Nino Misiano attore e produttore messinese in Campane a martello del 1949 di Luigi Zampa
Mimmo Addabbo - Lolli,Ubaldo Vinci, Gianni Parlagreco,Catalfamo,Fabris, Valentino,Margareci,Crimi,Fano e i Sigilli
lunedì 16 novembre 2015
domenica 15 novembre 2015
Jean Prévost e Robert Brasillach scoprono il cinema 2
Spianate le tende dei nuovi profeti, la polemica, come
s'è detto, è continuata sotterranea nella Francia moderna. Essa è arrivata alla
luce del sole tutte le volte che il paese è stato squassato da una ideologia,
da una passione, o dal piede dello straniero. Il problema s'è posto con Zola durante
l'affare Dreyfus; con Jaurès e con Péguy al principio dell'altra guerra; s”è
ripresentato con i nostri due morti nel corso della lotta civile che ha opposto
sanguinosamente le due Francie negli anni del1°occupazione tedesca.
Il dovere s'è atteggiato, per chi era in buona fede,
per chi si è buttato nella lotta col cuore, in due modi' diversi. Tanto
Brasillach come Prévost hanno pagato con la vita la fede alla loro giovinezza;
ma uno è morto alla luce del sole e l'altro negli incerti mattini che assistono
alle esecuzioni.
Non è lecito ricercare nei due, oltre la polemica che non
tocca uno straniero educato, il punto del loro avvicinarsi?
Questo punto è, ancora una volta, il cinematografo. Il
cardinale di Retz, che era stato un protagonista della prima Fronda e che era
quindi in grado di intendersene, ha lasciato scritto che << la più grande
disgrazia delle guerre civili è che si è responsabili anche del male che non s'è
fatto >>. Ricordiamoci che la pagina innocente nella cultura di questi due
scrittori, come si dice con termine alla moda, << impegnati >>
nelle passioni e nelle fazioni del loro tempo è stato il gusto delle sale
oscure, dove esseri silenziosi, che non si
conoscono, che sono stati lì condotti dal caso,
assistono con interesse, con noia e qualche volta con disgusto, ad azioni, fantasticherie,
atteggiamenti di ombre che si muovono nel fondo, proiettate da un fascio di
luce, sulla bianca tela dello schermo.
Questo fatto enorme che è stato il cinematografo per i
moderni, s’è incontrato in due intelligenze, votate per tutto il resto alle
differenze più complete, ma, in questo piacere, all’unisono. Per questo piacere
le due esistenze hanno avuto un momento di abbandono e di quiete. Avvicinati
dal gusto del cinema, Roberto e Giovanni hanno trovato momenti di calma, di
tranquillità, di sogno, in anni che non promettevano nulla di buono. Forse
anche una conferma e un incoraggiamento al loro egoismo. Forse Brasillach e
Prévost hanno trovato la forza della penosa ultima ora nel
ricordo degli incantevoli, innocenti film in cui una civiltà lontana, e per tanti
lati ancor fanciullesca, rievocava le storie del passato prossimo. Con l’infallibile
<< Colt» impugnata dalla mano ferma, William Hart abbatteva, uno dopo
l'altro, gli indiani o i banditi assalitori; Douglas, nelle vesti di Zorro, sfidava
i più incredibili pericoli; più umanamente, con più profonda poesia, armato solo di una bombetta, di
scarpe sformate, di un ridicolo bastoncino, Carletto Chaplin affrontava le
miserie dell’esistenza e le delusioni d’amore. Nel buio, due giovani, ancora
felici, che avevano successo nella vita, i cui libri erano apprezzati, la cui
salute era buona, assistevano commossi a così innamoranti finzioni di vita. Mai
avrebbero pensato che sopra di loro incombeva un nembo ben più tremendo, che il
cinema, come le antiche arti, avrebbe conquistato le sue patenti di nobiltà
insegnando le cose supreme.
