lunedì 8 febbraio 2016

Lettera a John Ford

  John Ford 
1894 -1973

Caro Signor John Ford, dopo Bret Harte nessuno meglio di lei ha saputo cantare la canzone epica, rauca e sentimentale di questo West la cui selvatichezza è temperata dalla amicizia fra i compagni più disparati che il fato unisce, in cui l’amore di un ragazzo per una ragazza ricorda, nelle asperità di una vita continuamente minacciata da un colpo di pistola, che nel mondo c’è ancora un pò di gentilezza ragion per cui vale la pena di diventare buoni e pacifici.
Jean Georges Auriol, Revue du cinémà, n.6, 1947

domenica 7 febbraio 2016

venerdì 5 febbraio 2016

Angeli del set

         
                                    Katinka Fraragò                        Suzanne Schiffman tra Godard e Truffaut

Alma alle spalle di Hitchcock

Nel cinema ci sono dei compiti che sembrano isolare chi li svolge ai margini del lavoro che si va a intraprendere. Prendete le script girl altrimenti dette segretarie di edizione o addette al continuity, tutte la stessa funzione: angeli custodi del regista. Per questi angeli non esiste premio che sia oscar, david o nastro di canapa . Katinka Faragò lo era per Ingmar Bergman, Suzanne Schiffman per François Truffaut e Jean-Luc Godard; Alma Reville per suo marito Alfred Hitchcock. In Italia c’era Serena Canevari della quale beneficiarono Bernardo Bertolucci, Francis Ford Coppola e Sergio Leone con il quale si può dire cominciò dal Buono/Brutto/Cattivo per continuare con C’era una volta il west, L’ultimo Imperatore, i set italiani del Padrino. I lavori della Canevari oggi non vengono riconosciuti da nessuno come è toccato invece per la Schiffamn o la Faragò, e i suoi padrini sono estinti o in via di estinzione.

Serena Canevari tra Clint Eastwood, Tonino Delli Colli, Sergio Leone

                       qui la Canevari è alla sinistra di Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez detto il ....

giovedì 4 febbraio 2016

Four strong guns for Billy the kid

“ Prendete per esempio il curioso personaggio di Billy the Kid. Gli episodi della vita di questo ragazzo di 21 anni sono più appassionanti di quelli di una dozzina di eroi fabbricati dallo schermo... Non ci sono, nei film dettati dalla fantasia, fucilate più drammatiche di quelle sparate durante il famoso assedio della casa MacSween . Con questo assedio, che durò tre giorni, dal 15 al 18 luglio 1878, e raggiunse momenti di insuperabile drammaticità, il disordine e la illegalità che allora caratterizzavano quelle lontane regioni toccarono il massimo vertice. Quando Billy aprì la porta della casa Sween in fiamme per mettersi al riparo dalle scariche di fucileria, cominciò l’ultimo atto della tragedia recitata da questi uomini selvaggi insofferenti di qualsiasi legge “.
King Vidor



Caro Luigi
sono qui. Mi sto divertendo molto. L'altro giorno ho visto la tomba di Billy the kid. Ora sono a Texas. Ieri sono andato sul cavallo. Ho portato due nastri di Ennio, quindi non manca la musica. Ho visto un villaggio indiano.
Ci vediamo, adios
Nigel

Ennio dopo quanrant'anni ha rifatto le musiche per un western, è tornato troppo tardi per Nigel a cui va questo post e una canzone di Neil Young

mercoledì 3 febbraio 2016

Fuori catalogo 1969-1970. Western adìos






Sergio Leone sta pensando di dare l'addio ai western-spaghetti: «Vorrei fare qualcosa di più intimista», confida, «Non so, potrei portare sui grande schermo Voyage au bout de la nuit, di Céline.Intanto continua a cercare soldi per il suo attesissimo C'era una volta I'America, la storia di quarant'anni di vita americana attraverso le avventure di quattro gangster: «Mi mancano ancora un pò di capitali, per il momento sono in panno, ma ne uscirò». A consolarlo, sono le notizie dalla Tour Eiffel: i francesi impazziscono per lui. A Parigi quest'anno, anche con il caldo, fanno la coda per assistere alle retrospettive dei  suoi film. Quelli western-spaghetti, ovvio.

