giovedì 25 settembre 2014

Sierra de Teruel

Oggi
al Circolo di Cultura Cinematografica " Yasujiro Ozu "

Secondo Denis Marion ( Écranfrançais” n. 1) “s'incominciò a girar il film nel giugno 1938, a Barcellona, in uno dei tre teatri di posa esistenti nella città”, ma con poco o nulla in fatto di materiale e attrezzature. “ Molti esterni furono girati sui campi d'aviazione, tra un bombardamento e l'altro. Per la prima volta nella storia del cinema, alcune scene furono riprese nell'interno d'un bombardiere, la discesa dalla montagna fu girata nella Sierra di Teruel con 2500 reclute non ancora equipaggiate. Nel gennaio 1939, quando le truppe di Franco entrarono in Barcellona, il film non era ancora finito”. Il film ha conservato un solo episodio del romanzo “La Speranza": e cioè l’incursione sul campo d'aviazione franchista. Il punto centrale dell'opera, il corteo che scende dalla Sierra portando i morti e i feriti, fu ispirato all'autore da un episodio cui aveva personalmente assistito. Splendide le scene dei combattimenti di strada, della colletta nel villaggio, del contadino che guida i bombardieri senza riconoscere dall’alto i paesaggi familiari. Nel 90 per cento del film,
interpretato in piena guerra civile da combattenti che ricostruivano quanto avevano vissuto, si sente il vero soffio della rivoluzione spagnola, che annuncia le battaglie antifasciste della seconda guerra mondiale. Le parti più discutibili sono i dialoghi degli aviatori che si chiedono reciprocamente le ragioni per cui combattono. Quando il film fu presentato al grande pubblico, un critico svizzero scrisse: “Il mondo s'è messo a rassomigliare ai romanzi di André Malraux”. Ma, dopo il 1945, l'autore smise di scrivere romanzi. È stato giustamente osservato che il film anticipa nello stile, la regia di Rossellini, di qualche anno posteriori.
Questo è quanto afferma il Sadoul ma noi possiamo aggiungere che il bel André è tenacemente legato alla sua prima vocazione, o meglio la seconda, essendo la prima l’avventura, cioè scrivere e forse un poco ne risente. Sebbene ciò, l’opera conserva una sua valenza storica. Attraverso immagini scarne abbiamo visione di un paesaggio ancora allo stato medievale,  catturato per la maggior parte nella regione della Catalogna. Mentre le scene di guerriglia urbana ci fanno andare con la mente a certe pagine della Condizione.

According to Denis Marion ( Écranfrançais "n . 1)" began to be shooting the film in June 1938 , in Barcelona, ​​in one of the three studios that exist in the city, " but with little or nothing in terms of material and equipment. "Many were shot outside on the airfield , including a bombing and the other . For the first time in the history of cinema, some scenes were shot inside of a bomber , the descent from the mountain was filmed in the Sierra de Teruel 2500 recruits are not yet equipped . In January 1939, when Franco's troops entered Barcelona, ​​the movie was not finished yet . " The film has retained a single episode of the novel " The Hope" : namely, the raid on the airfield nationalist . The central point of the work, which descends from the Sierra procession carrying the dead and wounded , was inspired to author from an episode where he had personally witnessed. Wonderful scenes of street fighting , the collection in the village , the farmer who guide the bombers without recognizing the familiar landscapes from above . in 90 percent of the film , played in full civil war combatants that rebuilding what they had lived , he feels the true breath of the Spanish Revolution , announces that the anti-fascist battles of World War II . most controversial parts are the dialogues of the airmen who wonder why they fight each other . When the film was presented to the general public, a Swiss critic wrote : "The world has taken to resemble the novels of André Malraux ." But , after 1945 , the author stopped writing novels. It has been rightly observed that the film anticipates the style , directed by Rossellini, a few years back . So says the Sadoul but we may add that the lovely André is tenaciously attached to his first vocation , or rather the second , being the first adventure, that is to write and maybe a little affected. Although this , the work retains its historical value . Through skinny pictures we have a vision of a landscape still in the Middle Ages , captured mostly in the region of Catalonia. While the scenes of urban warfare make us go with the mind to certain pages of Condition