Nelle paginette eleganti della «Nouvelle Revue Française >> e della << Revue Universelle >> Prévost e Brasillach stendevano, acutamente, amorosamente, sul cinema le loro intelligenti riflessioni critiche. Forse il cinema li ha premia ti insegnando loro', non solo a vivere, ma a morire.
giovedì 12 novembre 2015
Jean Prévost e Robert Brasillach scoprono il cinema
ROBERTO E GIOVANNI
I due destini, come si è detto, ci angosciano. Quello
che è successo a Prévost e a Brasillach poteva succedere a noi e ai nostri
amici. E gli interessi culturali dell'uno e dell’altro ci erano tanto vicini,
da aver l’impressione, leggendoli, di intendere la voce di un compagno di
banco, di un collega di università o di redazione. Si intende che la fine di Brasillach,
per quel moto del cuore per cui i peccatori puniti ci sono più vicini della
gente meno avventurosa, ci è vicina con maggior urgenza di quella di Jean
Prévost; eppure, per uno straniero disinteressato, forse per lo storico futuro,
i binari del loro destino, cosi divergenti nella cronaca contemporanea, finiscono
per unirsi. Per ciò che riguarda il cinematografo, la
testimonianza di Prévost come quella di Brasillach è una testimonianza preziosa.
Sono, nel primo dopoguerra, degli intellettuali che si avvicinano al cinematografo,
non più per sfruttarlo o per un labile divertimento. ma per comprenderlo,
amandolo. Per molti uomini di lettere, usciti, adolescenti o ragazzi, dalla
vittoria del '19, il cinematografo fu davvero una scoperta vitale, una finestra
spalancata su panorami e vie sconosciute, una magica possibilità offerta a un
romantico desiderio di cose nuove, di nuove esperienze, di conturbanti scoperte.
Questa testimonianza è affidata sia nell'uno che nell’altro scrittore a due delicati
romanzi, in cui la parte autobiografica ha, come accade, un accento più puro e
pagine rivelatrici.
In
<< Diciottesimo anno >> Prévost ha fatto il racconto della sua
giovinezza studiosa, del suo incontro con la politica attiva e con l’insegnamento
di uno dei cervelli più lucidi, dei caratteri più fermi, delle coscienze più
singolari di Francia, il filosofo Alain, Prévost vi racconta che, diciottenne,
andò incontro, portando la bandiera rossa, alle << matraques ›› dei
poliziotti. Con lo stesso animo, vent'anni più tardi affronterà le pallottole
naziste. Ne << I sette colori >> Brasillach narra
In Francia, paese cattolico alle frontiere con le
nazioni protestanti, vige dal ”6oo, da quando il Re Sole fece abbattere i muri
degli eremi di Port Royal, una sotterranea polemica che è la polemica
giansenistica. I solitari pensatori di Port Royal volevano immettere nella
coscienza cattolica la sottile angoscia della Grazia. Perché alcuni di noi
saranno eletti nel cielo ed altri condannati alle tenebre eterne? Perché Dio,
che sa tutto, ha deciso lui di scegliere nella paurosa lotta della salvazione?
E come ammettere il velo di oscurità, la cortina fumogena, diremmo noi moderni,
che l'autorità di Roma ha voluto porre, schivando le pagine di Sant”Agostino,
su tale problema?
Spianate le tende dei nuovi profeti, la polemica, come
s'è detto, è continuata sotterranea nella Francia moderna. Essa è arrivata alla
luce del sole tutte le volte che il paese è stato squassato da una ideologia,
da una passione, o dal piede dello straniero. Il problema s'è posto con Zola durante
l'affare Dreyfus; con Jaurès e con Péguy al principio dell'altra guerra; s”è
ripresentato con i nostri due morti nel corso della lotta civile che ha opposto
sanguinosamente le due Francie negli anni del1°occupazione tedesca.
