimenticate librerie D'Anna e O.S.P.E. Cicli tematici e retrospettive anticiparono i lavori dei suoi successori.



domenica 14 giugno 2015

Cose mai viste


ancora qui sotto potete scialarvi con queste chicche degne del Fuori Orario del tempo passato

mercoledì 10 giugno 2015

Samurai vs. pistolero



Qualcuno si è preso l’entusiasmo di commisurare (molti altri hanno fatto scorrere bagghiolate di parole) le immagini ed i suoni di due mitici film. Per dire la verità quello di Kurosawa oggi è riconosciuto così perché il Leone (per giustificarsi citò in tribunale Carlo Goldoni e Dashiell Hammett), rifacendolo, gli diede fama e … dollari (non un pugno) di penale. Tant’è! A noi non importa nulla. Solo quello di glorificare due maestri con l’occhio acuto.

lunedì 8 giugno 2015

Red Sniper

OGGI

Un drappello di rivoluzionari Rossi è costretto ad attraversare il deserto del Kara Kum per arrivare al lago d’Aral e così sfuggire alle mani dell’Armata Bianca. Tra questi milita Maryutka, abile cecchina. A lei è affidata la custodia di un cadetto dei bianchi fatto prigioniero. Il commissario capo dei fuggitivi incarica ancora la donna di attraversare il lago su una barca a vela e portare il prigioniero in un posto più sicuro ove interrogarlo. A seguito di un nubifragio i due finiranno soli su un’isola interna al lago. Innamorati l’una dell’altro vivranno come Robinson e Venerdì sebbene la tragedia sia dietro l’angolo, causata da incomprensioni e opposte ideologie. Questa trama che fa venire alla mente certe novelle di Joseph Conrad ha generato due film caposaldo della cinematografia sovietica. Il primo diretto nel 1927 da Yakov Protazanov cui rimanda quello del 1956 diretto da Grigori Chukrai.  Tra i due film il più famoso è il secondo. Questi è figlio, proprio così, del suo tempo, quando ascese al potere dell’URSS Nikita Kruscev; ma il 1956 è anche l’anno fatale dell’Ungheria. Il pregio del film di Chukrai è tutto nei colori delle immagini e nella colonna sonora, per questo va visto nell’edizione originale con sottotitoli. Alla bravura degli interpreti si affiancano alcuni momenti tra i più significativi: la traversata del deserto, l’incontro con un gruppo di nativi, il sogno della guardia cui fregano i cammelli, la navigazione, come se fosse una crociera, sull’Aral e infine l’isola su cui matura la fine del sogno. Il tutto per merito del fotografo Sergei Usurevsky e del musicista Nikolay Kryukov che mescola temi sinfonici e folklore di quei posti.



mercoledì 27 maggio 2015

Maestro Predicatore

Ho detto che mi astengo dall’andare al missaggio. Se invece sono d`accordo con il regista, io ci vado molto volentieri, ma allora poi discuto e anche litigo.
Vorrei dirvi che da qualche anno mi sono trasformato in un predicatore. Racconto a tutti i registi con cui lavoro queste cose che vi ho detto. Perché, dopo tutto, riguardano il mio lavoro e anche il lavoro che fa il regista. Alcuni registi mi danno retta, altri credo di no, perché per loro il suono dei passi pare che sia più importante della musica. Allora, in questi casi, se sono presente al missaggio dico di togliere la musica. Inoltre ci sono dei registi che, per stimolare il compositore a fare una buona musica, dicono: “Guarda, qua, la musica è sola”. ln effetti mentono, perché poi la musica non è sola. E questa è una cosa gravissima. Perché, a missaggio finito, la musica viene mischiata con altri suoni e lo sfacelo è ancora più grande, perché era stata composta per essere in primo piano.
Ennio Morricone, Il cinema è musica
Centro Studi Cinematografici Anno XX n. 1-2 gennaio/aprile 1990


