martedì 21 gennaio 2020

Un leone a Culver City - Foolish Erich



Stroheim fa cassetta

Per rimediare al malfatto, Stroheim dovette accettare di dirigere The Merry Widow (La vedova allegra, 1925), una riduzione cinematografica della famosa operetta con Mae Murray e John Gilbert: un film di grande mestiere, nel quale tuttavia egli esercitò solo la sua intelligenza e il suo gusto stravagante. A proposito di tale film Stroheim ha dichiarato in un'intervista: Quando vidi come la censura aveva amputato il mio film Greed, in cui avevo messo tutto il mio cuore, abbandonai ogni speranza di poter creare dei film d'arte, e da allora in poi ho lavorato su ordinazione. Il mio film The Merry Widow ha dimostrato che questo genere piace molto al pubblico, ma io son ben lungi dall'esserne orgoglioso e non desidero minimamente essere identificato con le cosiddette attrazioni commerciali ... Quando mi si chiede perché faccio film del genere non mi vergogno affatto di dire la vera ragione: unicamente perché non voglio che la mia famiglia muoia di fame”. Parole amare nelle quali si sintetizza il dramma di un autentico artista: ma i quattro milioni di dollari incassati dal film fecero tirare un sospiro di sollievo ai dirigenti della Metro, che tuttavia si affrettarono a sbarazzarsi ugualmente di Stroheim, la cui prodigalità cominciava a divenire ormai proverbiale. La favola dell'impianto di campane da lui fatto installare alla Universal nella scenografia dell'albergo di Foolish Wives (e che non appariva mai nel film), era nulla in confronto alle camicie di seta cifrate dei soldati di The Merry Widow o ai diecimila dollari fatti spendere unicamente per coniare una serie di medagliette.
Se i film di Stroheim non esercitarono sulla produzione corrente una grande e palese influenza, in compenso certe sue stravaganze furono imitate da registi ansiosi di affermarsi: tipico il caso di Joseph von Sternberg, il quale agli inizi della carriera - e proprio negli studios della Metro - dopo aver fregiato il suo nome (Stern) di un "von" e di un pittoresco "berg" finale, faceva ad esempio il diavolo a quattro se mancava un bottone alla divisa di una comparsa, durante la lavorazione di Escape, (poi ricominciato da Phil Rosen e presentato nel 1926 col titolo The Exquisite Sinner); oppure osava rifiutarsi di far visionare ai dirigenti il materiale di un film con Mae Murray, The Masked Bride (1925) anche questo condotto a termine da un altro regista, Christy Cabanne, che fini anzi per fermarlo). E' l'epoca in cui von Sternberg si fa crescere un paio di baffi smisurati, indossa camicie nere, si copre le spalle con uno scialle rosso; atteggiamenti che riproducono solo esteriormente certe manie di Stroheim, e che agli occhi dell'uomo d'affari - preoccupato solo di problemi pratici e di natura economica - finisce per fare del regista una sorta di fanatico, capace di influire in maniera del tutto negativa sull'esito commerciale del prodotto. (continua)
FAUSTO MONTESANTI

CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE 

lunedì 20 gennaio 2020

Joseph L. Mankiewicz vs Cecil B. De Mille


 LA LISTA NERA DEI “RIBELLI” DIFESA DA MANKIEWICZ
Il comitato direttivo del Guild forzato a dare le dimissioni.
Esso infatti esigeva dai soci la sottoscrizione di un arbitrario veto.

LA CONTROVERSIA sorta recentemente in seno all’associazione (Guild) dei registi cinematografici, è stata risolta con un personale successo di Joseph L. Mankiewicz, il quale, in qualità di presidente, ha ottenuto un completo accordo fra la maggioranza dei membri. In settembre, mentre Mankiewicz si trovava in Europa, l’associazione aveva decretato, sotto Ia guida di Cecil B. De Mille, un totale ostracismo ai membri che si fossero rifiutati di sottoscrivere una dichiarazione giurata conto il comunismo. Una lista nera dei "ribelli" era già stata approvata dal Consiglio direttivo, e copia delle deliberazioni inviata a Mankiewicz. Ma al suo ritorno a Hollywood, Mankiewicz iniziò la lotta per scalzare l’arbitraria presa di posizione. In violenti e drammatici dibattiti in cui Ceci! B. De Mille commise un grave errore tattico, alienandosi le simpatie degli elementi più conservatori, la tesi di Mankiewicz appoggiata da George Stevens, ha finalmente trionfato. E' stato deciso che nessun regista è obbligato a firmare una dichiarazione del genere suaccennato, a meno che il Governo federale Io esiga esplicitamente; la “lista nera" è stata eliminata, ed il Consiglio direttivo, che aveva provocato tale subbuglio, forzato a dare le dimissioni in massa. Interessante notare che la proposta di De Mille era stata in un primo tempo accettata a grande maggioranza: dopo l’intervento di Mankiewicz ed il favorevole appoggio di Stevens, tale maggioranza ha dato invece il suo pieno voto di fiducia alla seconda tesi.