Il dovere s'è atteggiato, per chi era in buona fede,
per chi si è buttato nella lotta col cuore, in due modi' diversi. Tanto
Brasillach come Prévost hanno pagato con la vita la fede alla loro giovinezza;
ma uno è morto alla luce del sole e l'altro negli incerti mattini che assistono
alle esecuzioni.
Non è lecito ricercare nei due, oltre la polemica che non
tocca uno straniero educato, il punto del loro avvicinarsi?
continua
Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972mercoledì 11 novembre 2015
L' amaro Averno
OGGI
Il mito greco è sempre stato riplasmato ad uso e convenienza latina. Se
ne impossessò dapprima la letteratura – non tutti sono Ste fano D’Arrigo – ed il
cinema vi si adeguò da par suo. Sullo schermo i personaggi della mitologia
greca sono stati rivisitati, corretti e adattati a soggetti per un pubblico
vasto e senza pretese di correttezza. Non sono
sfuggiti a questo procedimento né Ercole e Deianira così come Teseo,
Giocasta, la Sibilla e le Esperidi in questo Ercole al centro della terra di Mario Bava del 1961. La novità è
nella commistione dei generi cinematografici di più facile presa sul pubblico:
il peplum ed il macabro. Ancora nuovo è l’uso espansivo di effetti speciali e
luci, e chi meglio di Mario Bava si poteva districare con gelatine, fantocci e
modellini? Agli attori si chiedeva poco: prestanza fisica e qualche acrobazia,
mentre a Cristopher Lee la solita perfidia di classe made in England.
Questi prodotti alla fine del loro viaggio nelle sale laiche finivano
sgonfiati in 16 mm per la gioia del pubblico infantile delle sale parrocchiali,
sottacendo i guadagni dei parroci come dei distributori di film a passo
ridotto.
lunedì 9 novembre 2015
Iginio Lardani Express
Ci sono molti indizi per attribuire questo prossimamente per il film di Michele Lupo del 1976 ad Iginio Lardani come la grafica e le animazioni
domenica 8 novembre 2015
La casa sulla collina
Sai, costruiremo la nostra casa
proprio in cima a una collina.
Noi giapponesi abbiamo sempre avuto
l'abitudine di costruire le case...
...in terreni bassi, o magari
nelle valli, tra le montagne...
...o nei boschi,
sui bordi dei laghi.
Sì, è vero.
Ho visto dei quadri,
una volta, di paesi stranieri.
E lì, le case
erano tutte in alto.
Invece, da noi, le case
di solito le fanno in basso.
C'è una ragione per questo sai?
In Giappone abbiamo
terremoti, i grandi tifoni.
Le case di legno in luoghi alti
vengono facilmente distrutte...
...da terremoti e tifoni.
Quindi fecero le case in basso
perché fossero più al sicuro.
Però, vedi,
questa non è l'unica ragione.
Noi giapponesi amiamo di più
la luce morbida e diffusa...
...piuttosto che
quella violenta del sole.
Noi preferiamo l'ombra.
E poi, a noi piace, sopra ogni
cosa, vivere in mezzo alla natura.
È per questo che non ci siamo
mai adattati alle case di pietra.
Sì, è giusto. Neanche a me
piacciono le case di pietra.
Sono troppo fredde per me.
Comunque non dobbiamo
dimenticare una cosa.
È vero che ci piacciono
le case di legno,...
...ma per questa nostra
tradizionale preferenza...
...rischiamo di restare gente debole.
senza profonde capacità di resistenza.
Gli stranieri
sono duri e aggressivi...
...principalmente perché
da tempo vivono...
...in grandi case
fatte di pietra e di cemento.
Ma adesso è venuto il momento
di costruire la nostra casa.
Noi dobbiamo pensare
al nostro futuro.
Al nostro
e a quello dei tuoi figli.
E a quello
dei tuoi nipoti e pronipoti.
Trovo che è giusto.