lunedì 25 maggio 2015

domenica 24 maggio 2015

Stazione De Sica

La lettura del  film di De Sica, Stazione Termini, richiede allo spettatore una certa consapevolezza. Stazione Termini, probabilmente, non è una svolta rivoluzionaria, un ritorno alla norma, una conversione agli attori professionisti da parte del regista di Frosinone: è una vacanza, e, se si vuole, un ripensamento, forse una sosta, sull`intrapresa via di Damasco. Secondo Berenson, è stata una incongruenza,da parte del Caravaggio, l’aver concessa una maggiore importanza figurativa, nel dipinto famoso, al cavallo che all’impetuoso cavaliere, ancora Saulo per brevi istanti, caduto per terra; opinione discutibile, come ognuno sa. Ma ora non vorremmo cadere, per parte nostra, in un'incongruenza più evidente concedendo alla nuova scelta di De Sica (scelta di ambiente, di personaggi, di dialogo, di contenuti << non sociali >>) un’importanza maggiore di quella che essa abbia in effetti.
1953
Pietro Bianchi, Maestri del cinema 

mercoledì 20 maggio 2015

lunedì 18 maggio 2015

W. U. S. A.

OGGI
al Circolo di Cultura Cinematografica “ Yasujiro Ozu “


Il film più significativo che io abbia mai fatto, forse il più importante. Paul Newman

WUSA (Un uomo oggi, 1970) è un concentrato di americanismo o se volete della peggior America. Può stare alla pari con Nashville di Robert Altman di qualche anno più avanti. Può stare alla pari con le opere di Sidney Pollack, Alan J. Papula, Hal Ashby o Arthur Penn osannate più in Europa che nella loro patria di origine. Stuar Rosemberg in quanto regista è di minore statura rispetto a quelli citati prima. Sa usare campi, controcampi e primi piani ma questo è più un affare del montatore che del regista.
Rehinhardt è un mezzo fallito capitato a New Orleans per sopravvivere. Quando non è preso dall’alcol, che tracanna sempre dal thermos, lavora per una radio o si ritira nell’affetto di una donna fragile che non ci pensa due volte a mollarla quando gli eventi lo sovrastano, abbandonando il campo per cercare nuovi angoli e nuovi derelitti su cui scaricare le sue nevrosi. Dello stesso Newman come di Joanne Woodward o Tony Perkins è inutile sproloquiare: col trascorrere degli anni diventano sempre più preziosi, sebbene assenti.

domenica 17 maggio 2015

Gli occhi di Iginio Lardani

Al solito. Non ci sono elementi per attribuire questo prossimamente al grande Iginio. Solo il confronto con altri: il montaggio, i titoli, il ricorso alla sua arte di Enzo G. Castellari e ... l'uso magistrale della musica del Maestro, qui con Nuova Consonanza al completo.

lunedì 11 maggio 2015

Dirty Terry

OGGI


Mc Caleb. Se prende in mano un caso, la prima pagina è solo sua.

Debito di sangue (Blood work) è del 2002; allora Clint Eastwood aveva appena superato i sessanta e ancora doveva sfornare alcune cose pregevoli . Quella era l’età giusta per tirare le somme su alcuni aspetti della sua longeva carriera. Il film in questione è fondato non solo sulla figura dell’attore quanto sul corpo, o se volete, ancora sul viso. Clint Eastwood ha avuto la fortuna di avere a disposizione sempre ottimi scrittori che modellavano su di lui quanto poi sarebbe accaduto sullo schermo; per citare solo alcuni si fanno i nomi di Michael Cimino, John Milius e Paul Haggis. Questi, come quelli che verranno in seguito, gli danno modo di tenere sempre alti ed aggiornati personaggi e temi. Debito di sangue lo possiamo inserire tranquillamente nelle sue opere minori senza scalfire la gloria del nostro. E’ un pretesto per richiamare in vita il personaggio del poliziotto tutto d’un pezzo con origini irlandesi che se la deve vedere con uno squilibrato che per giunta lo venera. Alla fine dirty Terry/Harry troverà il bastone della sua vecchiaia, i cattivi che infondevano giovinezza sono finiti per sempre, o, almeno, per il momento!



domenica 10 maggio 2015

Che cos'è un film classico


Perché un film è bello? Sebbene Benedetto Croce abbia ammesso che un film può essere un’opera d”arte, non ha mai dedicato un po' del suo tempo a dirci << quando ›> e << perché >› una pellicola è artistica. Il compito, naturalmente, è tutt’altro che facile; ma troveremo il modo di spiegarvi qual è la nostra idea sull'argomento nei limiti di un saggio breve.
Intanto si può sgombrare subito il campo da una iniziale difficoltà. Ammesso infatti che il cinema può essere arte, ne discende che si dovrà giudicare di una pellicola alla stessa stregua delle arti più antiche, della letteratura e della pittura, della musica e dell’architettura, tenendo però il debito conto delle leggi espressive caratteristiche del cinema. Ricorriamo allora a Sainte-Beuve che, in un famoso articolo, ha cercato di definire quando un'opera è "classica ".