A Broadway, intanto, mentre dura ancora l'eco dei successi di A Letter to Three Wives e No Way Out, la Fox ha presentato l’ultimo film Mankiewicz dall’indovinato titolo All About Eve (Tutto ciò che riguarda Eva). Il soggetto, scritto dallo stesso regista, presenta in una luce sarcastica, cinica, spesso satura di biliosità, il mondo teatrale di Broadway. L'ambizione di raggiungere l’apice di una ricca carriera di attrice spinge una giovane donna (Anne Baxter) ad avvicinare una strana figura di celebre donna (Bette Devis).



CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO III - 1950 1 DICEMBRE 
Nelle foto Gary Merrill, Bette Davis, Anne Baxter, George Sanders in All About Eve del 1950

domenica 19 gennaio 2020

Mario Mattoli


I REGISTI (senza peli sulla lingua)
MARIO MATTOLI
DI EUGENIO GIOVANNNETTI


Nelle Marche, da cui sono venuto anch'Io, ho conosciuto dei Màttoli. Pare che il nostro Mario, accennandosi come Mattòli, voglia nettarsi da un sospetto di mattia ed avvicinarsi ai gravi mattoni.
Tal sia di lui! Un po' di grave gli conviene certo oggi, a compensato la levità della prima giovinezza'. Ha diretto allora undici compagnie teatrali e ha fatto gran chiasso con gli spettacoli Za Bum. Non mi pare un gran titolo per la carriera d'un regista. E' diventato infatti qualcuno a mano a mano che s'è liberato da cotesto milanesismo grossolano ed improvvisatore.
Ed era entrato anche nel cinema per la via, meno artistica: per il portone dei soldi, come produttore. Ha' giudizio, il mio marchigiano. Laureato in giurisprudenza, ha preferito per tempo ad un gramo Azzeccagarbugli un maneggione chiassoso. Ma, anche per gli artisti, c'è una sola prudenza: la concentrazione; un solo male: la dissipazione. Ed il nostro Mattoli deve scontare oggi la sue brutalità di gioventù.
Noi marchegiani nasciamo, del resto, con la pelle dura e ci sgrossiamo a poco a poco, con lentezza ultralaboriosa. Il nostro Mario comincia, ora, come regista, a dare un po’ nel fino, dopo ott'anni ormai di professione. Tranne qualche escursione garbata verso un cinema comico-sentimentale, alla Camerini. (L’uomo che sorride), o verso un cinema dal costume brillante (Amo te sola), ha continuato per sei lunghi anni più o meno a zabumeggiare. E quando il subalpino dagli occhi di bue, Macario, ha voluto brillare nei film. è andato per istinto verso il regista zabumeggiante.
Ma Mattoli, l’ho già detto, è il marchcgiano che s'innalza e si raffina nella dura fatica. Non è l’anfibio cafone e stazionario: non è quel principe marchigiano cui, un giorno, al Circolo della Caccia, un gentiluomo romano diceva: «tu vai a Londra e fai il principe romano: tu torni a Roma e fai il lord inglese; ma più mondo giri e più marchigian ti trovo».
Mario Mattolì non è, voglio dire, l'uomo di vetro, che, se l’urti con un gomito, ti cade addosso col fracasso d’una vetrina. E', come tutti gli artisti che si ritrovano e si elevano faticosamente, duro quanto agile. Mi propongo d’esaminare con franchezza, quelli che mi paiono ancora i suoi gravi difetti come artista, ma intanto sono lieto di poter dare una gomitata, cordiale ad un uomo della mia terra, sicuro che non si frangerà.
Mario Mattoli non ha avuto, sino a ieri, una carriera facile. Ha sfacchinato intorno a piccoli film, che non avevano spiraglio alcuno per un regista di talento; quando non ha dovuto addirittura tagliare film sulla misura di Macario. In sostanza, le buone, le grandi occasioni, il Mattoli le ha avute soltanto in questi ultimissimi anni (1940-41) con due cose che l`hanno messo fortemente in vista. Su questi due film, Luce nelle tenebre e Ore nove, lezione di chimica, lo giudicheremo.
Quì, per la prima volta, il regista racconta un linguaggio personale, fluente e scintillante. C’è ancora, qua e là, del Camerini, ma non è che una reminiscenza. L'uomo ha, senza dubbio, imparato a parlare cinema ed intende dire cose proprie, in maniera propria, con un proprio accento.
Solo un difetto s'avverte, che vien dalla vecchia, abitudine d'improvvisare e superfìcializzare. Il narratore scivola brillante sulla materia e non l`approfondisce e non la domina. Pattina soltanto, arabescando appena la lucida pianura del ghiaccio. Che cosa veramente sia sotto il gelido specchio, lui non sa con precisione e, talvolta, non sospetta neppure.