So long

Top 20:The Best Very, Very Long Films

By Film Comment

The Mother and the Whore Jean Eustache
1. The Mother and the Whore Jean Eustache (217 minutes)
Sátántangó Béla Tarr
2. Sátántangó Béla Tarr (450)
Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles Chantal Akerman
3. Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles Chantal Akerman (201)
A Brighter Summer Day Edward Yang
4. A Brighter Summer Day Edward Yang (237)
Barry Lyndon Stanley Kubrick
5. Barry Lyndon Stanley Kubrick (184)
Dr. Mabuse, The Gambler Fritz Lang
6. Dr. Mabuse, The Gambler Fritz Lang (restored version, 297)
Edvard Munch Peter Watkins
7. Edvard Munch Peter Watkins (210)
Andrei Rublev Andrei Tarkovsky
8. Andrei Rublev Andrei Tarkovsky (205)
The Godfather: Part II Francis Ford Coppola
9. The Godfather: Part II Francis Ford Coppola (200)
Once Upon a Time in America Sergio Leone
10. Once Upon a Time in America Sergio Leone (229)
Histoire(s) du cinéma Jean-Luc Godard
11. Histoire(s) du cinéma Jean-Luc Godard (266)
Céline and Julie Go Boating Jacques Rivette
12. Céline and Julie Go Boating Jacques Rivette (192)
Out 1 noli me tangere Jacques Rivette
13. Out 1 noli me tangere Jacques Rivette (729)
Greed Erich von Stroheim
14. Greed Erich von Stroheim (restored version, 239)
Chelsea Girls Andy Warhol
15. Chelsea Girls Andy Warhol (210)
Fanny and Alexander Ingmar Bergman
16. Fanny and Alexander Ingmar Bergman (188)
L’Amour fou Jacques Rivette
17. L’Amour fou Jacques Rivette (252)
La Région centrale Michael Snow
18. La Région centrale Michael Snow (180)
Grin Without a Cat Chris Marker
19. Grin Without a Cat Chris Marker (240)
La Commune (Paris, 1871) Peter Watkins
20. La Commune (Paris, 1871) Peter Watkins (345)

L'originale è qui:
http://www.filmcomment.com/article/film-comments-trivial-top-20-expanded-to-40-b-the-best-very-very-long-films