Quand'è allora che, secondo il critico dei << Lundis >› un’opera è bella? Un’opera è classica quando essa è, evidentemente, la creazione felice di un artista originale; quando essa aumenta in modo non equivoco il tesoro dello spirito umano; quando scopre, senza farcela polemicamente pesare, qualche verità morale; quando ci fa sembrare nuova qualche antica passione in quel dominio del cuore che sembrava da lungo tempo conosciuto ed esplorato in ogni parte; quando infine sia dotata di uno stile personale ma facile, che sembri antico ma che sia modernissimo, e le cui eventuali novità tecniche siano facilmente accessibili a tutti.                                                                                                                         1951

Sainte-Beuve 1804-1869                                                                                                         Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972                                                                    
                                                                                                                                                                            

mercoledì 6 maggio 2015

L'uomo nuovo

Quand'ero Stakanov


"Chi crede e vuol far credere alla globalità e all'unità, è il potere; è il potere che per natura opera delle totalizzazioni. Frammentazione,localizzazione e deterritorializzazione non sono perciò delle scelte puramente teoriche;sono anche mezzi di lotta contro il potere;contro la globalità e la paranoia del potere."
Dopo la riunione del I5 settembre sento il bisogno di rivolgere ai componenti del direttivo Umberto Barbaro alcune considerazioni che nello stesso tempo spiegano la mia decisione di "uscire dalla scena".
Naturalmente non si tratta di una risibile (come certo sarebbe se fosse tale) lettera di "dimissioni ufficiali",né  io,né le persone a cui mi rivolgo,almeno spero,abbiamo mai avuto voglia di ricalcare in piccolo certi stupidi modelli. E' solo un tentativo di comunicazione,di vedere nella giusta luce le cose. Nella riunione,di cui sopra dicevo,è stato giudicato e rigettato il comportamento da me tenuto in occasione della Settimana del Film-nuovo. Si è detto,che io,avendo agito mentre nessuno agiva,avendo preso certe decisioni,quando quasi tutti erano"assenti"sarei andato contro l'interesse del Circolo in quanto tale. Implicitamente insomma,che correo di Chimenz avrei screditato il Circolo come unità,come globalità.
A parte quello che ci sarebbe da dire su questa maniera di impostare le cose che è ipocrita e verticistica,quindi cattolica e stalinista al tempo stesso,ritengo che avvenimenti ben più gravi (leggi sovven-
zioni per l'Espressionismo) e ai confini dell'onestà e della correttezza (leggi l'affaire Citti) avrebbero dovuto essere respinti daun collettivo che ai tempi in cui era sorto,troppo velleitariamente, alcuni di noi ci eravamo affrettati a definire: "struttura aperta, strumento disponibile per i bisogni e le sollecitazioni della comunità in cui opera."
Credo che più coerente sarebbe stato,rinnegare il ciclo sull'Espressionismo tedesco,anche quello organizzato nella latitanza più assoluta e a volte con l'ostruzionismo della maggior parte del direttivo,anche quello quindi non attribuibile all’Umberto Barbaro in quanto tale.
Solo che allora,dopo l'avventato ciclo iniziale,allestito dal nostro Stakanov Mittiga,in beata solitudo e di cui tutti eravamo stati avvertiti a cose fatte,bisognava rimpinguare a tutti i costi le magre o meglio deficitarie casse sociali. ! '
Allora dunque i "contributi"dell'Espressionismo servivano e come! La decisione quella drastica,quella tra virgolette con minaccia di dimissioni ufficiali da parte del presidente è venuta al momento
opportuno naturalmente e non è altro che una prova di forza,una inutile dimostrazione di autorità.
La partecipazione infatti,alla Settimana del Film-nuovo,a quanto pare non dell'U.Barbaro,ma di componenti del suo direttivo,non è stata di copertura alla gestione tecnico-organizzativo della Rassegna,cui è rimasta estranea,ma,solo di operazione culturale e si è tradotta per quanto riguarda l'esterno unicamente: ›
I- Nella preparazione del materiale informativo inerente alla Settimana..... ' .
2- Nella gestione di un incontro-dibattito su "Cinema e Storia".
3- Nella stesura di un documento fortemente critico verso la Rassegna tout court e rivendicativo di una serie di proposte orientate verso la trasformazione della squallida realtà attuale della Rassegna di Messina e Taormina.
In questa direzione,senza le contraddizioni di cui parla e sparla Mittiga,quella stessa per cui mi è piaciuto imparare che l'uomo nuovo,prodotto dallo sviluppo capitalistico,non può e non deve limitarsi a contemplare la realtà,ma deve lottare per trasformarla, sono stato spinto a prendere certe posizioni in un momento in cui il collettivo, ma forse è meglio chiamarlo,il direttivo, sembrava non esistere più.
Tutto il male non viene per nuocere,però, se determinate "circostanze",gli hanno dato la forza per risorgere,come si dice,dalle sue ceneri e per dire "l'Umberto Barbaro non c'era":il materiale informativo non siamo stati noi a farlo,il Convegno neanche ce lo siamo sognato di organizzarlo,ad esprimere le forti riserve verso l’organizzazione neanche a parlarne,il nostro impegno per cercare di fare
della Rassegna qualcosa di culturalmente serio men che meno.
"Io non c'ero" dice dunque l’Umberto Barbaro,che poi è la verità, non c'è stato,e quel che è peggio credo che neanche ora ci sia,ma spero che in futuro ci sarà,e per costruire.
Questo è il mio augurio più sincero,quanto a me sebbene grandi pregi io non abbia,i King consultati hanno risposto:  "Il nobile sa cosa fare in simili circostanze,nasconde,i suoi pregi e si ritira in segretezza."