Dialogo tratto da Dodes'ka-den (1970) di Akira Kurosawa
mercoledì 28 ottobre 2015
Who is the little guy?
martedì 27 ottobre 2015
Stretto strettamente sonoro
Giovanni Rappazzo Messina 1893 . 1995
Il Cinema italiano, a partire dal 1895, si servì di accompagnamenti
musicali dal vivo o da dischi preregistrati
che fornivano una sonorizzazione rozza e asincrona dei film.
Il problema di una sincronizzazione magnetica venne risolto nel 1921 dal
messinese Giovanni Rappazzo, il quale inventò e poi brevettò il sistema di una
“pellicola a impressione contemporanea di immagine e suoni” su nastro magnetico.
Purtroppo Rappazzo non trovò alcun finanziamento, il brevetto scadde il 30
marzo 1924 e non fu rinnovato, permettendo così all’americana Fox di brevettare
esattamente quello che Rappazzo aveva già brevettato e fatto scadere. Con
questa acquisizione della Fox nasceva nel 1929 il cinema sonoro, mentre sulla
grande scoperta di Rappazzo, che è stato di fatto l”inventore del sonoro sincronizzato,
calò l`oblio.
Ennio Bispuri, Il Cinema Italiano in 100 parole,
Gremese, 2015
venerdì 23 ottobre 2015
giovedì 22 ottobre 2015
On set
Top 20 : The Best Films Set in the Film
da Film Comment
1. Contempt Jean-Luc Godard, 1963
2. The Bad and the Beautiful Vincente Minnelli, 1952
3. Singin’ in the Rain Stanley Donen & Gene Kelly, 1952
4. Irma Vep Olivier Assayas, 1996
5. Sullivan’s Travels Preston Sturges, 1941
6. Mulholland Drive David Lynch, 2001
7. Day for Night François Truffaut, 1973
8. Beware of a Holy Whore Rainer Werner Fassbinder, 1971
9. The Player Robert Altman, 1992
10. Sunset Boulevard Billy Wilder, 1950
11. In a Lonely Place Nicholas Ray, 1950
12. Inland Empire David Lynch, 2006
13. Ed Wood Tim Burton, 1994
14. 8 1⁄2 Federico Fellini, 1963
15. Boogie Nights Paul Thomas Anderson, 1997
16. Actress Stanley Kwan, 1992
17. Abel Ferrara, 1993
18. Symbiopsychotaxiplasm: Take One William Greaves, 1968
19. Barton Fink Joel & Ethan Coen, 1991
20. The Last Movie Dennis Hopper, 1971
L'originale è qui:http://www.filmcomment.com/article/film-comments-trivial-top-20-expanded-to-50-the-best-films-set-in-the-film/
mercoledì 21 ottobre 2015
Missione possibile
Ho
composto le musiche (di Mission, 1986)
dopo che il film era finito. Quindi, ho visto prima il film e poi ho scritto la musica. Per
quanto riguarda la sequenza in cui lrons suona l`oboe, avevamo già messo un pezzo di Benedetto Marcello. Naturalmente non si voleva assolutamente mettere
un adagio di Benedetto Marcello, però il pezzo funzionava. Quando ho terminato
la visione dell`opera di Joffé, io ho rifiutato di comporre le musiche. Perché?
Perché il film mi sembrava talmente bello anche senza musica e soltanto con questo
pezzo di oboe che mi pareva un peccato metterci le mani e comunque mi sembrava,
forse, di togliere quell`emozione agli spettatori così come l`avevo provata io.
E io avevo provato questa emozione senza musica. Allora rifiutai
il film alla fine della proiezione, a Londra, e il produttore, che era Fernando
Ghia mi disse: "Se non vuoi farlo me lo dici”. Ma avevano visto che il
film mi era piaciuto tantissimo e alla fine ho accettato di scrivere le musiche
per questo film.
