giovedì 30 marzo 2017

La letteratura della terra e Vasilij Šukšin - pt. 2

Neanche la poesia ha smesso in questo secolo la lode della campagna e della fedeltà alla terra. Pensiamo alla persistenza delle qualità contadine nella poesia di uno Esenin - la toskà, nostalgia malinconica del passato e del villaggio perduto; la religiosità; I'umanitarismo e il lirismo della sua poesia procedono dalla matrice contadina - e prima ancora di un Kljùev, che, tradizionalista per tensioni (anche religiose) e cultura ma novatore per accenti (assorbí parecchio dell'ornato simbolista), spasimò nell'antagonismo campagna-città cercando di comporlo in una religiosità totalizzante che pretendeva coinvolgere anche Lenin e la rivoluzione: ottenendo il ripudio "ufficiale" che si può immaginare.
Ma è certo difficilmente numerabile la schiera dei minori che di georgicità fecero professione trovando però raramente la composizione del loro temperamento culturale con le esigenze nuove di una mediazione politica dell'arte. Pensiamo a Pëtr Vasìl'evic Onèšin, a Sergéj Klyökòv, ad Aleksandr širjàevec, poeti schietti, ma troppo romanticamente innamorati della terra per avvertire le urgenze dei tempi nuovi e, in qualche modo, adattarvisi.
Tra i prosatori - torniamo ad essi - che accettarono la rivoluzione pur senza militarvi e che si proposero di coadiuvare con la propria attività il proletariato a consolidare il suo potere, meritando cosi l'ambigua e non sempre contestata qualifica di “compagni di strada" non si può dimenticare Lìdija Nikolàevna Sejfùllina, che con i suoi racconti e alcuni dei suoi romanzi [« Humus ››, « Virinèja ›› e « Sulla propria terra ») acclamò con temperata (e femminilmente trepida) rettorica alla terra e alla sua gente emancipata dalla rivoluzione.
E nell'ambito della grande fortuna che dopo i primi anni trenta toccò al romanzo storico, val la pena rammentare autori come Viašeslàv Jàkovlevic šiškòv e Ol'ga Dmitrievna Forš. Entrambi, pur nel novero di altre loro rivisitazioni del passato, tornarono anch'essi al frequentato motivo della rivoluzione contadina e a Pugaëëv, dichiaratamente assurto ad antesignano della volontà di liberazione delle classi subalterne dal proprio secolare servaggio ›[l'Emeljàn  Pugašëv di šiškòv fu pubblicato nel '44, il Radiššev della Forš nel `39].
Ma intanto il romanzo sovietico di "fiction" stava procedendo regolarmente sui binari parenetici di confermazione della rivoluzione e dei suoi obiettivi, prima che venisse istituzionalizzato il “ realismo socialista" come canone estetico-politico, nel primo Congresso degli scrittori del 1934. Indice dell'interesse con cui gli scrittori di estrazione contadina [o attenti comunque a quella realtà] seguirono le reazioni del loro ambiente alle novità della rivoluzione e ai problemi che la costruzione di quel tipo di socialismo poneva, sono per esempio l'emblematico « Cemento ›› di «Fëdor VasìI'evìc Gladkòv (bisogna cementare se stessi e la rivoluzione, occorre scompaginare insieme i mattoni dello stato dei contadini e degli operai), «Bruski ›› di Fëdorlvànovic Panfërov, il « Capàev » di Dmitrij Andréevic Fúrmanov (lodatissimo romanzo per aver trasfigurato quel rappresentante della classe contadina lavoratrice in eroe tipo della sua classe) e i racconti di vita contadina di Aleiksàndr Sergéevic Nevèrov.
Non occorrerà poi spendere troppe parole per rammentare lo spazio e il rilievo che occupano in « Il placido Don ›› e in ›« Podnjataja celina ›› [t.ital.: « l dissodatori ››) di ›I\Mlichaìl Aleksàndrovic šolochov al tema del trionfo della collettivizzazione della terra oltre e contro le resistenze e la tragedia ch'essa comportò.
Maggior considerazione per l'uomo biologico che sopravvive oltre le “quadratura” dell'uomo di classe spicca invece esplicitamente nei vivaci e coloriti racconti di vita contadina - soprattutto nella raccolta « Sulla terra - firmati da Vladìmir  Matvéevic  Bachmètev, "scrittore proletario" che converge sulla campagna. E intanto dalla campagna vengono direttamente a testimoniare aspirazioni, resistenze e dubbi prima e dopo il Nep e la collettivizzazione i romanzi di Pëtrilvànovic Zamòjskij, i racconti e il romanzo «« Il quinto amore ›› di Michail Jàikovlevic Karpov, le novelle di Jàkov Evdokimic Koròbov (esemplare diorama della difficoltà che incontrarono i primi rapporti tra la gente delle campagne e il proletariato operaio] e i racconti di Rodiòn Michàjlovic Akùl'šin.
Anche i territori della poesia intanto eran percorsi dalla consegna proclamata nel congresso degli scrittori del '42 con i versi « non si canta soltanto, si scolpisce, si fucina, si costruisce ». A frotte i poeti si adattarono, piú o meno di buon grado, a riordinare la propria « domestica azienda poetica ››, con risultati esteticamente piú o meno esaltanti. Non mancò chi riuscí a mantenersi entro il partijnost, l'ordinazione di partito, senza venir meno alla propria vocazione di devozione alla campagna e alla natura come - siamo ormai nel secondo dopoguerra -Nikolàj Leopòl'dòvic Braun con « Le pianure della mia patria » e con “La terra in fiore”  o come il piú raffinatamente metaforico Pàvel 'Nikolàevic šubin.