Angelo Federico

A distanza di quarant'anni e passa, Angelo si merita l'affetto di sempre e un " GRAZIE DI TUTTO "





lunedì 4 maggio 2015

Mistery Roach


by Roger Erbert
"Ladies and gentlemen, you can go mad on the road. That is precisely what this film is all about." - A voice, probably Frank Zappa's, in "200 Motels"
We have been hearing for a long time that videotape is going to revolutionize filmmaking, and now here is the vanguard of the revolution. Whatever else it may be, Frank Zappa's "200 Motels" is a joyous, fanatic, slightly weird experiment in the uses of the color videotape process. If there is more that can be done with videotape, I do not want to be there when they do it.
The movie is a kind of magical mystery trip through all the motels, concert halls, cities, states and groupies of a road tour of the Mothers of Invention. No attempt is made at documentary accuracy (to make a thunderous understatement). All of the cities are lumped together into Centerville, "a real nice place to raise your kids up," and the sanity of the film can be gauged by the fact that Ringo Starr plays Frank Zappa as "a very large dwarf."
Zappa's mixture of mediums -- rock, electronic music, the Royal Philharmonic, dance, overlapping visuals -- pushes the videotape process almost to its extremes. Zappa's kind of mixture isn't new (Harry Partch's "Celebrations on the Courthouse Square," an experimental 1962 stage production, anticipates everything in "200 Motels"). But mixing it on film is new.
Videotape reportedly allowed Zappa to film the entire movie in about a week, to do a lot of the editing and montage in the camera and to use cheap videotape for his final editing before transferring the whole thing to a surprisingly high-quality 35mm image. Because videotape made it so easy to slosh on more special effects, Zappa wasn't stingy; some people may find the movie's multidimensional feel too overbearing.
In a way, maybe, overbearing is the word for this movie. It assaults the mind with everything on hand. When there are moments of relative calm -- say, during the animated sequence, or during the rare moments when only one image is on the screen we find ourselves actually catching our mental breath. The movie is so unrelentingly high that you even wish for intermissions.
Still, the music is there, a lot of it, and because the movie doesn't stop for the music or anything we never get the sense that this is an illustrated album. It is also not another record of a road tour; It breaks with the tradition of "Don't Look Back," "Mad Dogs and Englishmen" and the rock festival movies. It is also not quite in the same family tree as the Beatles movie, but it's in a tree, all right. One with enough branches for everyone but wild tigers snapping at your toes.
"200 Motels" is not the kind of movie you have to see more than once. It is the kind of movie you can barely see once: not because it's simple, but became it's so complicated that you finally realize you aren't meant to get everything and sort everything out. It is a full wall of sight-and-sound input, and the experience of the input -- not its content, is what Zappa's giving us. "200 Motels" is out of Howard Johnson by Tinker Bell, with Aquarius setting.
l'originale è qui:
http://www.rogerebert.com/reviews/200-motels-1971