Le sequenze prettamente cronistiche e descrittive, quelle cioè in cui non si tratti che di fiorire in superficie, sono quasi sempre ottime. Vedete, in Luce nelle tenebre, le due sequenze iniziali: la corsa della ragazza per i negozi e la visita dell'ingegnere in casa del clinico. Niente di più arioso, di più vero, di più fine. Il narratore sa veramente che cosa sieno cinema e ritmo. Anche l'arrivo delle due sorelle alla miniera, e la visita alle gallerie, hanno il linguaggio della più fresca e vivida realtà.
ln Ore nove, lezione di chimica c'è qualcosa di più che garbo descrittivo: c` è il tono azzeccato, il tono ambientale nelle sue infinite sfumature. Bisogna chiudere un occhio, naturalmente, e talvolta due, sulla goffaggine manierata di qualche figura (quella del papà milionario, per esempio, nel suo modo d'accomodar le cose familionarmente, come avrebbe già detto ai suoi tempi Arrigo Heine). Ma, nell’insieme, il tessuto sociale è ben sentito, tanto nelle movenze caratteristiche quanto nella discorsiva finezza.
Quelli di cui il Mattioli non s`accorge mai sono i trapassi disastrosi di tono nella sua materia: i crepacci subitanei della sua lucida superficie. Lo sceneggiatore può tendergli qualsiasi tranello: avvezzo a brillare sulla sua nitida pianura, il regista andrà dritto verso l’insidia e precipiterà, sicuro, sicurissimo di pattinare ancora sul più solido ghiaccio. Non ho mai visto una tale allucinatoria sicurezza.
E' chiaro che il nostro Mattoli dovrà avvezzarsi sempre più a scrutare lungamente o profondamente la sceneggiatura, prima d'affidarsi a lei e mettersi a pattinare. Bisogna. che avverta tutte le insidie e le elimini in tempo, prima di lanciarsi. La sceneggiatura è oggi, per lui, troppo foglio musicale, troppo composizione intangibile. Ci rimetta le mani lui e ricomponga arditamente sino all'ultimo minuto, e dia finalmente alla sua materia quell’omogeneità, quella coerenza, quella solidità, che, sino ad oggi, le sono mancate.
Il giorno in cui disporrà d’una materia perfetta, senza crepacci né buche, il Mattoli farà un’opera' d'arte, pulita come un gioiello. Per essere un perfetto artista, il nostro Mattolì deve fidarsi meno di chi lo circonda: deve affrontar direttamente la sua materia e guardarci ben dentro da solo: deve fare insomma come quel contadino marchigiano che quando, in agonia, il prete cominciò a dirgli: « non vorreste, figlio mio, regolare un po' il vostro conto col ministro di Dio?», raccolse quel po' di fiato che gli restava e rispose: «no: vojo fa' Ii conti direttamente col padrò».
Se gli ultimi due film del Mattoli avevano debolezze, eran debolezze assai più di costituzione, di sceneggiatura cioè, che di stile. Il regista aveva lasciato fare troppo ai ministri che, come avvertiva il Pascarella, non sono mai da prendere troppo alla lettera, «perché te lassano contento e cojonato».
Il lento ma sicurissimo maturare di quest’artista va seguito con attenzione e simpatia.  Il Mattoli è un osservatore realistico, pieno di forza e di finezza, quand’è in vena. In Luce nelle tenebre, ho ammirato come una piccola, gustosissima acquaforte, il suo appuntamento galante al Caffé Greco. C’era una grazia amara ed epigrammatica ad un tempo, che non mi sarei mai aspettata da un «figliuol prodigo» così zabumeggiante e così poco fatto per diventare un impressionista incisivo, un Toulouse-Lautrec. Voglio illudermi i che anche questa gomitata di paesano gli farà bene e lo farà sempre più svelto e bravo. In ogni modo, sono felicissimo d’avergliela data. Io non sono, e neppure lui, un licienciado Vidriera che tema di cadere in frantumi appena qualcuno lo tocchi.
Sapete chi era questo Vetriera? Un personaggio delle cervantesiane «novelle esemplari», che aveva la fissazione d’esser tutto di vetro e di dover quindi frantumarsi al menomo urto per via. Guai a toccarlo: dava in ismanie ed urla di terrore. Quanta gente, eh, quanti Vetriera passeggiano oggi per via, che non si devono toccare neanche con un dito! E’ forse il tempo di cominciare a capire che gli uomini che hanno un cuore nel petto ed una coscienza pulita, non hanno paura d’un urtone: e, se occorre, ve lo restituiscono allegramente.
Eugenio Giovannetti