martedì 2 febbraio 2016

Tavola rotonda a Locri

La realtà calabrese
è spesso
deformata dal cinema

Dal corrispondente
Aristide Bava

SIDERNO - La tavola rotonda organizzata a Locri dall'<<Associazione culturale jonica» per fare il punto sulla
prima rassegna cinematografica che si sta svolgendo nella zona jonica meridionale, è stata preceduta -come annunciato -  da una breve conferenza stampa del regista Nino Russo, autore del film «Il giorno dell'Assunta››, che avrebbe dovuto essere proiettato in anteprima nazionale ad inaugurazione della rassegna. Il regista ha spiegato che la proiezione del film non è stata permessa dalla Italnoleggio - casa di distribuzione del film - perché avrebbe potuto poi provocare danni economici per il normale sfruttamento del soggetto nel circuito nazionale. Almeno questa sarebbe la motivazione ufficiale.
Subito dopo il saluto di Domenico Speziale, sindaco di Locri, con una relazione di Ferdinando Bruno è cominciata la tavola rotonda sul tema: «Cinema e società in Calabria». A dire il vero, Bruno, nella sua relazione, si è occupato più del lato tecnico cinematografico inquadrato nel contesto nazionale che nel
cinema calabrese o della Calabria vista dal cinema. Un aspetto che in certo senso contrasta con le intenzioni degli organizzatori e che, in ogni caso non ha impedito lo sviluppo di un approfondito dibattito.
In effetti, più che ad una tavola rotonda si è assistito appunto a un dibattito con qualche accenno critico all’organizzazione e a qualche spunto polemico verso la politica meridionalistica del passato e anche del momento attuale (si è accennato al quinto centro siderurgico).
Il discorso si è anche spostato alla letteratura calabrese per merito soprattutto del critico Walter Pedullà che in riferimento a una specifica domanda su quanto possono dare i calabresi al cinema nazionale, ha inteso vedere specificatamente in due autori, vale a dire Vincenzo Guerrazzi, con il «Nord e Sud uniti» e <<La fabbrica del sogno» e quindi Vincenzo Bonazza, con <<L'emigrante>›, validi esponenti della cosiddetta «letteratura selvaggia».
Alcune puntualizzazioni ha poi fatto il sen. Sisinio Zito che ha inteso dare anche una giustificazione a qualche carenza organizzativa che certamente non si verificherà - è questo l'augurio - negli anni a venire.
Ha preso poi la parola regista Mimmo Rafele, che ha un po' lasciato l’ama in bocca al pubblico, accostandosi alla relazione di Ferdinando Bruno. «Per me - ha detto - la calabresità è un aspetto secondario del mio lavoro». ›
Altro intervento - apprezzato - è stato di Salvatore Santagata che, pur accennando ai problemi attuali della
Calabria, ha riportato il dibattito sul tema specifico.
Ha parlato poi il critico cinematografico Vittorio Ciacci, il quale ha ricordato che la Calabria viene spesso isolata da un certo «giro» proiezioni a causa di una selezione che avverrebbe a monte dei circuiti distributivi.
Un altro intervento interessante è stato quello del giornalista Mario Accolti Gil che ha messo a fuoco determinati e particolari problemi locali, che vanno dalla necessità di una sensibilizzazione cinematografica a quella di offrire al pubblico un aspetto non deformato della Calabria, cosa che purtroppo è avvenuta e
continua ad avvenire.
A conclusione sono anche intervenuti il consigliere regionale Guido Laganà, che ha sottolineato gli aspetti positivi di questo tipo di informazioni e il sindaco di Locri che ha tratto le conclusioni del dibattito.
In serata a Siderno ha avuto luogo la proiezione de <<Il nero muove», di Gianni Serra, film sui fatti di Reggio.
La rassegna jonica si concluderà stasera. Sono in programma proiezioni, come al solito, nei centri di Siderno, Locri, Roccella Jonica e Monasterace Superiore.

Gazzetta del Sud 7 Anno 26 n. 186 / Domenica 17 Luglio 1977


 Nella foto, una rara immagine di Carla Dal Poggio in Il sentiero dell'odio di Sergio Grieco, film del tutto invisibile.