domenica 3 maggio 2015

Magic fingers



200 motels (1971). Questo che in apparenza è un tortuoso e confuso film è diventato un classico e così la sua parte canoro - orchestrale eseguita oggi come un’opera lirica. A metà tra Head di Bob Rafelson e Tommy degli Who è un condensato di situazioni al limite del comprensibile e dell’irriverente. Per sfuggire a qualsiasi interferenza Frank Zappa preferì girarlo negli studi Pinewood, nei pressi di Londra, creando un’impresa che supera di gran lunga il più acclamato musical dell’asse Broadway - Hollywood pur ricorrendo a scalcagnati attori che sono nel contempo famosi musicisti: Aynsley Dunmbar, George Duke, Howard Kaylan e Mark Wolman per citarne qualcuno, affiancati in situazioni paradossali da Ringo Starr e Keith Moon. A sua gloria citiamo solo alcuni motivi tra i più riusciti che vengono eseguiti live durante il corso della visione: Mistery Roach, Lonesome Cowboy Burt, Magic Fingers,i quali risultano godibili anche strappati dalle immagini.

lunedì 27 aprile 2015

Film senza una lira=Musica bella




In Un tranquillo posto di campagna di Petri, ho composto una delle mie migliori musiche in assoluto. Solamente che la musica - il regista era d`accordo - era scritta in un linguaggio più difficile: diciamo aveva un linguaggio, come diremmo oggi, “contemporaneo”. E questo non ha aiutato il film nella sua comprensione. La critica giudicò questa musica come una delle cose più belle che io avessi scritto. Ma il film non fece una lira; dico una lira, nella maniera più volgare, perché il cinema, poi, non esiste se la gente non porta i soldi al botteghino. Quale produttore investirebbe dei soldi per fare dei film in perdita?
Ennio Morricone, Il cinema è musica
Centro Studi Cinematografici Anno XX n. 1-2 gennaio/aprile 1990

domenica 26 aprile 2015

Rosso di sera bel film si spera



  SI DISCUTE tanto di crisi del cinema, e che ci  sia è inutile negarlo. Ma sarebbe più corretto parlare  di crisi del cinema commerciale. Infatti mai, come  in questo periodo, si era verificata una tale fame  di film d'autore e di pubblicazioni che riguardino  il cinema. Insomma c'è amore per il film, disinteresse per il cinema (inteso come sala di proiezione). E' difficile giudicare se ciò sia positivo o no.  Indubbiamente la televisione diseduca il pubblico  al cinema ed anche quando proietta film fa perdere  momenti essenziali per i cineamatori.  Recentemente tutti si sono entusiasmati vedendo  in tv l'eccezionale «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» (tanto per fare un esempio),  ma la partecipazione sarebbe stata ancora maggiore  se lo stesso film fosse stato visto al cinema. Vogliamo quindi dire che è assurdo prevedere la morte  del cinema fin quando saranno in circolazione i  film, perché il televisore può essere solo un mediocre palliativo.  Questo discorso sarà senza meno confermato anche dall'ottima iniziativa presa dal «Punto rosso»  di proiettare ai soci un centinaio di pellicole a 16  mm. Non tutti sapranno cos'è il 16 mm., ma la spiegazione è semplice. Al cinema noi vediamo pellicole  a 35 mm, il 16 è quindi una misura intermedia che  permette le proiezioni in ambienti molto più piccoli delle sale cinematografiche, su schermi di dimensioni rispettabili. E' quindi senz'altro vero e proprio  cinema e riproduce fedelmente il film.  Ma «Punto rosso» offre anche un programma cinematografico più che allettante: oltre ad una doverosa retrospettiva dedicata a Charlie Chaplin, sono  infatti in programma le opere degli anni '50 e '60  di Fellini, Bergman, Bunuel, ecc. E' molto importante  ciò sia per i più giovani che hanno l'occasione di  colmare le lacune dovute all'età e comprendere meglio  l'evoluzione di registi ancora oggi in piena attività.  Sia anche per gli amatori che, visto il livello più  che scadente della stagione cinematografica, avranno  l'occasione di una proficua rilettura di grandi opere.  Si, perché uno dei luoghi comuni più ridicoli da  abbattere è quello del film «già visto». Aver letto  una prima volta un film non vuol dire niente: così  come quadri, libri, sculture ecc. l'opera cinematografica deve essere fruita più volte e non annoierà  senz'altro.  Comunque il programma non allinea solo grandi  capolavori, ma anche film ritenuti «minori» o «d'evasione», naturalmente per questi film, se ne è il caso,  la lettura andrà fatta in chiave critica. Ma è inutile  ed impossibile commentare tutto il programma.  Piuttosto qualche parola va ancora spesa sul significato dell'iniziativa «Punto rosso». Il programma  di film non è che una delle idee promosse dal circolo  ARCI di recentissima formazione. Molte sono le  altre iniziative; ma una cosa è sempre da tenere a  mente: nulla mai parte dall'alto, ma si ascoltano  e si discutono le proposte di tutti. Perché «Punto  rosso» funzioni e divenga così un importante luogo  di incontro e di divertimento intelligente, occorre  una grande partecipazione di giovani e meno giovani.  Soprattutto in un momento in cui, a parte le fiammate «indiane metropolitane» ed autonome, il vivere ed il costruire insieme appaiono in forte decadenza, è importante per tutta la città far riuscire iniziative quali il «Punto rosso».
 F. Cicero  
Il Soldo 8 Gennaio 1978  