Opere di Mario Mattoli : Tempo massimo (1934) - Amo te sola, Musica in piazza, Sette giorni all’altro mondo (1935) – La damigella di Bard, L’uomo che sorride, Questi ragazzi (1936) – Gli ultimi giorni di Pompeo, Felicita Colombo, (1937) – Nonna Felicita, L’ha fatto una signora, La dama bianca, Ai vostri ordini signora (1938) – Imputato alzatevi, Mille chilometri al minuto, Lo vedi come sei, Eravamo sette vedove (1939) – Non me lo dire, Il pirata sono io, Abbandono, Luce nelle tenebre (1940) – Ore nove, lezione di chimica (1941) – In lavoro: Viglio vivere così.  
film SETTIMANALE DI CINEMATOGRAFO TEATRA E RADIO ANNO V - N. 3  17 GENNAIO 1942 XX



La testata si riferisce al film Soltanto un bacio diretto da Giorgio C. Simonelli e interpretato da Valentina Cortese, Carlo Campanini, Otello Toso, Lauro Gazzolo (Prod. Aquila Film).

giovedì 16 gennaio 2020

Emilio "el Indio" Fernández - Flor silvestre

Un giudizio di valore sull'opera di Fernandez, oggi, non può non tener conto di questo peccato originale, di questa deviazione radicale subita dal suo lavoro. I segni autentici della sua personalità vanno perciò cercati in frammenti della sua opera, in qualche sequenza isolata (ve ne sono di bellissime) in cui egli si abbandona alla sua vena. Ecco allora in Enamorada la scena della serenata, sostenuta quasi per intero dal primo piano di Maria Felix, e nel finale la partenza notturna dell'esercito, i soldati che sfilano al rullo dei tamburi proiettando lunghe ombre sui muri delle case; ecco in Flor silvestre la fuga di Esperancia dalla casa dei banditi e l'esecuzione di Jose Luis; ecco in La perla la lotta a coltello sulla spiaggia; ecco in Maria Caldelaria le scene sul fiume, Maria che porta a vendere i fiori ed è respinta dalla folla, il funerale in barca; ecco in Rio escondido la processione per invocare la pioggia. Sono pagine purissime di cinema in cui Fernandez, momentaneamente liberato da preoccupazioni estranee esprime liberamente il suo mondo.
Egli fallisce invece quando affronta motivi di una drammaticità esteriore, elie rimangono lontani dalla sua sensibilità. Si veda per esempio l'inizio di Enamorada, la battaglia e l'ingresso in città dell'esercito rivoluzionario: tutto rimane oleografico e privo di nervi (quelle granate fumogene!). E si veda ancora in Maria Candelaria la ridicolaggine della cattiveria di Don Damiano e nel finale di La Perla, l'opprimente retorica di quel campo lungo con Pedro Armendariz in piedi sopra la rupe, dopo l’uccisione del rivale. 
Una zona marginale della sua personalità è costituita da certa verve umoristica che affiora qua e là con` accenti intrinsecamente validi (la fotografia del bambino in Las abandonadas, la scommessa dei due gauchos in Flor silvestre, l'oratore e la visita del generale in casa della fanciulla amata in Enamorada, ma che provoca sempre una frattura stilistica nel tono generale del film. Osserva giustamente G.C. Castello (1 a proposito di Enamorada, (in cui questa verve umoristica è forse più scoperta) che il racconto oscilla fra il dramma e il vaudeville. Anche indipendentemente da queste apparizioni umoristiche è però raro che  Fernandez sappia conservare un tono unitario di racconto. (continua)
(1) G. C. Castello: «Infanzia precoce del cinema messicano», in si «Cinema ›› n. s. n. 2, Milano, 10 novembre 1948.

Franco Venturini in BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 -  APRILE 1951

mercoledì 15 gennaio 2020

Solaris ... lies at 25 times a second




Strange. I saw a Russian film in the summer.
One of the shots in it was just like the view from up here.
- Solaris.
- Sorry?
The name of the film. Solaris.
Maybe.
I've forgotten what it was called. Solaris.
The only thing I remember was this image.
- I'm sorry if that's all you remember.
- The whole film was a bit of a mess.
A mess! Solaris is one of the best films.
I've ever seen.
Really? Why?
Film is a lie, 25 times a second ... and because it's all a lie, it's also the truth. 
Truth is a lie.
Every film tells us that.
In films, lies are dressed up as ideas and shown as truths.
That's my idea of utopia - the only one there is.

È curioso, l'estate scorsa ho visto un film russo.
C'era una inquadratura identica alla vista che si ha da qui.
 "Solaris".
- Come dice?
- È il titolo di quel film: "Solaris".
Sì, forse. Ho dimenticato che il titolo è quello.
- Ma ricordo bene quell'inquadratura.
- Come mai?
- È un po' troppo confuso, per i miei gusti.
- Confuso?
"Solaris" è uno dei più bei film che abbia mai visto.
- Cosa c'è di così bello?
- Appare la bugia a 24 fotogrammi al secondo.
E poiché è tutto una sequela di bugie dichiarate, ... ne deriva che ... la bugia diventa verità.
Che la bugia e la verità siano la medesima cosa ... lo dicono tutti gli altri film, ... che però mascherano la bugia e la spacciano come assoluta verità.
In "Solaris", a mio avviso, vi è l'unica possibile utopia.
Rainer Werner Fassbinder, Eddie Constantine, Hark Bohm, Die dritte Generation (La terza generazione), 1979



lunedì 13 gennaio 2020

Los olvidados




UNA TREDICENNE A CITTA' DEL MESSICO
Avvelena il padre per andare al cinema
La ragazza confessa l’atroce delitto
senza manifestare alcun rimorso

Città del Messico, 5 genn.
La polizia messicana ha arrestato una giovanetta di 13 anni che ha confessato - senza manifestare neppure una ombra di rimorso -- di avere avvelenato suo padre il giorno di Natale perché le aveva rifiutato il permesso di andare al cinema.
Ecco il racconto della parricida: rientrato a casa un poco alticcio, Francisco Jasso si vide venire incontro la figlia che gli chiese il permesso di andare al cinema; era la sera di Natale e per quanto la sua povera abitazione offrisse ben poco, egli preferiva avere la figliola con sé. Le disse di no e la fanciulla non insistette.
Ma era furiosa, e meditò subito la vendetta… Si recò da una amica vicina, una quattordicenne figlia di un operaio gioielliere, e le chiese di darle, per uccidere un cane pericoloso, un poco del cianuro di potassio che l’artigiano aveva nel laboratorio. Fiduciosa l'amica le consegnò il pericoloso veleno che l'altra, senza ombra di esitazione, si affrettò, rientrata a casa, a versare nel bicchiere del padre. Appena bevuto, il poveretto fu assalito da atroci convulsioni, invocò aiuto, accorsero i vicini, fu chiamato un medico, ma quando questi giunse era già troppo tardi.
La morte fu attribuita ad un attacco cardiaco, ma la polizia fu poco convinta. Interrogò la ragazza per avere quale chiarimento ed ella cadde in tante contraddizioni che si ritenne opportuno procedere qualche giorno dopo ad un nuovo interrogatorio, durante il quale ella confessò pienamente il suo misfatto. E senza manifestare alcun rimorso.
GAZZETTA DEL SUD, 29 marzo 1955
Nella foto Alma Delia Fuentes e Miguel Inclàn in I figli della violenza (Los Olvidados) 1950 di Luis Bunuel


domenica 12 gennaio 2020

Un leone a Culver City - Il capolavoro



Il caso ''Greed'