Ennio Morricone, Il cinema è musica
Centro Studi Cinematografici Anno XX n. 1-2 gennaio/aprile 1990
lunedì 19 ottobre 2015
Dr Paul Fejos
Per rendersi conto a che punto fosse arrivato il cinema muto
prima dell’avvento sonoro, basta assistere alla visione di due film realizzati
da Pal, Fejos sul finire degli anni 20 del secolo passato. Nei loro confronti
Nanni Moretti si rivela un ciarlatano, Martin Scorsese un razziatore di idee
altrui e Wim Wenders un pallone aerostatico. In Lonesome ( Primo amore)
del 1928 e The last performance del
1927 Pal Fejos porta le tecniche di
ripresa e montaggio e con esse del linguaggio filmico ad una svolta che ancora
oggi sbalordisce. Di più, queste possono essere considerate come opere di un regista
cinéphile, prima di Godard, amante dell’espressionismo tedesco o del cinema
americano anche per come conduce gli attori davanti l’obiettivo: in Lonesome americani, in Last Performance Conrad Veidt . Poco
soddisfatto dell’America Pal Fejos rientrò in Europa e ancora più insoddisfatto
del cinema si dedicò con successo all’antropologia lasciando a noi la sua fama
di mago dello sguardo.
domenica 18 ottobre 2015
Gangster e co.
3
Frattanto, depressione e << New Deal >› aiutando,
il mito del «gangster» s'era sgonfiato come, troppo cincischiato da vogliose
mani infantili, si affloscia il palloncino di un bimbo. Occasionale ma rivelatrice
ironia, il capo dei << G. Men», Hoover, aveva lo stesso cognome dello
sfortunato presidente che aveva promesso la prosperità << all'angolo della
strada ›>. Accadevano cose incredibili nella democrazia prima devota al
<< laissez aller >› e alla libera iniziativa. Il periodo si saldava
con gli speculatori rovinati che si gettavano dall'alto dei grattacieli e con
il << Brain Trust >› rooseveltiano che, dopo aver abolito la
proibizione, prima origine del gangsterismo, si preparava all'iniziativa
<< sociale >> della << Tennessee Valley >>. Nell'euforia
dei primi anni del regime di Franklin and Eleanor l’aquila degli indefessi
<<newdealers >> fu pure l'emblema protettivo dei film di Hollywood;
cinematografie celebrative degli uomini di Hoover fiorirono l'una dopo l'altra:
G. Men di Keighley (La pattuglia dei senza paura, 1935), e Public Hero No. I di Ruben (Missione eroica, 1935). G. Men è più importante di Public Hero No. I per la superiore
densità dell'azione e per la mancanza di trappole sentimentali; mentre Public Hero No. I vince il rivale per
una sorta di dilatazione dell'assunto - la lotta contro i banditi in pro di una
superiore dimensione cornelliana che tocca, oltre la vicenda << périssable
››, conflitti d’anime antichi come
l'uomo. E valga il vero. Mentre in G. Men
è la lotta dell'uomo della legge contro i banditi, con la piccola complicazione
di Ann Dvorak, venuta difilato da Scarface,
dove figurava come sorella di Paul Muni e fidanzata di George Raft, in Public Hero No. I sentimenti eterni come
la Donna e l'Onore erano il perno del racconto. Conflitto col Dovere, risolto
nello stupendo episodio del capo dei G.
Men che ricorda al subordinato incerto il giuramento prestato, e conflitto
sentimentale (tipicamente cornelliano!) quando Chester Morris s'accorge che Jean Arthur è sorella del fuorilegge Calleja. È caratteristico,
per aver la riprova del diverso peso psicologico dei due film, che, dopo tanti
anni, e anche qui, ahimè!, senza rilettura, la memoria indugi, compiaciuta e
appagata, sulla battaglia finale per G.