 Quattro film di Charlie Chaplin, costituiranno  il programma delle proiezioni del «Punto Rosso››  per il mese di Gennaio, in via Elenuccia 30. Fino  a questa domenica verrà proiettato l'Allegro mondo di Charlot. Dal 13 al 15, Un mare di guai,  daì¬20 al 22, Uno contro tutti, dal 27 al 29,  Charlot soldato. Le proiezioni, che ricordiamo  sono riservate ai soci (per aderire al Punto Rosso  basta pagare una quota di L. 10.000 più la tessera  Arci, la metà per giovani e studenti), inizieranno  alle 17,30 nella saletta del Circolo.        

giovedì 23 aprile 2015

Al Messico con Iginio Lardani

Questa è uno dei lavori preziosi di Lardani non accreditati, non riconosciuti , non ..., con immagini esaltate dallo score del Maestro. Anche i titoli di Tepepa erano suoi come quelli di C'era una volta il west, molto simili e neanche quelli accreditati.
 

mercoledì 22 aprile 2015

Amico - Nemico

Dal set de La Grande Speranza (1954) di Duilio Coletti catturate da
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La grande speranza di Duilio Coletti

Folco Lulli ne La grande speranza di Duilio Coletti

La grande speranza di Duilio Coletti



lunedì 20 aprile 2015

ferraniacolor

OGGI




La grande speranza (1954) di Duilio Coletti serve oggi a rendere omaggio ad una delle industrie che dettero un contributo non ancora definitivamente riconosciuto al cinema italiano. Sorta in un’epoca in cui la fotografia andava prendendo piede anche nel proletariato e sottoproletariato, dapprima si dedicò alla produzione di apparecchi fotografici e relativi supporti per la ripresa. Andò consolidando la sua fama facendo irruzione nel cinema col rimanerci fino al 1964 quando fu fagocitata dalla multinazionale 3M. Mitiche sono rimaste le varie serie panchro su cui furono impresse le immagini dei capolavori italiani tra il 1935 e il 1955. Con l’avvento del colore in Italia sorse la ferraniacolor, e qui la casa che aveva sede nell’omonima cittadina in provincia di Savona, dette il meglio di sé producendo pellicole ancora oggi distinguibili tra quellie Eastmancolor e Technicolor. Il tratto caratteristico della ferraniacolor era quel rimando, e qui siamo consapevoli di esagerare, agli affreschi della scuola di Giotto, che sa più di matita e acqua che di colori ad olio.
L’opera di Coletti vorrebbe essere antibellica ma il suo è un antibellicismo che porta alla successiva guerra, buona per le giurie OCIC, le sole a prenderla in considerazione. Patetica come la recitazione di Renato Baldini, a cui serve poco la classe british di Lois Maxwell. I soli a salvarsi sono un gruppo di caratteristi capeggiati da Folco Lulli, dal lavoro dei quali si evince la scrittura di Ennio De Concini. Ancora: il tema epico di Nino Rota, l’occhio vigile e sagace di Leonida Barboni, direttore delle luci tra i più illustri del cinema italico di quegli anni.