lunedì 1 febbraio 2016

Something Wild pt. two from Proust to Zampanò

Diremmo che Jack Garfein è più vicino ai registi europei che a quelli del suo paese. Sono registi marcati da un certo tipo di cultura, e abbastanza libreschi per non saper dimenticare che la nostra epoca è di crisi, e che forse conviene cercare vie nuove. Noi non diciamo che abbiano ragione, cerchiamo soltanto di capirli. Prima ancora che fisici e matematici come Heisemberg, Fermi ed Einstein mandassero a carte quarantotto il razionalismo dei nostri padri, personaggi lontanissimi dalla scienza come Proust e Joyce avevano fracassato la psicologia tradizionale. È un fenomeno che non si ricorda mai a sufficienza. Una delle nostre grandi impressioni di lettura fu quel romanzo nel romanzo (alludiamo alla Recherche du temps perdu) in cui Swann, nello sfortunato amore per Odette, prefigura le ambasce del personaggio che dice <<je >> nel gran libro. Oppure è Saint-Loup che reca nel cuore un sentimento profondo per una donna che l'amico narratore non riesce a comprendere. Ogni uomo è una entità a sé stante che, come le monadi leibniziane, è senza finestre. I segni attraverso i quali è possibile l'esistenza civile sono sommari, utilitaristici, ma scevri della verità ultima delle anime.
A ben riflettere, in una società come quella americana di pieno impiego e di diffuso benessere, il modo di sfuggire al conformismo può essere di due tipi: o l’evasione amorosa, che si attua necessariamente con un << partner», o quella solitaria dell'alcool. Introversi, molto occupati, malinconici, è noto che gran parte dei cittadini USA preferisce il Bourbon alla compagnia femminile. Momento selvaggio ci è parso interessante perché vi si cerca una conciliazione delle due nevrosi. Né, al solito, vi inganni il lieto fine, che è un modo come un altro di sciogliere un nodo tra i più aggrovigliati.
Nella prima parte di Momento selvaggio ci sono momenti di grande bellezza, di un fascino tutto particolare. È girato in esterni, mostra quell’America insolita che è cosi magica, di essenza si direbbe Stregata, e che i registi più sensibili hanno imparato a farci vedere. Gli Stati Uniti quali appaiono in Momento selvaggio sono altrettanto patetici, ma di una qualità più accessibile, più intima. L'osservazione più giusta è che il paesaggio s’accorda al dramma della protagonista che si dibatte nello sforzo di ritornare ad essere, dopo il fattaccio, quella di prima. Si capisce, se no non ci sarebbe più il film, che lo sforzo è vano.
Ci siamo chiesti, anche perché la seconda parte del racconto, pur fatta bene, non ha il valore della prima, cosa è che ci ha turbato nel dibattersi di Mary contro una realtà spaventosa; insomma perché la storia, ispirata da un romanzo, Mary Ann, di Alex Karmel, ha finito per prendere al laccio uno spettatore incallito. Crediamo di aver trovato la risposta, anche se non sappiamo se apparirà soddisfacente ad altri spettatori. Mary è vittima, sia pure non consenziente di un peccato feroce, dettato dal furore erotico. Ma, proprio come nel mito del peccato originale di Adamo ed Eva, essa vive nel ricordo del paradiso perduto, e che sa irrecuperabile. Insomma, Garfein ha lavorato in terreno conosciuto, in un universo culturale e sensitivo comune a molte persone. È lo stesso caso accaduto a Federico Fellini per La strada. Ottuso, egoista, violento Zampanò finiva per riconoscere, attraverso il rimorso' e la nostalgia della perduta Gelsomina, la fraternità, il senso di appartenere a una famiglia unanime, dotata delle stesse. aspirazioni e paure. Siamo tutti d’accordo sul fatto che Mary a differenza di Zampanò e di Eva, è innocente. Ma il problema psicologico è sempre quello di chi è precipitato in fondo a un abisso e ha perso la luce consolatrice che scalda i suoi simili.

                                                                                 1962
Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972

domenica 31 gennaio 2016

Something Wild pt. one

 MOMENTO SELVAGGIO

Jack Garfein (nella foto a sinistra) è un giovane regista americano che si fece notare, circa quattro anni fa, con un film, Un uomo sbagliato, che aveva a protagonista Ben Gazzara. Un uomo sbagliato era un'opera' singolare per più di una ragione: ambienti e sentimenti originali, e un caso psicologico d'eccezione. In uno di quei collegi militari assai numerosi in USA una pecora nera stava mandando a ramengo quelle bianche. Dotato di un certo tenebroso fascino, il protagonista creava una propria cricca, perseguitava i compagni per bene, mentiva e contravveniva al regolamento di disciplina. Gli andava bene per un pò, combinava guai su guai; infine veniva smascherato e costretto a fuggire ignominiosamente dai compagni.
Quando Un uomo sbagliato uscì sui pubblici schermi, il maccartismo era da poco spento negli Stati Uniti, dopo aver prodotto i guasti morali e materiali che tutti sappia- mo. Il film era, a suo modo, un antidoto contro la caccia alle streghe. Mostrava come sia facile, in una società inquieta e in un particolare momento storico, montare una macchinazione cinica per impadronirsi del potere e dell’animo dei pavidi, sempre pronti a urlare con i lupi e ad agganciarsi prudenzialmente al carro del vincitore. Ovviamente, lo studio della nascita di un dittatore avveniva in Un uomo sbagliato quasi << in vitro >>: collegio, insegnanti, ragazzi non erano che l’embrione di una società assai più articolata.
Jack Garfein, che è un intellettuale, ha sposato Carroll Baker, un’attrice sofisticata ma intelligente, recluta dell'Actors' Studio, diventata celebre d”improvviso attraverso quella singolare pellicola di Kazan (da un testo di Tennessee Williams) intitolata Baby Doll. Le alleanze sentimentali e pratiche tra attrici e registi son cose di tutti i giorni. In un certo senso appaiono come un fenomeno naturale. Non c'è quindi da meravigliarsi se con quella moglie cosi dotata, il nostro Garfein ha abbandonato i collegi militari e gli echi del maccartismo, per gettarsi su un filone assai più sfruttato, quello delle nevrosi di origine sessuale.