Criteri analoghi a quelli che avevano determinato la scrittura di Sjostrom e che provocarono in genere - proprio in quel periodo - l'afflusso ad Hollywood di vari cineasti europei, mossero senza dubbio i dirigenti della Metro-Goldwyn-Mayer ad ingaggiare un regista la cui attività si era svolta, è vero, interamente in America, ma il cui prestigio poteva già paragonarsi a quello dei più grandi nomi d'oltre Oceano: Eric von Stroheim, il quale oltre a possedere un nome esotico (e preceduto persino da un "von", non importa se posticcio) era riuscito a procurare grosse fortune alla Universal con soli tre film e mezzo (l'ultimo infatti, Merry-Go-Round, era stato condotto a termine da Rupert Julian). L'idea, partita probabilmente da Irving Thalberg (che - come si è visto - aveva già collaborato con Stroheim), venne sostenuta - pare - anche da June Mathis, che dai Quattro cavalieri dell'Apocalisse in poi, era divenuta alla Metro una specie di madreterna. Il risultato fu davvero sconcertante per lo stato maggiore della casa: dopo aver girato un numero quasi incalcolabile di chilometri di pellicola Stroheim licenziò infatti candidamente un film che a quanto si dice era lungo qualcosa come quarantadue rulli, e per la cui proiezione occorreva circa una diecina di ore. Venne chiamata in fretta e furia la Mathis, ritenuta evidentemente la maggiore responsabile della faccenda, alle cui forbici sapienti ed implacabili si affidarono le quarantadue bobine, per trarne al massimo una diecina. Coloro che hanno avuto l'invidiabile fortuna di conoscere Greed (era questo il titolo del film, tratto da un romanzo di Frank Norris), anche nella versione rimaneggiata e ridotta, affermano che si tratta di una delle opere più importanti di tutta la storia dell'arte cinematografica: un film di un esasperato ed agghiacciante realismo, narrato con uno stile da grande maestro, e impostato con un coraggio ed una spregiudicatezza eccezionali. Era quasi inevitabile che un'opera già tanto inconsueta e difficile, resa inoltre ancor più incomprensibile da un montaggio arbitrario che aveva sostituito intere sequenze con pesanti didascalie che reggevano il peso del racconto, non riuscisse ad ottenere quel successo che la M.G.M. si riprometteva dal contratto fatto incautamente firmare a Stroheim.
Fausto Montesanti
CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE 
Nella foto Gibson Gowland e ZaSu Pitts in Greed (Rapacità) del 1924.

giovedì 9 gennaio 2020

Civili_zation



I mean, why have a civilization anymore if we no longer are interested in being civilized?

Spiegami un po’ che senso ha continuare a definirci una civiltà, se ormai non ci interessa più essere persone civili?
Bobcat Goldthwait, God Bless America, 2011

mercoledì 8 gennaio 2020

F. M. Poggioli si difende


I registi si confessano
I MIEI DIFETTI
di F. M. Poggioli

Anche F.M. Poggioli ha risposto all'invito da noi rivolto ai registi italiani:Volete dirci quali pensate che siano i vostri difetti?".
                                
Mio caro Doletti, la trovata è buona, ma in che imbarazzo vuoi mettere i registi! Chiederci delle confessioni è già una cattiveria: figurati, poi, pretendere che noi si parli in pubblico dei nostri difetti.
Ma tant'è: la cosa mi diverte e vorrei guardarmi un po' allo specchio da solo, senza l'avviarmi i capelli
in fretta come si fa nelle anticamere dei commendatori. Poi penso che ognuno si aggiusterà dei rimorsi o pentimenti festivi, ognuno cercherà con cura nel guardaroba, perché, l'occasione a parlare di sé é rara, ed anche la stonatura della cravatta va scelta con eleganza.
Se dovessi essere proprio sincero (e rischiare la vanità) ti direi che a vedere i miei film, sono sempre i
difetti... degli altri che mi colpiscono. Ma questo può sembrare un trattato spiritoso di penna (ed a turno potrebbero pescarvi attori, produttori, sceneggiatori) ed allora ti dirò che il mio grosso neo, quello che compromette, spesso le cose, è la mia estrema 'pazienza.
Ma come si fa a non esser pazienti con tutta una folla che sollecita fuori la porta stretta di Cinecittà! Guai a perdere la calma. Una sera, uno scocciatore soggettomane, mi ha perseguitato per telefono a tal punto da iniziare la lettura del copione all'apparecchio, ed io mi sono addormentato dolcemente mentre la voce da cappella sistina belava: “E' il mio cuore che voi avete calpestato, Duca, il mio povero cuore!La notte ho sognato un cartone animato dove un "re di spade” passeggia su di una scala reale di “cuori".
Parlarti criticamente dei miei lavori! Ma tu sai che i figli brutti sono quelli più legati alle gambe dei
genitori, ed i belli si staccano e si estraniano alla prima lusinga di primavera. E, poi, niente di più superficiale
che voltare le spalle a i propri errori; sono essi che ci sorvegliano da lontano e che ci rendono migliori. Quando uno parla d'un libro, d'una gita, d'un amico e dice: “peccato che...” rinnova senza accorgersene un’antica sciocchezza, perché proprio in quel rimpianto è la convalida d'una presenza. Un tale diceva (è un bel tipo e te lo farò conoscere) che ogni acuto perfetto dovrebbe risolversi in una sbadiglio!
Ma, caro Doletti, mi accorgo che la chiacchierata diventa un po' lunga per una lettera. Mi raccomando però di non pubblicarla scambiandola per l’articolo: vedrai che fra 3 o 4 film, potrò parlare più seriamente dei miei difetti. Il tuo cordialmente
F. M. Poggioli
film SETTIMANALE DI CINEMATOGRAFO TEATRO E RADIO ANNO V - N. 10  7 MARZO 1942 XX