mercoledì 24 settembre 2014

La bicicletta, l'attacchino, il bambino



Neorealista, Ladri di biciclette lo è secondo tutti i principi che si possono ricavare dai migliori film italiani da 1946 ad ora. Intrigo “ popolare “ e addirittura populista: un incidente della vita quotidiana di un lavoratore: E non uno di quegli avvenimenti straordinari come quelli che succedono agli operai predestinati alla Gabin. Niente delitto passionale o enorme coincidenza poliziesca, che non fanno che trasporre nell’esotismo proletario le grandi dispute tragiche riservate un tempo ai familiari dell’Olimpo. Un incidente davvero insignificante, banale persino: un operaio passa tutto il giorno a ricercare a Roma la bicicletta che gli hanno rubato. Questa bicicletta era diventata il suo strumento di lavoro e, se non la trova, tornerà senza dubbio ad essere disoccupato. La sera, dopo ore di corse inutili, cerca anche lui di rubare una bicicletta, ma viene preso, e poi lasciato andare, e si ritrova altrettanto povero,  con solo, in più, la vergogna di essersi abbassato al livello di un ladro.
L’avvenimento non possiede in se stesso alcuna valenza drammatica propria. Prende senso solo in funzione della congiuntura sociale (e non psicologica o estetica) della vittima. Non sarebbe che una banale disavventura senza lo spettro della disoccupazione che lo situa nella società italiana del 1948. Ugualmente, la scelta della bicicletta come oggetto chiave del dramma è caratteristica sia dei costumi urbani italiani sia di un’epoca in cui i mezzi di trasporto meccanici sono ancora rari e onerosi.
La tecnica della regia soddisfa, anch’essa, alle più rigorose esigenze del neorealismo italiano. Neppure una scena in teatro di posa. Tutto è stato realizzato per la strada. Quanto agli interpreti, non uno di loro aveva la minima esperienza di teatro o di cinema.  L’operaio esce dalla Breda, il bambino è stato scoperto per strada fra gli sfaccendati, la donna è una giornalista.
 Se Ladri di biciclette è un puro capolavoro paragonabile per il rigore a Paisà, è per un certo numero di ragioni ben precise che non appaiono mai nel semplice riassunto della storia e neppure nell’esposizione superficiale della tecnica di regia.
La sceneggiatura è innanzitutto di un’abilità diabolica, poiché regola, a partire dall’alibi dell’attualità sociale, più sistemi di coordinate drammatiche  che la puntellano in tutti i sensi. Ladri di biciclette è certamente da dieci anni ad oggi il solo film comunista valido, appunto perché conserva un senso anche se si astrae dal suo significato sociale. Il suo messaggio sociale non viene esposto, resta immanente all’avvenimento, ma è chiaro che nessuno può ignorare  e ancor meno ricusarlo poiché non è mai esplicito come messaggio. La tesi implicata è di una meravigliosa e atroce semplicità: nel mondo in cui vive questo operaio, i poveri, per sussistere, devono rubarsi fra di loro.
Il film si guarda dal barare con la realtà, non solo combinando la successione dei fatti in una cronologia accidentale  e come aneddotica, ma trattando ognuno di essi  nella sua integrità fenomenica. Che il bambino nel bel mezzo di un inseguimento, abbia bruscamente voglia di fare pipì: fa pipì.  Che un acquazzone costringa padre e figlio a rifugiarsi in un portone, ecco che dobbiamo, come loro, rinunciare all’inchiesta per attendere la fine del temporale. Gli avvenimenti non sono nella loro essenza segni di qualcosa, di una verità che dovremmo convincerci; essi conservano tutto il loro peso, tutta la loro singolarità, tutta la loro ambiguità di fatto.
In questa disavventura privata l’attacchino è altrettanto solo (a parte i colleghi, che però sono una faccenda privata) al sindacato che in chiesa. Ma questa similitudine è una suprema abilità, poiché fa scoppiare un contrasto. L’indifferenza del sindacato è normale e giustificata, poiché i sindacati lavorano per la giustizia e non per la carità. Ma il paternalismo invadente dei “ quaccheri “ cattolici è intollerabile, poiché la loro “ carità “ è cieca di fronte a questa tragedia individuale, senza fare nulla per cambiare veramente il mondo che è in causa. La scena più riuscita da questo punto di vista è quella del temporale sotto gli archi, quando uno stormo di seminaristi austriaci capita attorno all’operaio a a suo figlio. Non abbiamo alcuna ragione valida di rimproverar loro di essere tanto ciarlieri, e per di più, di parlare tedesco. Ma era difficile creare una situazione oggettivamente più anticlericale.
Come si vede – e potrei trovare altri venti esempi – gli avvenimenti e gli esseri non sono mai sollecitati nel senso di una tesi sociale. Ma la tesi ne esce tutta agguerrita e tanto più irrefutabile in quanto non ci viene data in sovrappiù. E’ il nostro spirito a ricavarla e costruirla, non il film. De Sica vince ogni volta sul tableau in cui … non ha puntato.
Questa tecnica non è affatto nuova nei film italiani e abbiamo insistito a lungo sul suo valore, a proposito di Paisà e, più di recente, di Germania anno zero, ma questi due ultimi film si rifacevano ai temi della Resistenza e della guerra. Ladri di biciclette è il primo esempio decisivo della conversione possibile di questo “ oggettivismo “ a soggetti interscambiabili. De Sica e Zavattini hanno fatto passare il neorealismo della Resistenza alla Rivoluzione.