Men e su episodi come l”atrio dell'albergo durante l’alluvione in Public Hero No. I. L’anno dopo con The Petrified Forest (La ƒoresta pietrificata) e, ancora più
decisamente, nel 1937, con Dead End (Strada sbarrata) il genere <<
gangster ›› finiva gloriosamente nelle mani di Archie Mayo e di Wyler. Dietro non c”era più la divina
inconsapevolezza della cronaca ma l’abilità mercenaria dei teatranti di
Broadway, più usi al crepitare degli applausi che a quello delle pallottole. Le
spericolate, facinorose redazioni di Chicago erano state sostituite dalla falsa
semplicità dei bar e del Greenwich Village. L'eroe delle nuove storie è Bogart,
che si appoggia ai versi di Villon recitati con intellettuale estenuatezza da
Leslie Howard e alla scaltrezza istrionica di Bette Davis, cui tutto fa brodo per far le scarpe a Greta << divina >>. Come lo
stupefacente impianto di Dead End non riuscirà a farci dimenticare lo scipito
idillio di McCrea, i fondali dipinti, e la fissità « aristotelica ›>
dell'azione, del tempo e del luogo. Figlio della cronaca, il film << gangster»
era stato adottato dagli intellettuali, pronti a rivestirlo di panni accademici
e ad introdurlo, tutto ravviatino, nei salotti. Dopo aver suonato lugubre a
Roncisvalle ed elegiaco sui colli di Scandiano, il corno di Rolando si
apprestava a incontrare l'approvazione dei cardinali ferraresi. L’<< arte
>› vinceva lo slancio vitale, le ottave di messer Ludovico facevano obliare
la canzone di
gesta.
1950
Pietro Bianchi, Maestri del cinema
giovedì 15 ottobre 2015
Gangster e co
2
Prima della reazione << virtuosa >> e dell’idealizzazione del G. Men ha luogo l’apparizione del capolavoro: Scarface (1932) di Howard Hawks. La
materia, grezza ed informe, si nobilita in una rappresentazione affatto scevra
di compiacenze estetizzanti o di mire didascaliche. L'unità artistica è data
dallo stile che ricorda i precetti stendhaliani circa l’efficacia della lingua del
Codice civile. Scarface è nella memoria
di tutti perché è arrivato da noi nel dopoguerra; ma la schematicità e l”enfasi
della stesura fotografica hanno aggiunto, almeno per me, incanto ad incanto. `
Così come s’è potuto dire con cognizione di causa che la fotografia
della piccola martire di Primavalle, con quegli occhi spalancati e la
sciarpettina attorno al collo, << exploit ›› di un fotografo di
periferia, può ricordare un Matisse. Mentre, in un adeguato ritorno
cinematografico, i vecchi cronisti romani parlarono di << giglio infranto
››. Senza esitazione, metterei invece da parte City Streets (Le vie della
città, 1931), di Mamoulian, non senza la debita reverenza al talento,
alquanto facinoroso e bluflistico, dell'armeno: per la nostra ricerca, apporto per nulla genuino. Mentre nella stessa
direzione, e quasi per le stesse ragioni, è da scartare risolutamente l’intelligente
Ford di The Whole Town’s Talking (Tutta la città ne parla, 1935). Con Scarface, ma a un gradino più sotto,
sono invece da registrare in quegli anni The
Beast of the City (Il nemico pubblico
No. 1, 1932), e The Story of Temple
Drake (Perdizione, 1933) i cui
autori, Charles Brabin e Stephen Roberts, ebbero comune il breve destino. The
Beast oƒ the City racconta un caso piuttosto romanzesco. Il capo della polizia
in una certa città ha per fratello il responsabile di un commissariato. Di
carattere debole costui (Wallace Ford) è irretito da una ragazza (Jean Harlow),
affiliata a una << gang >>. A un certo punto il giovanotto traviato
si ravvede; il capo della polizia (Walter Huston) affronta i banditi riuniti a
banchetto; il capo della << gang» si fa scudo del poliziotto tarato, che
incita il fratello ad aprire il fuoco. Nella sparatoria muoiono i due fratelli
e la mala femmina, colpita a morte mentre fugge su una scala. Nel film Jean Harlow,
ancora acerba, aveva scarso peso. Non c'era alcuna ricerca formalistica o