 

 Il nuovo film ha un titolo imbroccato: Momento selvaggio. La protagonista, Mary, ha subito un’odiosa violenza che l’ha sconvolta e ferita. I genitori non ne sanno nulla e la poverina cerca di salvarsi da sola. Lascia così, senza dirne il vero motivo, la casa paterna, nell’idea che allontanarsi dai luoghi può già essere un tentativo di soluzione. Anche negli Stati Uniti, che pur per tanti lati vantano cittadini più spregiudicati di quelli dell’Europa latina, certe confessioni son difficili da rendere; e così anche là, come dicevano i nostri maestri di ginnasio, << asinus asinum fricat >›. In parole povere, Mary finisce per affidarsi a un relitto, un ubriacone ammalato di solitudine. In un film francese dell'abile maneggione Henri Verneuil non ancora giunto in Italia, Una scimmia d’inverno, si ammira `un ex- alcolizzato, Jean Gabin, che ritorna al vino rosso per amicizia di un giovane << copain >›, che è Jean-Paul Belmondo. Il film non è nulla d'eccezionale; lo riscatta l’eccezionale bravura dei due interpreti e la sincerità del testo, dovuto a quel delicato narratore che si chiama Antoine Blondin. In Francia la sbornia è allegra, dionisiaca, perciò esaltatrice; negli Stati Uniti c’è l’idea, puritana, di un'infrazione, ed è per questo che i luoghi dove si beve, in America, appaiono sempre bui e protetti da pesanti tendaggi contro l’occhio indiscreto del passante. Comunque, in Momento selvaggio, il cieco porta sulla schiena lo zoppo; Mary si allea all’ubriacone Mike e si salvano insieme. Insomma, l’amore finisce per sconfiggere l'alcool di Mike e i pessimi ricordi di Mary. Momento selvaggio è soprattutto il pretesto per mostrare le doti di una brava attrice. Carroll Baker brava lo è, ma anche Garfein è un buon regista. 
                                                                                                          1962
Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972




                                                                             continua ...

giovedì 28 gennaio 2016

May the Lord sail with Sterling Hayden


Sterling Hayden
1916 - 1986

Sterling Hayden on a barge in Amsterdam
One of those backwater Dutch canals
A bottle of Johnny Walker between his legs
Drunk but articulate as hell

He was saying, "Yeah, I ratted on people
During the McCarthy hearings, huh, you haven't the foggiest notion
Of the contempt I have for myself, maybe that's why we drink, eh?
Some damn thing, shipwrecks the heart, huh? Yah"

Sterling Hayden on a three-masted schooner
Kidnapped his kids and sailed 'round the globe
But a man can sail around in one big circle
And not escape his wounded sailor's soul

So heave her up the main sail, boys
Heave her up and away we'll go
We're bound for the bay where the white whale plays
In the midnight straits of Jericho

And if ever I return, Pretty Peggy O
All your cities I will burn, yes, I would
With your cardboard sea and your paper moon
O'er the penny arcade called Hollywood

He ran guns through the German lines in World War II
The Viking God stood six-feet-five
Played in 'Johnny Guitar and The Asphalt Jungle'
'The Killing' and 'The Long Goodbye'

I saw him once on the Johnny Carson show
Late in his troubled career
He said, "Just give me a room over lookin' the Hudson
With a mattress and a typewriter and I'll write you
A helluva novel, my dears"

So here's to all the tough guy actors
And the false gods who made 'em
And wherever he sails tonight on
 the Seven Seas
May the Lord sail with Sterling Hayden


Tom Russell

mercoledì 27 gennaio 2016

Tinea capitis

la mia e quella di :..

lunedì 25 gennaio 2016

UN RICORDO AGLI ALBORI DEL CINEFORUM DON ORIONE DI MESSINA

Il mio primo, indelebile ricordo legato al Cineforum Don Orione di Messina, è antico, per la mia vita e per quella del Cineforum: risale al 1963, anno d’inizio delle proiezioni.
Col senno del poi (allora ero solo un ragazzino), erano anni di frenetica innovazione, non solo culturale ma anche di fervore sociale e diffuso ottimismo per il futuro. Erano gli anni di Papa Giovanni e di John Kennedy e sembrava che tutto stesse migliorando vertiginosamente.
Sorprendentemente, per la cultura cattolica e clericale del tempo, Ubaldo Vinci ed altri entusiasti pionieri erano riusciti a fondare un circolo culturale all’avanguardia, all’interno di un orfanotrofio, l’Istituto “Don Orione” appunto, in cui fervevano, però, tante iniziative di quello che oggi si definirebbe il “territorio”.
Io, poco più che undicenne, frequentavo l’oratorio e la scuola statale dell’Istituto e avevo il privilegio – come il piccolo protagonista di “Nuovo Cinema Paradiso” – di essere ammesso nella cabina di proiezione, a sbirciare i film dai finestrini.
Quella sera del 1963 (ora so che era il 22 novembre), mi pare proiettassero “La Ciociara”. Le proiezioni, per statuto del circolo, erano tutte vietate ai minori di 16 anni. Guardavo perciò il film dalla cabina, probabilmente senza capirci granché, quando le luci vennero improvvisamente accese e la proiezione interrotta. Il Direttore dell’Istituto, don Guido Sareli, si presentò nella sala gremita, per annunciare che il Presidente degli Stati Uniti era stato assassinato e che, in segno di lutto, la serata finiva lì.
Compresi più in là, da grande, quanto questo gesto testimoniava non solo l’immensa popolarità di Kennedy, già noto anche ai ragazzini come me, e le speranze che aveva suscitato nel mondo ma anche la crescente partecipazione, dei cittadini e perfino delle istituzioni religiose, – che tra i giovani sarebbe esplosa da lì a pochi anni e che avrebbe coinvolto anche pezzi della comunità cattolica – verso la politica che guardava ai popoli e non solo ai potenti.
La gran parte del pubblico dei soci si spostò nell’ attigua sala TV dell’Istituto, per seguire quell’ emozionante e tragico avvenimento, che ha segnato un’epoca.
Poi, vennero gli anni di gloriosa e popolare attività del Cineforum Orione, i film e i dibattiti, appassionati e chiarificatori, che hanno formato generazioni di messinesi al gusto per il buon cinema.
Vennero gli altri circoli cinematografici (il “don Milani”, l’ “Umberto Barbaro” …), che oggi non ci sono più.
Il Cineforum Orione, miracolosamente, resiste.
Orazio Nastasi, socio.