Cosi la tesi del film si eclissa dietro una realtà sociale perfettamente oggettiva, ma questa, a sua volta, passa in secondo piano rispetto al dramma morale e psicologico che basterebbe da solo a giustificare il film. La trovata del bambino è un colpo di genio di cui non si sa se è in ultima analisi di sceneggiatura o di regia. E’ il bambino a dare all’avventura dell’operaio la sua dimensione etica e a scavare una prospettiva morale individuale in questo dramma che potrebbe essere solo sociale. Toglietelo e la storia resta sostanzialmente identica; la prova: la riassumereste nella stessa maniera. Il bambino si limita infatti a seguire il padre trotterellandogli accanto. Ma è il testimone intimo, il coro particolare legato alla sua tragedia. E’ supremamente abile aver quasi evitato il ruolo della donna per incarnare il carattere privato del dramma nel bambino. La complicità che si stabilisce tra il padre e il figlio è di una sottigliezza che penetra fino alle radici della vita morale. E’ l’ammirazione che il bambino in quanto tale ha per il padre e la coscienza che questi ne ha a conferire al finale del film la sua grandezza tragica. La vergogna sociale dell’operaio smascherato e schiaffeggiato in mezzo alla strada non è niente di fronte a quella di aver avuto il figlio testimone. Quando gli viene la tentazione di rubare la bicicletta, la presenza silenziosa del bambino che indovina il pensiero del padre è di una crudeltà quasi oscena. Se tenta di sbarazzarsene mandandolo a prendere il tram, è come quando si dice al bambino, negli appartamenti troppo piccoli, di andare ad aspettare un’ora sul pianerottolo. Bisogna riandare ai migliori film di Charlot per trovare situazioni di una profondità più sconvolgente nella concisione. Si è spesso mal interpretato a questo proposito il gesto finale del bambino che ridà la mano al padre. Sarebbe indegno del film vedervi una concessione alla sensibilità del pubblico. Se De Sica offre questa soddisfazione agli spettatori è perché essa è nella logica del dramma. Quest’avventura segnerà una tappa decisiva nelle relazioni fra il padre e bambino, qualcosa come una pubertà. L’uomo, fino a quel momento, era un dio per suo figlio; i loro rapporti sono sotto il segno dell’ammirazione. Il gesto del padre li ha compromessi. Le lacrime che versa camminando fianco a fianco, le braccia penzoloni, sono la disperazione di un paradiso perduto. Ma il bambino torna al padre attraverso la sua decadenza, lo amerà adesso come un uomo, con la sua vergogna. La mano che fa scivolare nella sua non è il segno né del perdono né di una consolazione puerile, ma il gesto più grave che possa segnare i rapporti fra un padre e un figlio: quello che li fa uguali.
Sarebbe senza dubbio lungo enumerare soltanto le molteplici funzioni secondarie del bambino nel film, sia per ciò che riguarda la costruzione della storia che la stessa messa in scena. Bisogna tuttavia far notare almeno il cambiamento di tono (quasi nel senso musicale del termine) che la sua presenza introduce a metà del film. Il bighellonare fra il bambino e l’operaio ci riporta infatti dal piano sociale ed economico a quello della vita privata, e il falso annegamento del ragazzino, facendo di colpo prendere coscienza al padre della relativa insignificanza della sua disavventura, crea, nel cuore della storia, una sorta di oasi drammatica (la scena della trattoria), oasi naturalmente illusoria, dato che la realtà di questa felicità intima dipende in definitiva da questa famosa bicicletta. Così il bambino costituisce una sorta di riserva drammatica che, a seconda dei casi, serve da contrappunto, da accompagnamento o passa al contrario al primo piano melodico. Questa funzione interna alla storia è del resto perfettamente sensibile nell’orchestrazione della camminata del bambino e dell’uomo. De Sica, prima di decidersi per questo bambino, non gli ha fatto fare delle prove di recitazione, ma solo di camminata,. Voleva, accanto alla camminata da lupo dell’uomo, il trotterellare del bambino, essendo l’armonia di questo disaccordo di per sé di una importanza capitale per l’intelligenza di tutta la messa in scena. Non sarebbe esagerato dire che Ladri di biciclette è la storia della camminata per le strade di Roma di un padre e di suo figlio. Che il bambino stia davanti, dietro, a fianco o, al contrario, come nel broncio dopo lo schiaffo, a una distanza vendicativa, il fatto non è mai insignificante. E’ al contrario la fenomenologia della storia.
E’ difficile immaginare data questa riuscita della coppia dell’operaio e del figlio che De Sica potesse ricorrere a degli attori conosciuti.
Certo, gli italiani sono, con i russi, il popolo più naturalmente teatrale. Un qualsiasi ragazzino di strada vale un Jackie Coogan e la vita quotidiana è una perpetua commedia dell’arte; ma mi sembra difficilmente verosimile che questi doni di commedianti siano ugualmente divisi fra i milanesi, i napoletani, e i contadini del Po o i pescatori siciliani. Oltre alle differenze di razza, i contrasti storici, linguistici, economici e sociali basterebbero a compromettere questa tesi, se si volesse attribuire alle sole qualità etniche la naturalezza degli interpreti italiani. E’ inconcepibile che film così diversi per soggetto, tono, stile, tecnica come Paisà, Ladri di biciclette, La terra trema e persino Cielo sulla palude abbiano in comune questa qualità suprema dell’interpretazione. Si potrebbe ancora ammettere che l’Italia delle città sia più particolarmente dotata per questo istrionismo spontaneo, ma i contadini di Cielo sulla palude sono dei veri uomini delle caverne in confronto agli abitanti di Farrebique. La sola evocazione del film di Rouquier a proposito di quello di Genina basta a relegare – almeno da questo punto di vista – l’esperienza del francese al livello di un toccante tentativo dilettantesco. La metà del dialogo di Farrebique è detta fuori campo perché non si poteva impedire ai contadini di ridere durante le battute un po’ lunghe. Genina in Cielo sulla palude , Visconti in La terra trema manovrano decine di contadini o di pescatori, affidando loro ruoli di una complessità psicologica estrema, facendo dire loro testi lunghissimi nel corso di scene in cui la macchina da presa scruta i visi in maniera altrettanto impietosa che in un teatro di posa americano.
De Sica ha cercato molto a ungo i suoi interpreti e li ha sceti in funzione di caratteri precisi. La naturale nobiltà, quella purezza popolare del volto e del passo … Ha esitato mesi fra l’uno e l’altro, ha proceduto a centinaia di provini prima di decidersi finalmente, in un secondo per intuito, di fronte alla sagoma incontrata all’angolo di una strada. De Sica in cerca di un produttore, aveva finito per trovarlo a condizione che il personaggio dell’operaio fosse interpretato da Cary Grant. Basta porre il problema in questi termini per farne apparire l’assurdità. Cary Grant, in effetti, è eccellente in questo genere di ruoli, ma è chiaro che in questo caso non si trattava appunto di interpretare un ruolo ma di cancellarne addirittura l’idea. Era necessario che quest’operaio fosse insieme altrettanto perfetto, anonimo e oggettivo della sua bicicletta.