Nella foto: F. M. Poggioli e Maria Denis durante le riprese di Sissignora (1941).

lunedì 6 gennaio 2020

Ferdinando Maria Poggioli

1897 - 1945

I REGISTI (senza peli sulla lingua)
FERDINANDO M. POGGIOLI
DI EUGENIO GIOVANNNETTI
E' l'unico, nel cinema, che sappia creare un’atmosfera: che abbia. sentimento nel significato umile della parola, tra il lirico e l’idilliaco. Ma non sempre mi fido. L’esperienza m' ha insegnano a diffidar degli atmosferici.
Dovevo aver qualcosa da un giornale letterario in liquidazione. Avevan nominato liquidatore un avvocato intellettuale. Ci vado e mi fà gran festa. Non mi davano un soldo, ma lui, l'avvocato, chiari’ illuminò la situazione. Un’ avvocato - diceva deve creare atmosfere d’intesa, di cordialità, di fusione. Ci fondemmo in una conversazione letteraria.
Mi condusse poi nella stanza da pranzo, a vedere una natura morta di De Chirico: mele grosse come poponi, che cantavano contro un lenzuolo. Ci fondemmo di nuovo.
Nel discender le scale, rifacevo, un po’ i miei conti. Avrei dovuto avere un migliaio di lire: m'avevano pagato con un paio d'atmosfere.
Ferdinando M. Poggioli non pizzica soltanto: è atmosferico dl buono; e con l' Addio giovinezza ci ha rimessi tutti nella buon'aria dei vent’anni. Del resto, questo giovialone conosce a meraviglia il cinema. Viene, come suol dirsi, dalla gamella. Ha fatto le ossa nel montaggio, dopo aver cominciato nel 1936 con un ottimo documentario: Paestum, e con un film arioso: Arma bianca.
L’aria è la sua vocazione, nel senso buono della dannunziana canzone a Verdi:
ci nutrimmo di lui come dell’aria
cui dà la terra tutti i suoi sapori.
Siamo oggi un po’ tutti figli dell'aria, e Poggioli, questo cordialissimo Ariele, ci attira. L'aria nutre ormai le nostre più dolci illusioni. Ricordo la sera in cui si dette, al Costanzi l’Emiral di Bruno Barilli. Il musicista non riconosceva più l’opera sua. L'aveva intramezzata di pause, di silenzi larghi, accoglienti come canapê. Il direttore d’orchestra, un barbaro, aveva calpestato tutto: e d'uno spettacolo da sciorinare in tre buoni quarti d’ora, aveva fatto uno straccio che durava, si e no, una trentina di minuti.
Il nostro Brilli non si riaveva dalla mortificazione. In tanto disastro quelli ch'egli rimpiangeva senza fine erano proprio quei lunghi, quei deliziosi silenzi atmosferici, di cui aveva invano tramezzata la sua musica.
La sorpresa e la costernazione egli riassunse finalmente nelle storiche parole: «Ci avevo messo tant’aria dentro!».
Un significato intensivo da registrare alla voce «aria» nel nuovo Dizionario dell'Accademia. Ma non so se lo faranno. I signori accademici ci han già messo per conto loro tant'aria dentro a quel dizionario.
Torniamo al sodo. Ferdinando M. Poggioli rappresenta nel nostro cinema non un patetico volgare ma una
bonomia calorosa. C’è veramente qualcosa di giovanile in lui, non in quanto giovanile significhi sentimentale, ma, al contrario, in quanto significa spregiudicato e brinoso ad oltranza.
La piega sentimentale è la grande insidia pel regista Poggioli, quella che lo fa e lo farà sempre più proclive ad un romanticismo lezioso e dolciastro, ad un Murger zuccheroso. Ha evitato brillantemente quest’insidia in Addio giovinezza ma non ha saputo evitarla in Amore canta, in cui dava già nell’oleografico e nello sdolcinato, con quell’ «amoroso» troppo carino, ch'era già la donnina della situazione.
Quella di cui il nostro cinema ha supremo bisogno è l’allegria maschia, che non ha niente di comune con la chiassosa sentimentalità. Gli stessi personaggi di Addio giovinezza, a guardarci bene, non sono che sentimentali chiassosi. Se l'eroe di quel film conoscesse la vita dal lato della vera allegria, sposerebbe la sua brava sartina, infischiandosi del giudizioso matrimonio combinato già per lui al paese. L’allegria virile è quella ch'è sempre sicura di farsi una strada nel mondo, anche se tutto vada in perdizione. Non ti fermare al cipresso bianco – raccomandavano gli orfici al morto, Bisogna essere orfici a questa maniera. Voi mi combinate un cipresso bianco al primo entrare nella vita. Io vado contando incontro al nero che m’aspetta. ch`è il mio, ch'è quello dell'ilare disperazione.