Ottobre 2012

Per gentile concessione dell'autore, e di Nino Genovese

domenica 24 gennaio 2016

浮雲


" La vita di un fiore è troppo breve, ecco perché esso dovrebbe essere apprezzato immediatamente ".
Mikio Naruse Nubi Fluttuanti ( Ukigumo), 1955

Mikio Naruse 1905 - 1969

sabato 23 gennaio 2016

La fine dell'onda



Il quadro in alto è intitolato Il Coprifuoco ed è del pittore messinese Giuseppe Migneco (1908 - 1997). Apparve solamente, assieme ad altri su La fiera del Cinema, numero unico, giugno 1959. Le opere dovevano raffigurare un film del catalogo Titanus per l'annata '59 - '60.

mercoledì 20 gennaio 2016

Necrologia di uno scrittore

Michel Tournier (1924-2000)1
Nato nel centro di Parigi, ha capito immediatamente che si trattava della città più inospitale del mondo, soprattutto nei confronti dei giovani. Così abitò per tutta la vita nel presbiterio di un piccolo villaggio della valle di Chevreuse, quando non viaggiava per il mondo, con una predilezione per la Germania e il Maghreb. Le sue ceneri sono custodite nel suo giardino, all'interno di un sepolcro scolpito che rappresenta una figura supina con il volto nascosto da un libro aperto, sostenuto da sei scolari che ricordano, con le loro varie pene, una versione infantile dei Borghesi di Calais di Rodin.
Dopo lunghi studi di filosofia è arrivato abbastanza tardi al romanzo, che ha sempre concepito come una fabulazione dall'apparenza il più possibile convenzionale, che ricopre un'infrastruttura metafisica invisibile, ma dotata di un attivo irradiamento. In questo senso è stata spesso pronunciata la parola mitologia a proposito della sua opera.
Se si dovesse riconoscergli un predecessore e un’etichetta, si potrebbe pensare a ].K. Huysmans e a quella di  naturalista mistico. Perché ai suoi occhi tutto è bello, anche la bruttezza; tutto è sacro, anche il fango.
A proposito dell’ amore, diceva: «C”è un segno infallibile da cui si riconosce che si ama d”amore qualcuno: è quando il suo volto vi ispira più desiderio fisico di qualunque altra parte del suo corpo».
Se avesse avuto una tomba, ecco l’ epitaffio che avrebbe voluto vi fosse scolpito: «Ti ho adorata, mi hai ripagato cento volte. Grazie, vita! ››.

1 Un giornale ha svolto recentemente un'inchiesta sul tema seguente: quale sarà secondo voi il grande avvenimento che segnerà l”anno 2000? Ho risposto senza esitare: la mia morte. E ho evocato il vasto e sontuoso corteo che accompagnerà le mie spoglie al Pantheon, al suono dell'Allegretto della 7a sinfonia di Beethoven. Mi si dirà: perché morire nel 2000? Perché avrò 76 anni. Mio padre è morto a quell'età, come suo padre ecc. E una bella età per morire. Con un po' di fortuna e di assennatezza si evitano cosi le sofferenze e le umiliazioni della vecchiaia; e poi basta, non è vita a sufficienza, quella?

Michel Tournier, Immagini, paesaggi ed altre piccole prose, Garzanti, I Coriandoli, 1990