Una tale concezione dell’attore non è meno “ artistica “ dell’altra. L’interpretazione di quest’operaio implica tante doti fisiche, tanta intelligenza, comprensione delle direttive del regista quanto quella di un attore consumato.
Il cinema italiano secondo André Bazin, op. cit.

lunedì 22 settembre 2014

Il Cristo del Meridione*


Tra le opere filmiche del duo Felice D’Agostino/Arturo Lavorato la più riuscita mi pare Il Canto dei Nuovi Emigranti del 2005. Ricostruzione abbastanza originale della vita del poeta Franco Costabile (1924 – 1965).
 Cari registi non preoccupatevi, non sto qui a ricostruirla anch’io. Dirò solo che in Costabile, come in Pier Paolo Pasolini, la vita e l’opera poetica sono un tutt’uno. La fuga del padre, la fuga della moglie con le sue due bambine, il pensiero e la morte della madre, l’abbandono di Sambiase dapprima per Messina successivamente per Roma, la solitudine, sono causa di una lacerazione che sfocerà nel suicidio; tutto sarà riversato nella poesia che avrà come unico tema la Calabria, cantata come lotta per la vita che costringerà molti all’emigrazione.
La ricostruzione è condotta recuperando materiali d’archivio e interviste a quelli che più l’hanno frequentato o per meglio dire, ha frequentato Costabile. Sostanziosa è, infine, la parte originale che spetta ai registi con le immagini in DVCAM e, talvolta, recuperando la cinepresa e la pellicola Super 8 (senza dubbio superiore).  Così la Calabria è vista lungo la linea ferroviaria Reggio – Roma, attraverso il finestrino del treno in corsa, come per mezzo di landscapes, carpite durante la giornata, che fissano una terra mitica stravolta da ciò che chiamiamo progresso.
* tale lo definì il poeta Giorgio Caproni


Among the film works of the duo Felice D' Agostino / Arturo Lavorato the most successful I think The Song of the New Immigrants of 2005 Reconstruction enough of the original life of the poet Franco Costabile ( 1924-1965 ) .
 Dear filmmakers do not worry , I'm not here to rebuild it myself. I will only say that in Costabile , as in Pier Paolo Pasolini 's life and poetry are one. The father's escape , the escape of his wife and his two little girls , the thought and the death of his mother , the abandonment of Sambiase first to Messina later to Rome , loneliness, cause a tear leading up to the suicide ; everything will be poured into the poetry that will have the sole theme of Calabria , sung as the struggle for life that will force many to emigrate .
The reconstruction is performed by retrieving archival materials and interviews with those who have attended the most or rather , he attended Costabile . Hearty , finally, is the original part that belongs to the directors with the pictures in DVCAM , and sometimes recovering the camera and the film Super 8 (no doubt higher). So Calabria is seen along the railway line Reggio - Rome , through the window of the train, such as by means of landscapes , snatched during the day, securing a mythical land upset by what we call progress.


qui sotto potete vedere solo una parte

domenica 21 settembre 2014

Incomunicabili e critici



“Il nostro dramma è l’incomunicabilità che ci isola gli uni dagli altri. La sua permanenza ci svia e c”impedisce di risolvere i problemi da noi stessi. Non sono un moralista. Non ho né la pretesa né la possibilità di trovare una soluzione. Ma forse sono i critici ad aver ragione, e non l’autore. Voi, non io. Perché sappiamo mai quel che diciamo noi stessi?”
Michelangelo Antonioni



giovedì 18 settembre 2014

Li chiamavano prossimamente

Questo prossimamente è esemplare per il taglio/incolla delle immagini, i tempi e l'opera che vi svolge il " Maestro ", quando non pensava di doversi guadagnare il Paradiso.

This trailer is soon to cut / paste images , times and work of the "Maestro" when he did not think of having to earn heaven.