psicologica. Si trattava di una nuda narrazione di fatti, resi pregnanti dalla
speditezza del montaggio, da una quantità di particolari di suggestione
immediata e dalla spontaneità degli interpreti. Tutt’altre ambizioni in The Story oƒ Temple Drake. Il successo
del romanzo di Faulkner (uscito nel '31, ma scritto in precedenza), da cui la
pellicola era ispirata, << Sanctuary», era soprattutto di scandalo; pochi
avevano saputo intravedere, oltre la scorza, il significato rivoluzionario
della << Weltanschauung ›› faulkneriana; è logico che, cadendo nelle
fauci hollywoodiane, la storia del gangster Popey si edulcorasse, sfumando
farisaicamente i troppo rilevati contorni. Si fecero dunque necessari <<
adattamenti >›; ma Roberts era un artista, e qualcosa restò. A suo tempo io
dubitai forte che la scelta di Miriam Hopkins, attrice troppo caratterizzata e
intellettuale, per la parte di Temple, fosse felice, né so risolvermi a
cambiare idea malgrado la mancanza - et pour cause! - di una << rilettura
›> del testo; ma è certo che la scelta di Jack La Rue come Popey risultò indicibilmente
felice. E certi allucinati interni (il bordello di Memphis) non facevano
affatto rimpiangere la mancanza della troppo celebre pannocchia di granoturco.
1950
Pietro Bianchi, Maestri del cinema
1950
Pietro Bianchi, Maestri del cinema
mercoledì 14 ottobre 2015
Gangster e co.
1
Per gli intellettuali
europei chiusi tra Proust e Joyce nella breve pace tra le due guerre mondiale,
il messaggio di Hollywood ha avuto soprattutto un significato di energia: Fazione
contrapposta alle conversazioni di caffè, il pericolo che annulla la pacifica
vita borghese, i sentimenti esposti
nella loro nudità primitiva, così lontani dalle supreme analisi
del parigino- e dell'irlandese. Per codesti intellettuali il cinema americano
era dunque una grande risorsa, ma non una risorsa indiscriminata; era necessaria
una scelta. La scelta fu il << gangster >>. Prima, c'eran state tre
false piste: il << cow-boy >› stava esaurendosi. Gli intellettuali
sapevano già che la << vera >› America non era Hollywood, troppo snob, né Nuova York, troppo cosmopolita; sapevano, attraverso Carl
Sandburg e Sherwood Anderson, Armstrong e Bessie Smith, che Chicago è la vera
capitale degli Stati Uniti. L'occasione a un rapido riepilogo del film
<<gangster ›> può essere forse offerta da una testimonianza minore,
quel film di Curtiz che si chiama Angels
with Dirty Faces (Gli angeli con la
faccia sporca, 1938). La pellicola di Curtiz, salvo qualche episodio della
prima parte, offre sbiadite immagini di una realtà incondita, ma rappresenta la
chiusura di un <<genere ›>, e per questo è importante. Nella selva
ardente delle origini (a non voler tener conto dei <<primitivi ›>
degli anni precedenti la guerra del '14) mi è caro il ricordo di quel negletto
capolavoro, che in italiano si chiamò La
volpe argentata, e nel quale è forse da ricordare, attraverso buone
congetture, una Girl from Chicago che
cade negli anni della presentazione italiana. La volpe è, con tutta probabilità, del '27, come dello stesso anno
è il primo celebre archetipo Underworld di Josef von Sternberg (Les nuits de Chicago nell`edizione
francese; in Italia non venne, forse per ragioni di censura; come non venne The Little Caesar di Mervyn Le Roy, del
'30). Per La volpe e per Underworld erano a ogni modo gli anni dell'abbondanza:
erano lontani la crisi di Wall-Street e Hitler; Mussolini non era <<
articolo da esportazione>› e Stalin non era ancora << interessante
>>. Tutto era liscio e tranquillo e la Madame Bovary che sonnecchia nel
cuore di ognuno non fece nessuna fatica a scoprire nel << gangster ›› ciò
che la patetica Emma scoprì nello << hobereau >› di provincia e,
ricadendovi, in << monsieur Léon >>. La gente riconosce l’emblema
del nuovo << gusto ›› nella canna corta del mitra come si riconoscerà più
tardi nelle gambe di Marlene.