Il miracolo del film Addio giovinezza l'ha veramente fatto l’atmosfera ch'è calda, tenera, suasiva. Nel film successivo, nell` Amore canta, l’aria sapeva già di chiuso. Ma quel ch’era lampante in questo film era l'abiezione in cui lì nostra melodia è caduta. L’ Amore canta, era per l'assenza ciel canto, la classica lepre in salmi’, cui è mancata soltanto la lepre. Uno striminzito, un languido motivo giazzistico, nasato in parole inqualificabili, passa oggi, nel paese del Bel canto, per una canzone.
Ma chi ci libererà di quest’ immonda giazzistica spazzatura che la radio continua a gittare sull’ Italia? C'è da scrivere - e il nostro animoso Auditor porrebbe farlo - un piccante saggio sull’Italia americanizzata.
L'America, ed un'America deteriore, ha invaso il nostro costume sino ad impensabili profondità. Chi potesse elencare tutto quello ch'è oggi d'americano nelle nostre idee, nei nostri gusti, nel nostro costume, un po' per nostra campiacenza ed ancor più a nostra insaputa, farebbe una «segnalazione» nel più perfetto significato americano della parola.
Le generazioni cresciute nel culto della melodia italiana trovano insopportabile oggi il rabagliateggiare: ma
la piega giazzistica è più dura, più bronzea di quelle delle statue di bronzo. Non ne vogliamo, certa, far culpa al nostro Poggioli che piglia la melodia che trova. Ma bisognerà, pur venire, un giorno, ad una resa di conti anche in questa materia.
La verità triste è che l'educazione musicale è ancora troppo poco diffusa nel nostro paese: ed i nostri registi rappresentano perfettamente in questo l'incultura nazionale. I nostri registi sono, quasi tutti, assolutamente agnostici in fatto di musica. La musica è faccenda del musicista e non li riguarda in modo alcuno.  
Quanto un'educazione musicale più diffusa, un gusto più nobile e sicuro. una delicatezza interiore del sentimento musicale, rialzerebbero il tono del cinema italiano, è inutile dire. Se come spettacolo, il nostro cinema è così ostinatamente proclive al filmaccio storico, se sa ancora così sovente di «melo», la causa è ben semplice: il gusto nazionale in musica non s’ è mai alzato d'un palmo al di sopra del «melo», e la buona, la grande musica sinfonica interessa soltanto un pubblico d’eletti e non la massa.
Il giorno in cui uno stadio si riempisse, come può accadere in Germania (ed anche in America) per una sinfonia di Beethoven, molti film avrebbero in Italia un altro tono. In America, intorno alla « Messa » di Verdi, si sono avuti uditorii di quarantamila persone. Ecco il solo americanismo che valeva la pena d’introdurre nel nostro Paese. Un gusto più popolare per la musica pura, ci darebbe anche un cinema meno
chiassoso e più architetturale e più puro.
Siamo, ancora una volta, usciti dal seminato. Ci ritorniamo. Ferdinando M. Poggioli non è più un uomo di primo pelo ma ha, da quando ha diretto Addio giovinezza, le simpatie dei giovani.  Sentimentali o rompicolli, abbiamo tutti, in fondo, molta fiducia in lui. E' un uomo che conosce bene il cinema ed ha trovato, tra insidie e pericoli sempre presenti, un suo genere non volgare.
Purché non cada nel patetico e nello sdolcinalo purché non ci regali un Marivaux filmistico, che sarebbe insopportabile, purché cerchi d'elevarsi ad una gaiezza robusta e sostanziale, il Poggioli è un regista del domani, che può far cose eccellenti. Passato per una dura trafila, è arrivato alla regia sulla maturità, da pochissimi anni cioè: ma la maturità è saporosa già, benché sia quella iniziale del settembre, ancor pieno di luci e di festa.
Aspettiamo con la più lieta fiducia i frutti di questa bonomia festante e saporosa. La giovinezza non sa cantare sé stessa Solo il settembre sa cantar bene In dolcezza d' aprile, in quanto gli somiglia e, anche se già lontano, può vederlo ancora alto sul ciglio della stessa verde collina.
Eugenio Giovannetti

Opere di Ferdinando Maria Poggioli: Arma bianca, Impressioni siciliane, Paestum, Presepii (1936) – Ricchezza senza domani (1939) - Addio giovinezza (1940) – L’amore canta, Sissignora (1941).