lunedì 18 gennaio 2016

Il ritorno di Joan Crawford

DUE film con Joan Crawford apparsi contemporaneamente in questi giorni sugli schermi italiani, uno di nove anni fa (Donne, diretto da Cukor) e l'altro recente (Il  romanzo di Milred  del  regista Michael Curtiz) dimostrano come possa invecchiare con dignità una bella donna intelligente attrice.
Dai tempi di Non più signore, Troppo amataAmante, Incatenata, Amore in  corsa, La fine della signora Gheney, Io vivo la  mia vita, Tormento, da quando cioè era la “ vamp ” laureata, soprattutto dai tempi del suo triste declino, Joan Crawford  è migliorata moltissimo, anche il suo fascino si è ammorbidito  arricchito. Non è difficile essere una bella ragazza selezionata dal cinema, far cadere in estasi attori e platee a venti e trent’anni, con l’aiuto di un bravo sarto, di un trucco sapiente e di una femminilità accorta e sensibile. E’ meno facile essere una bella donna quarant’anni, avendo cura della propria fama di eleganza ardita .Senza esagerare, e sapendo adattarsi a rappresentare la madre una ragazza ventenne.
Ci aspettavamo questa «rentrée›› di Joan Crawford in cui avevamo presentito una personalità d'eccezione nonostante i ruoli piuttosto frivoli che le vennero assegnati per anni. La maturità artistica e fisica della Crawford ce la mostra ora com’è  veramente: vibrante e risoluta, costruttiva. Oggi Joan è ben più di una creatura affascinante e dinamica, è una donna piena di slancio e di bontà che sa sacrificarsi in silenzio, generosamente e con coraggio, che ha saputo nel romanzo di Milred  fingere liricamente con intuito profondo quella maternità che la natura le ha negato.
Già nel film Donna senza volto, visto l’anno scorso, essa aveva accennato a questa sue nuove possibilità. Ricorderete, a parte il gratuito e il frusto della vicenda, quella sua cattiveria sofferente e sconsolata. In Donne, girato poco prima, era invece la solita donna fatale, avida e rovina famiglie. Col romanzo di Milred, per cui le fu assegnato l’« Oscar ›› il massimo premio americano,  ora Joan si consacra grandissima attrice e donna completa. Ha imparato a soffrire con tutta l’esteriorità e la comunicativa che offre il cinema, senza rinunciare ad essere donna desiderabile.
MARTA SCHIAVI
L’ILLUSTRAZIONE DEL POPOLO ANNO XXVII N. 2     11- 01 - 1948




domenica 17 gennaio 2016

OGGI


Bastano poche parole per esprimere la grandezza di questo film di Monta Bell del 1927. Essa è dovuta in modo speciale alla semplicità del soggetto, all’accortezza di una regia che sembra quasi non esistere e soprattutto grazie alla bravura di John Gilbert forse il più grande attore, assieme a George Bancroft, del cinema muto hollywoodiano.
Un ingenuo ragazzo che ha in testa come immagine muliebre quella della madre si innamora della society editor  del giornale per cui egli è reporter . A seguito di un inconsulto gesto commette un assassinio e viene condannato “ to be hanged by the neck until dead “ per citare le didascalie del film.
In certe parti del film sembra scorgervi l’ombra del Delitto e Castigo così come pure, col senno di poi, la figura della madre di Pier Paolo Pasolini,  Signora Susanna. Ma è John Gilbert che rende possibile tutto ciò, solo grazie agli stati d’animo percepibili attraverso il suo volto e le sue espressioni.
Alle volte è bastato poco ai registi del cinema muto per creare opere che al confronto con quelle di oggi sembrano vette irraggiungibili.


lunedì 11 gennaio 2016

Igino Lardani al servizio di sua maestà britannica


Questa ricerca per la realizzazione di una filmografia su Iginio “ Gigi “ Lardani prosegue tra mille difficoltà e incertezze dovute ai pochi mezzi a disposizione e soprattutto perché fatto alla periferia della nazione, cinematografica intendo. Quasi tutti i personaggi con cui Lardani ha collaborato sono scomparsi o in via di scomparsa per cui bisogna andare cauti sulle attribuzioni di titoli, molte sono le supposizioni per via di raffronti essendo la filmografia distinta tra titoli e prossimamente al cinema e un solo manifesto pubblicitario,quello per Mezzogiorno di fuoco del 1952. Lardani è stato l’amico e il compagno di lavoro di Pasolini e Leone per citare grandi nomi, ma anche di Michele Lupo, Tonino Valeri ed Enzo G. Castellari e molto spesso i suoi lavori avevano lo strato musicale di Francesco De Masi, del maestro Morricone e di Bruno Nicolai. Alla visione di queste realizzazioni c’è da ritenere che se non fosse stato strappato alla vita da una prematura scomparsa l’arte di Lardani si sarebbe progressivamente evoluta grazie anche alle nuove tecnologie di manipolazione delle immagini che dall’analogico passavano al digitale. Infine questo lavoro è reso possibile solo per mezzo delle poche informazioni reperibili on web e soprattutto per merito degli appassionati di cinema che alimentano di continuo con i loro carichi di interi film o singole scene il Tube, considerando la voracità dei possessori dei diritti di sfruttamento e l’inettitudine delle istituzioni statali.
Stando così, si è felici quando viene alla luce un titolo sicuro dovuto al suo accredito nei titoli di un film, come questo Colpo maestro al servizio di sua Maestà britannica del 1967 diretto da Michele Lupo

giovedì 7 gennaio 2016

Il tenente scomparso

OGGI

Tratto  dal romanzo omonimo di Nicola Misasi fu diretto da Raffaello Matarazzo nel 1952.  E’ la storia del tenente Giorgio Biserta, che incaricato di combattere il brigantaggio in Calabria, in casa dei conti di Monserrato, ingravida  una sconosciuta, che in realtà è la contessa Elisa. Dopo cinque anni il tenente ritorna in terra calabra con la speranza di ritrovare la donna.
Amore, Mistero, Passione, Lacrime; come quasi tutti i film di questo genere fu girato a San Giovanni in Fiore.
Il tutto per mezzo di Massimo Girotti, Milly Vitale, Gualtiero Tumiati, Aldo De Benedetti , Carlo Montuori,Piero Filippone, Mario Serandrei e dulcis in … Ponti De Laurentiis