1950
Pietro Bianchi, Maestri del cinema
lunedì 12 ottobre 2015
domenica 11 ottobre 2015
Il mondo di Apu
Riportami
al tuo grembo, Madre Terra,
Riprendi
il tuo figlio e accoglilo nella tua ampia tunica!
Che
sia uno col suolo e che mi distenda
che
mi apra totalmente, come le messi della primavera,
che
prorompa dalla stretta cella del mio petto,
e
che abbatta le pareti della gabbia della mente,
e
che fluisca nella totale delizia
fino
ai confini estremi della terra
innalzandomi
e fluttuando !
Apurba
Kuman Ray
in
Satyajit Ray, Il mondo di Apu (Apur Sansar), 1959
giovedì 1 ottobre 2015
mercoledì 30 settembre 2015
Fuori sala
Cinema di Messina
L'Excelsior sul viale Regina Margherita
Il Garden in via Antonio Martino
Il Lux in via Santa Marta prospiciente il LargoSeggiola
Dei tre resiste ancora il Lux, sebbene a metà
lunedì 28 settembre 2015
Quattro risate naturali
CINECLUB MESSINA
13 Agosto 1951
'Io
gli voglio un monte di bene, e quando su che in qualche minuscolo cinema c'è RIDOLINI
vado a trovarlo per farmi quattro risate naturali. Egli è un clown del circo
equestre, ha soltanto mutato il costume
fiabesco a pagliuzze d’oro per un abito dalla
comicità operaia, ma la cipria sul volto e il segno profondo di bistro negli occhi gli sono rimasti, e PER FAR RIDERE strafà
con i suo colleghi in cappello a
cono. I suoi umani sentimenti sono cosi diafani che nessuno gli scorge; combatte
senza odiare, ama senza passione, ne busca
senza rancore; è dunque il vero pagliaccio passato dall’ arena al cinema.
Ma s'é portato dietro quel fondo magico che é dei personaggi del circo; anche
le sue bestie sono ammaestrate e il modo in cui agisce è pieno di candidi trucchi del mestiere secolare. Ridolini
è una specie di salta leone, di molla compressa, ogni volta che si tende mette
in moto un congegno. Il successo sta nella sorpresa, tutto quello che fa è inaspettato e decisivo,non ha mai un gesto
che resti a metà, e fra lui e la macchina da presa fanno a chi più corre, sicché le sue pellicole risultano vertiginose e
attanaglianti. Afferrano con la prima scena che è già a pieno dramma, tengono stretto bombardando dl
velocissimi paradossi, e lasciano
allucinati come un viaggio in tabogan.
Quando si accende la luce, ti guardi intorno e ti
sembra di aver preso terra dopo un volo
stregato ..
Ridolini pugilista (Horseshoes) 1923
domenica 27 settembre 2015
Modi e visioni
LE PHILOSOPHE ET LE CINEASTE ONT EN COMMUN UNE CERTAINE MANIERE D'ETRE, UNE CERTAINE VUE DU MONDE, QUI EST CELLE D'UNE GENERATION.
IL FILOSOFO E IL CINEASTA HANNO IN COMUNE UN CERTO MODO DI ESSERE, UNA CERTA VISIONE DEL MONDO, CHE E' QUELLA DI UNA GENERAZIONE.
J. L. G.
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