 film SETTIMANALE DI CINEMATOGRAFO TEATRO E RADIO ANNO V - N. 2  10 GENNAIO 1942 XX



La testata si riferisce al film Paura d’amare diretto da Gaetano Amata e interpretato da Camilla Horn, Carlo Minella, Nino Marchesini (Prod. Andros – Vitafilm)

domenica 5 gennaio 2020

市川崑




Ichikawa Kon
1915 - 2008

Screenshot from 市川崑物語Ichikawa Kon Monogatari, 2006, Shunji Iwai 

lunedì 30 dicembre 2019

Emilio "el Indio" Fernández - la mano di Steinbeck

I film di Fernandez mancano, in genere, di articolazione narrativa.
Il suo modo più naturale di racconto è l'elencazione: egli allinea i suoi argomenti uno dopo l'altro, in un discorso lento e pacato; dicendo assolutamente tutto, con quel compiacimento del pleonasma che è tipico del primitivo. Non riesce a stabilire una gerarchia fra i termini del suo discorso, a cogliere l'essenziale e a rivelarlo mediante l'ellissi, non riesce a svolgere una concatenazione serrata di avvenimenti. La sua analisi filmica ha un andamento sfilacciato che soggiace allo scrupolo descrittivo dell'inventario: il materiale plastico si impone talvolta non per una propria intima dinamica, ma per una specie di vischiosità esterna. Donde certe complicate ed involute simmetrie di costruzione, certi stanchi e forzosi ritoni di situazioni. Un esempio tipico del suo procedimento di elencazione si ha in Las abandonadas (uno dei più brutti film di Fernandez): si vede Dolores del Rio che imbuca una lettera, dissolvenza, imbuca un’altra lettera, dissolvenza, un'altra lettera, dissolvenza, e così via. Poi Dolores bussa ad una porta, dissolvenza, bussa ad un`altra porta, dissolvenza, un'altra porta, dissolvenza, ecc... .
Altre volte questa meccanica scenaristica si sposa alla tecnica del racconto teatrale, determinando allora una prevalenza dialogica. Flor silvestre, per esempio, non è altro che una successione di dialoghi, cioè di situazioni risolte verbalmente e collegate fra loro dal filo rettilineo del rapporto cronologico: dialogo del colonnello con Don Francisco, dialogo di Donna Clara e di Esperancia al letto di questa, del nonno di Esperancia con José Luis, dei due mezzadri che si congedano da Don Francisco, ecc. Anche questa tecnica primitiva di racconto non è priva di riferimenti con le arti figurative locali. Essa trova infatti riscontro nell' iconografia orizzontale ed inconclusa degli antichi affreschi indios (manifestazione istintiva dell'anima popolare messicana; gli affreschi di Teotihuacan risalgono al VI secolo a. C.). Quest’andamento lento e circospetto, comune ai film di Fernandez e agli affreschi indios, non fa che ripetere certi atteggiamenti di vita degli indios, il loro modo di parlare, le lunghe perifrasi con cui sono soliti introdurre un argomento, anche urgente, secondo una tradizionale liturgia del discorso.
Le ragioni dell'impotenza narrativa di Fernandez vanno quindi cercate in una deficienza organica di temperamento, se non addirittura di razza. La migliore delle sue sceneggiature è quella di La perla, dove si avverte la mano di Steinbeck. La sua adesione (non si sa quanto volontaria e cosciente) al genere narrativo appare quindi come un limite della sua ispirazione. Fernandez e, in fondo, una delle tante vittime` di quella formula narrativa che esigenze mercantili impongono oggi ad ogni regista. Tutta la sua opera rivela lo sforzo doloroso ed inutile di adeguarsi agli schemi di quella precettistica narrativa, derivata dal romanzo verista, che da Griffith in poi governa la confezione dei film. 
Finché rimarrà prigioniero di questa formula Fernandez non potrà mai darci il suo vero volto e la misura piena del suo talento, davvero non comune. (continua)

Franco Venturini in BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 -  APRILE 1951

Nella foto, lo scrittore John Steinbeck sul set di The Pearl (1947)
l'originale è qui: 

giovedì 19 dicembre 2019

After all, there is nothing to beat American movies

 


In your line do you have to face problems of export and import?
Yes we do. After all it's also a business.
I have seen in Japan that they are very advanced.
America was already very advanced.
This time it appears that the movie industry there is in a slump.
The studios and equipment are lying idle. Television dominates.
I felt bad about the whole thing.
After all, there is nothing to beat American movies.
Yes, whatever acting we have learned is from them.
Please forgive my saying so.
We don't seem to be bothered about quality.
Our motto has always been to produce more and produce rubbish.
Yes. Probably that is why we have to resort to family planning.

Anche voi dei film avete problemi di esportazione e di importazioni?
Oh sì. Come ogni altra industria.
Ho notato che l'industria cinematografica giapponese è in crescita.
L'America, ovviamente, è sempre molto avanti.
Ma questa volta ho notato un crollo.
Gli studi sono tutti inattivi. Oppure, girano film per la televisione.
Mi ha reso triste.
Dopotutto, non c'è niente di meglio dei film americani.
Sì ha ragione. Abbiamo imparato a recitare da loro.
Non si offenda, signore, ma non abbiamo ancora imparato a curare la qualità.
Il nostro motto sembra essere: Produrre di più e produrre spazzatura!
Sì. Ecco perché la pianificazione familiare è così importante.
Satyajit Ray, Nayak, 1966