Praticamente è invisibile se non in qualche foto o locandina

mercoledì 6 gennaio 2016

Shane obsessed


by Shane MacGowan 

“Our idea of New York was based on movies like Once Upon A Time In America, which we were obsessed with,” explains MacGowan. “We borrowed a lot from the soundtrack of that film.
 “We were listening to so much other stuff. We were watching for example, the movie Once Upon a Time in America. It was a great band favourite and it had, as with most Sergio Leone movies, a great soundtrack by Ennio Morricone.
“There were elements of that music that we felt we wanted to explore and it influenced the beginning, the ballad part of Fairytale of New York, the sort of crooner section.
“What we essentially did was we wrote a sort of drunk version of an Ennio Morricone thing.”
“We used to watch Once Upon A Time In America on a loop when we were on tour. That must have had some kind of effect somewhere.

   

lunedì 4 gennaio 2016

Mr Sergio Leone, I am Harry Grey

“ We left immediately, to go to a certain bar in Manhattan which Harry Grey had mentioned. I don’t remember the name of it. lt was near the New Calvary Cemetery, just off Greenpoint Avenue . . . The bar, it was dark and sordid - of course, just as yould expect. Furtive creatutes were sitting at little tables in the shadows, whispering strange secrets to one another. A couple of prostitutes, with long stiletto boots of red plastic and aquamarine wigs. l couldn't tell if they were white or black. The barman was fat, but seemed benign and of uncertain sexual orientation. He was silently moving back and forth, behind the marble shelf, like a wind-up gnome. He was exactly in the mould of Fat Moe in  Once Upon a Time in America. And this place - relaxing and secretive at the same time - was maybe the model for the 1968 version of Fat Moe's bar. The sequence where Noodles, after forty years' absence, comes back to New York and calls Fat Moe from a telephone kiosk in front of his bar - that was exactly like how we met Harry Grey. We sat next to a window, under a big neon advertisement for Coca- Cola . He arrived after a few minutes, as dead on time as a quartz watch. He waited a few moments, at the entrance, nodded “hello” to the barman and made a beeline in our direction. He was short and thick-set, with a bull neck, a very smooth face and the rosy cornplexiun of a child, and he wore a hat which was already out of fashion when Claudette Colbert was young. Grey looked something like Edward G. Robinson, yet he was over seventy by some distance. We shook hands. He sat down and ordered a Whisky, which he never actually drank. He studied it, coolly, for some time. Maybe he had cholesterol problems and ordered the drink only for appearances' sake - as is sometimes the custom in America. Where appeararices play such a big part. He was a man of very few words. Yes, no, maybe. He had the vocabulary of a Dashiell Harnmett gangster, speaking only about essentials. And acting for an invisible public “.

Sergio Leone in Something to do with  Death by Christopher Frayling


domenica 3 gennaio 2016

La discesa agli inferi di David Gray

OGGI
al Circolo di Cultura Cinematografica “ Yasujiro Ozu “

Storia di pulsioni e di sangue, di libido e di morte, Vampyr, attraverso,una trama dai molteplici centri, riconduce il motivo del vampirismo alla dimensione labirintica del sogno e rende visibile la dinamica dell'inconscio. Del resto, lo statuto oggettivo del reale è messo radicalmente in discussione dalle peregrinazioni di David Gray, dal suo trovarsi in mezzo a cose e ambienti dotati di valenze indecifrabili o aperti a significazioni minacciose, oscure. Nel perimetro onirico, infatti, i dati risultano sovvertiti. Anche l”insegna di una locanda o una stampa contengono premonizioni, allusioni, taciti richiami. Tutto diviene fluido, impreciso. Vampyr propone una discesa nelle stratificazioni dell’inconscio. Vuole, insomma, essere scrittura che si esprime nel linguaggio dell’altro, e presentarsi inequivocabilmente come finzione. Un flusso narrativo omogeneo organizza contemporaneamente il gioco polivalente degli attanti (i personaggi, gli oggetti) e la danza delle ombre (si vedano, durante l'esplorazione di David Gray nella fabbrica abbandonata, le silhouette: dei ballerini in costume e dell’orchestrina proiettate in rapida successione su una parete bianca), rinviando apertamente all'irrealtà delle epouvante e richiamando la definizione del cinema come territorio del fantastico. Ma Vampyr si configura come finzione anche perché, lasciando parlare l’altro, o meglio utilizzandone il linguaggio, è già scrittura, organizzazione di segni in un sistema
trascendente.