Lucifer at the movies

Gordon Willis ( looking at me) 1931 - 20014

My maturity in films began with my association with Gordon Willis.” Woody Allen
Se c’è una persona a cui la città di Nuova York deve dire grazie di tutto (è una frase che ricorre spesso in momenti del genere) questi è Gordon Willis, cinematographer colto.
Gordon Willis è stato un fotografo unico avendo circoscritto il suo lavoro di “ Lucifero “ quasi sempre ad un unico territorio, ritrovandosi molto spesso a collaborare con gli stessi registi. Un caso analogo lo possiamo riscontrare nel rapporto che hanno avuto Emilio “ El Indio “ Fernandez e Gabriel Figueroa con sfondo il Messico.
Il suo inizio è dei più rimarchevoli: Il padrone di casa ( The  landlord, 1970) di Hal Ashby anche lui debuttante con quel film. Segue l’incontro con Alan J. Pakula per Klute opera famosa e pluripremiata. I due si ritroveranno sempre fino al 1997 con L’ombra del diavolo, opera che segna l’abbandono delle luci da parte di Willis. Si può dire che la maturità arriva con Il Padrino (The Godfather, 1972) di Francesco Ford Coppola. Il risultato è di prim’ordine dovendo cinematographer soddisfare le esigenze paranoiche del Coppola nonché quelle di Marlon Brando, il cui trucco richiedeva un surplus di fatica nel posare le luci. I Godfather saranno tre, nel frattempo Willis ha la possibilità di ripercorrere la Sicilia ed il messinese, tra Savoca, Forza d’Agrò e l’Alcantara (dove la fortuna ci permise di incontrarlo). Per mezzo di Willis le scene ricostruite e girate in Sicilia, specie nelle parti prima e seconda, sono delle pastorali  assimilabili a nostro avviso alla sesta sinfonia, “Pastorale“, di Ludovico Van Beethoven, alla tranquillità della natura e all’arcaica vita dei campi fa da contrasto l’urto della violenza che si scaglia sugli uomini. Woody Allen, basta la citazione posta ad epigrafe in apertura, è il secondo che deve rendere i sacri ringraziamenti a Willis e se con gli altri registi il lavoro era col e sul colore, con Woody. Gordon è libero di illuminare per il bianco e nero. La parte esterna su New York viene affrontata e restituita con una luce fredda e dark, a volte smagliante, su cui fanno da sfondo le aperture chiare e grigie; citiamo solo Manhattan (1979) o Zelig (1983).
Gordon Willis è stato un autodidatta, non ha fatto l’operatore per nessuno, i suoi soli maestri furono i pittori fiamminghi e, forse, … Il Conformista (1970) di Bernardo Bertolucci e Vittorio Storaro. Ha aperto la strada ad un suo operatore, Michael Chapman cinematographer di Taxi Driver (1976) e Toro Scatenato (1980), il cui lavoro con le luci è per certi versi paragonabile a quello del maestro.

If there is a person to whom the city of New York has to say thank you for everything (it's a phrase that recurs often in such moments ) this is Gordon Willis, cinematographer caught .
Gordon Willis was a photographer only by restricting his work as " Lucifer " is almost always a single territory , finding himself very often to collaborate with the filmmakers themselves . A similar case we can find in the report that they had Emilio "El Indio " Fernández and Gabriel Figueroa background with Mexico.
Its beginning is the most remarkable : The Landlord , 1970, by Hal Ashby too novice with the movie . Following the meeting with Alan J. Pakula's Klute for the famous and award-winning work . The two will meet again until 1997, The Devil's Own , a work that marks the abandonment of the lights by Willis. It can be said that maturity comes with The Godfather , 1972, by Francis Ford Coppola. The result is first-rate cinematographer having to meet the needs of the paranoid Coppola as well as those of Marlon Brando, whose makeup required a surplus of labor in laying out the lights. The Godfather will be three , in the meantime, Willis has a chance to retrace Sicily and the Messina , between Savoca , Forza d'Agro and Alcantara ( where luck allowed us to meet him ) . By Willis and reconstructed scenes filmed in Sicily , especially in the first and second parts , are similar to our view of the pastoral to the Sixth Symphony , " Pastoral " by Ludwig Van Beethoven, the tranquility of nature and the archaic life of the fields contrasts the brunt of the violence and pounces on men. Woody Allen , you just mail the quote to the epigraph at the beginning, it is the second that has to make the sacred thanks to Willis and if the other directors and the work was with color, with Woody . Gordon is free to illuminate the black and white. The outer part of New York is being addressed and returned with a cold light and dark , sometimes dazzling , against a backdrop of the openings clear and gray ; mention only Manhattan, 1979, or Zelig,1983.
Gordon Willis was a self-taught , did the operator to anyone, its only teachers were Flemish painters , and perhaps ... The Conformist, 1970, by Bernardo Bertolucci and Vittorio Storaro . It paved the way to his operator , cinematographer Michael Chapman 's Taxi Driver, 1976, and Raging Bull, 1980 , whose work with the lights is in some ways comparable to that of the master.