Nel quadro poi del drastico giro di vite con il quale il comitato centrale del Pc intese, nell'agosto del'46, stroncare le tendenze “non sane" il “cosmopolitismo" e “formalismo”, correlativi estetici dell'imputazione di deviazione] che in letteratura disturbavano « l'adempimento dei grandi compiti posti all'arte dalla nuova tappa dello sviluppo storico ››, riprese forza la vena 'minore' - se rapportata al 'grosso' tema della ripresa industriale della riedificazione dell'agricoltura e della ripresa della vita dei kolchozy. Romanzi e racconti tornarono alla campagna, al suo nuovo volto storico, con stacco piú diligente che ispirato e con risultati piú documentari che artisticamente commendevoli, quando non addirittura schematici: basterà fare i nomi di Semën Pëtrovic Babaèvskij, di Juri Grigòr'vic Làptev, di Galina Evgèn'evna Niikolàeva.
Il disgelo e le sue smorzate liberalità, l`atmosfera nuova quanto instabile che si stabili anche in letteratura dopo il rapporto Kruscëv al XX congresso del Pc sono eventi noti e recenti per esigere campionature piú esaustive.
Per quel che si sa, gli anni sessanta e settanta vedono in letteratura un fenomeno di decentramento “tematico” analogo a quello, appena intravisto però, che si nota in cinematografia con il decentramento produttivo nelle repubbliche periferiche e con il tentativo di recupero delle singolarità etniche e culturali delle diverse repubbliche sovietiche. Anche in letteratura sembra avvertirsi dunque un fenomeno parallelo di riconoscimento dello Hinterland: quello cosmico per cui gli scrittori si dedicano alla scoperta o riscoperta del mare o dello spazio (basterà ricordare i padri della fantascienza Adàmov, Beljàev, Efrèmov e Kazàncev) e quello geografico che porta alla rivelazione dell'amor di terra lontana, la Siberia (Anatòliij Pàvlovic Zlòbin, Leonid  Ivànovic lvànov,per esempio), la regione dell'oltre Baikal (Boris Aleksàindrovic Kostjukòvskij, ll'jàMichàilovic Lavròv) e quella dell'Altaj'(Sergéj Ivànovic Zalšlginlç e il piú anziano e autorevole Afanàsij Lazàrevic Koptèlov, accreditato dalla critica sovietica d'esser stato il primo, già a metà degli anni trenta, con il romanzo « ll grande campo dei nomadi ››, ad aver celebrato I'importanza della rivoluzione socialista nella vita delle piccole comunità. .Sono naturalmente, queste, terre periferiche rispetto al « meridiano fondamentale ›› che è Mosca; non lo sono per questi autori che vi son nati e che le conoscono come conoscono il terreno su cui hanno edificato la propria casa. Si confessa šukšin (c. -Benedetti, int. cit.): «Su questi temi ero autonomo, audace, attivo. Una volta scelto il campo ho deciso di coltivarlo; per fare altre cose, bisognerebbe viver tre volte per raccontar tutto ».
E in questo comparto convenzionale e in questa dimensione della letteratura russo-sovietica contemporanea sembra potersi collocare, a buon diritto, Vasilij Makàrovic šukšin.
C`è un altro autore contemporaneo cui šukšin viene talora apparentato ed è difficile dire con quanta attendibilità, almeno fino a quando, di šukšin, non si conoscerà l'opera omnia. E' Michàil Michàjlovic Zòššenrko. Morto sessantatreenne nel '58, Zòšöenko è il piú brioso campione di quell'umorismo satirico che «è un tarlo inammissibile per una ferma struttura ufficiale di letteratura che si proponga di esaltare “l'uomo nuovo socialista". La demistificazione dell'eroe positivo, del ritratto a tutto tondo, dell'integro e integrale interprete della rivoluzione, dell'industrializzazione e della collettivizzazione, la rivelazione di una realtà double-face è una presunzione imperdonabile per un uomo di lettere che debba dipendere dai burocrati. A poco a poco, l'autore di -« I racconti di «Nazar Il'ic signor Sinebrjùchov ››, di « Cittadini stimati», di i« Gente nervosa ››,con i suoi aneddoti in diretta - skaz o divagazione - con la sua fiera pretesa di non essere « né comunista né monarchico ma russo ››, con la sua assenza nello sforzo di fiancheggiamento che gli scrittori compirono al tempo della grande guerra nazionale contro il nazismo, con la ripresa imperterrita dell'autobiografismo in « Prima del sorgere del sole ››, la cui pubblicazione fu avviata nel 1943 sulla rivista  « Oktjabr' ››, con quel suo imperversare in mezzo a quel mondo piccolo-borghese di sussieghi, piccinerie e ostinazioni che la rivoluzione non aveva saputo rimuovere, diventò inevitabilmente (insieme alla Achmàtova] il capro espiatorio della stretta di freni contro le  “tendenze non sane” in letteratura (cosmopolitismo, formalismo e, appunto egotismo), che comportò l'espulsione dei due dall'Unione degli scrittori e una non breve mora alla facoltà di pubblicare.
                                                                                                                             (continua)
 Bruno De Marchi, BIANCO E NERO, Anno XXXVII, luglio/agosto 1976

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