 Pier Giorgio Tone, Carl Theodor Dreyer, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, 1978


mercoledì 23 dicembre 2015

Da Alberto De Martino a Quentin Tarantino


IL FILM DI NATALE

Se a suo tempo passò come una commediola con risvolti sociali, oggi La cuccagna (1962) di Luciano Salce si è trasformata come il ritratto di un’epoca: quella del successo economico e delle fiduciose speranze. Basato su un soggetto di Luciano Vincenzoni e Alberto Bevilacqua il film vuole essere ancor di più un reportage sulla condizione giovanile agli inizi degli anni sessanta. Di già, sempre Salce, con La voglia matta (1962), si era soffermato sul mondo dei rampolli frutto della borghesia; questa volta indugia sul ceto medio - basso, quello che vive nei grandi caseggiati sorti sulle macerie dell’ultima guerra mondiale. Il soggetto e il conseguente trattamento fanno sorgere gli accostamenti più disparati: la presenza di Vincenzoni non può che rimandare ad alcuni lavori di Pietro Germi realizzati in quel periodo; lo sguardo sui due protagonisti rimanda a Robert Bresson. A questo proposito siamo coscienti di essere in torto, ma che volete farci, è colpa del cinema, e a chi lo frequenta assiduamente è permesso di tutto e di più nei suoi confronti. E il web concede di andare oltre il Fofi o il Brunetta sulla scrivania.
Sconfinando...
Col senno di poi possiamo azzardare l’idea che alla base del suicidio di Luigi Tenco vi è questa sua unica, garbata, prova da attore. Ma quello che più ci sta a cuore, ed i rimandi costruiscono un  labirinto, sono le note o meglio le sonorizzazioni del Maestro, giovane e provocante. Ogni piccolo suono che esce dalla pista sonora de La cuccagna è un richiamo ai suoi lavori futuri, appresso ai registi che gli hanno consentito la presente celebrità, da Alberto De Martino a Quentin Tarantino. E ora sentiamo la mancanza di Nigel con cui ci si poteva sfidare a  riconoscere, in queste note, più titoli di film.

lunedì 21 dicembre 2015

A proposito di Jane

 



Silent film, Godard suggests, was materialist. Each actor had his own image. Only with the advent of the talkies did actors begin to "talk" alike. Silent film stars thought, “I am film, therefore I think." Stars of the talkies reversed the proposition: "I think that I am an actor, therefore I am filmed “

Il film muto , Godard docet , era materialista. Ogni attore aveva la sua propria immagine . Solo con l'avvento del sonoro gli attori hanno iniziano a " parlare ". Le stelle del cinema muto pensano: " Io sono il film, quindi io penso “. Le stelle del sonoro hanno invertito la proposizione: " Penso che io sono un attore , quindi sono filmato ".

James Monaco, The new wave, 2004

domenica 20 dicembre 2015

Doppio spettacolo in HD

OGGI

Film come A Suon di Lupara e Gente d’Onore, ambedue del 1967, venivano proiettati come supporto alla prima pellicola in programma nei cinema di penultima visione. Erano sale non per forza rionali, spesso avevano sede anche nel centro urbano come l’Orfeo in via Nino Bixio o l’ Astra in via Pasquale Calapso; sale rionali lo erano l’Orientale a Camaro, l’Astoria al villaggio Santo , il Cariddi al Faro. Tutte, tranne l'Orfeo,ora Capitol, sono HD: hard non high,discount non definition. Ciò non toglie che ad ascoltare le voci dei doppiatori, i suoni riprodotti artificialmente in studio, le musiche di Benedetto Ghiglia o Lallo Gori, si è riportati indietro nel tempo, in quelle sale appestate dal fumo di sigaretta, ammorbate dagli sputi per terra. Il fascio di luce che proveniva dalla cabina di proiezione andando a sbattere sullo schermo faceva estraniare il più schifiltoso tra i presenti nel locale. In quei tempi adolescenziali non si era esigenti in fatto di trama quanto dalle azioni e il film veniva giudicato bello o brutto in base alla sua scorrevolezza. Oggi … Il film di Luigi Petrini parte bene e si ingarbuglia nelle idiozie. Quello di Folco Lulli vorrebbe essere, ma non è, un Bud Boetticher d’annata.

giovedì 17 dicembre 2015

Nelle fauci del Cariddi


Cariddi, il cinema
Non mi risulta che nell’area metropolitana messinese sorgesse una sala cinematografica recante il nome Colapesce. Ma il Cariddi c’era, ed era proprio nel suo posto ideale, quello della leggenda. La leggenda divenne romanzo con i modi di Stefano D’Arrigo e Cariddi, con il cinema, nella sua terra.

Il dipinto riportato in alto fu commissionato al pittore calabrese Enotrio, si trova ne
La Fiera del Cinema, ottobre 1959 e fa riferimento al film La Battaglia di Maratona, dello stesso anno.