mercoledì 17 settembre 2014

La pietruzza e il buon Dio


“ Se sapessi a che cosa serve questa pietruzza sarei il buon Dio, che sa tutto, sa quando nasci, e sa quando muori. Questa pietruzza serve certamente a qualcosa. Se è inutile è inutile tutto il resto, persino le stelle “. Federico Fellini, La Strada

lunedì 15 settembre 2014

Tuco Benedicto Pacifico Juan María Ramírez


 7 dicembre 1915 – 24 giugno 2014


Quando devi sparare spara ... non discutere

Adios, Corbari

 OGGI


Ringo, Arizona o Corbari non è che un titolo per trovarci spettatori al cospetto di Giuliano Gemma, per una volta eroe della resistenza al nazi-fascismo. Valentino Orsini riprende il tema della lotta partigiana in chiave western all’italiana e non sbaglia, nelle intenzioni. Il felice esito finale, a suo tempo prodotto da Giuliani G. De Negri e distribuito dal Cidif, è deviato per colpa vuoi della sceneggiatura, vuoi, peggio, di Roberto Parpignani che coi tagli western si trova con una moviola non sua, e ben altrimenti più efficace con Bellocchio o Bertoluccci. Al suo posto gli Alabiso, Eugenio o Daniele, avrebbero fatto di meglio, come ad affiancare Valentino Orsini nella stesura della sceneggiatura ci voleva Luciano Vincenzoni o Sergio Donati. Ne viene fuori così un film singhiozzante che mette voglia di rifarlo se non fosse che Giuliano Gemma è passato ora nella parte degli angeli che mangiano fagioli.


mercoledì 16 luglio 2014

lunedì 7 luglio 2014

mercoledì 2 luglio 2014

Dopo il Neorealismo


La cosa che oggi mi pare più sorprendente nella produzione italiana è che essa sembra dover uscire dall’impasse estetica in cui si poteva credere che la tenesse il  “ neorealismo “.  Passata l’esplosione degli anni ’46 e ’47, si è potuto temere che questa utile e intelligente reazione contro l’estetica italiana della grande messa in scena e, d’altra parte, più in generale, contro l’estetismo tecnico di cui soffriva il cinema di tutto il mondo, non potesse andare oltre l’interesse di una sorta di super-documentario, o di reportage romanzati. Ci si è trovati a constatare  ch il successo di Roma città aperta, di Paisà, di Sciuscià era inseparabile da una certa congiuntura storica, che esso partecipava del senso stesso della Liberazione e che la loro tecnica era in qualche modo magnificata dal valore rivoluzionario del soggetto. Come certi libri di Malraux o di Hemingway trovano in una sorta di cristallizzazione dello stile giornalistico la forma di un racconto più appropriato alla tragedia dell’attualità, così i film di Rossellini o di De Sica dovevano solo ad un accordo accidentale della forma e della materia il fatto di essere delle opere maggiori, dei “ capolavori “. Ma una volta che la novità ma soprattutto il pimento di questa crudezza tecnica hanno esaurito il loro effetto sorpresa, che resta del “ neorealismo “ italiano, quando deve per forza di cose tornare a soggetti tradizionali: polizieschi, psicologici o anche di costume?  Passi ancora per la macchina da presa per le strade, ma la splendida interpretazione non professionale non si condanna da sola a mano a mano che le rivelazioni vanno ad ingrossare le file delle vedette internazionali? E per generalizzare questo pessimismo estetico: il “ realismo “ non può avere in arte che una posizione dialettica, è più una reazione che una verità- Resta da integrarlo in seguito all’estetica che sarà, così, venuto a verificare. Gli italiano non erano del resto gli ultimi a dir male del loro “ neorealismo “.   Credo che non ci sia un regista italiano compresi i più“ neorealisti “, che non assicuri energicamente che bisogna uscirne.
Così il critico francese si sente preso da scrupoli – tanto più che il famoso neorealismo ha dato ben presto segni di visibile stanchezza. Delle commedie, per altro abbastanza divertenti, sono venute a smerciare con una visibile facilità la formula di Quattro passi fra le nuvole o di Vivere in pace. Ma la cosa peggiore di tutte è statala comparsa di una sorta di super-produzione “ neorealista “ in cui la ricerca della cornice vera, dell’azione di costume, della pittura di un ambiente popolare, degli sfondi “ sociali “ diventava un luogo comune accademico. Cosi quest’anno, a Venezia, Patto col diavolo di Luigi Chiarini, cupo melodramma di amore campagnolo, cercava visibilmente di trovare in una storia di conflitto tra pastori e boscaioli un alibi secondo il gusto del momento. Per quanto riuscito da altri punti di vista, In nome della legge, che gli italiani hanno tentato di spingere avanti a Knokke-le-Zoute, non sfugge affatto agli stessi rimproveri. Si noterà di passaggio, con questi due esempi, che il neorealismo punta adesso sul problema rurale, forse per prudenza verso i successi del neorealismo urbano. Alle “ città aperte “ succedono le campagne chiuse.
Cominciavamo già a volgerci verso l’Inghilterra, la cui rinascita cinematografica è anch’essa in parte frutto del realismo: quello della scola documentaristica che, prima e durante la guerra, aveva approfondito le risorse offerte dalle realtà sociali e tecniche. E’ probabile che un film come Breve incontro sarebbe stato impossibile senza il lavoro decennale di Grierson, Cavalcanti o Rotha. Ma gli inglesi, invece di rompere con la tecnica e la storia del cinema europeo e americano, hanno saputo integrare all’estetismo più raffinato le acquisizioni di un certo realismo. Niente di più costruito, di più concentrato, di Breve incontro, niente di meno concepibile senza le risorse più moderne del teatro di posa, senza attori abili e consumati; si può immaginare tuttavia pittura più realistica dei costumi e della psicologia inglese?
Breve incontro fece allora quasi altrettanta impressione di Roma città aperta. Il tempo si è incaricato di mostrare quale dei due avrebbe avuto un avvenire cinematografico vero. Peraltro il film di Noel Coward e David Lean non doveva granché alla scuola documentaristica di Grierson.

I miei dubbi sul cinema italiano non sono andati tanto in là …. Ma c’è Ladri di biciclette.
Infatti con Ladri di biciclette De Sica ce l’ha fatta ad uscire dall’impasse, giustificare di nuovo tutta l’estetica del neorealismo.

Il neorealismo e il post-neorealismo.
Il cinema italiano secondo André Bazin, op. cit.















lunedì 30 giugno 2014

Capri 17 maggio 1963 ore 17,00

OGGI
al Circolo di Cultura Cinematografica " Yasujiro Ozu "
    



Nella primavera del 1963 Jean-Luc Godard sbarca a Capri per  girarvi, set villa Malapartre, Le mepris. Non era solo, non lo poteva mai essere,  avendo scelta come protagonista del film Brigitte Bardot. Neanche lei era sola, si portava dietro un codazzo lungo quanto la distanza che c’è tra Capri e Napoli di paparazzi. Esseri molto avventurosi e intraprendenti di fotografi il cui soprannome fu regalato  loro da Federico Fellini. I protagonisti di questo documentario di Jacques Rozier sono loro e i teleobiettivi delle macchine fotografiche a tracolla  che cercavano di rubare una posa inedita, quanto sconcia, alla bella Brigitte. Le guardie cercavano invano di tenere a bada i caparbi  rubapose, essi saltavano da tutte le parti, dal mare o come capre dalle rocce capresi. Forse quello fu il momento più alto vissuto da questa categoria di artisti finiti a rubare immagini anche ai più insignificanti divi televisivi per copertine di giornali spazzatura che finiscono sui tavolini delle sale d’attesa di medici e assicuratori. Nel documentario Rozier monta con gusto nouvelle vague, alle musiche di Antoine Duhamel e alla voce di Michel Piccoli, immagini di copertine di riviste con fotogrammi frammentati della Bardot, ricreandone un mito ad libitum.

·         Regia,Montaggio e Testo: Jacques Rozier . Voce: Michel PiccoliJean Lescot et Davide Tonelli
·         Assistente regia : Michel S. Cavillon, Hubert Watrinet -Musica : Antoine Duhamel
·         Photographie : Maurice Perrimond
·         Suono : Jean Baronnet - Mixage son : Louis Perrin


Antonioni chiuso in Ferrara



 Mi si rimprovera di guardare tutto da lontano. È il mio modo di raccontare, non una posa. Questa “distanziazione ” è forse un pò di pudore. Mi capita d”immaginare una scena emozionante, ma non la
 realizzo. Forse è perché ne sono commosso io prima degli altri. Forse anche perché sono del nord,
 di Ferrara, una città in cui ci si sente terribilmente chiusi.
Michelangelo Antonioni

giovedì 26 giugno 2014

Aporia e doni in Caulonia (RC)

     


“ Definiamo dono ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare  il legame sociale tra le persone ”. Jacques T. Godbout
Al momento di girare Il dono (2003) Michelangelo Frammartino era un architetto che costruiva delle video-installazioni. Il dono è una video installazione gonfiata in 35 mm.
Il film come le video-installazioni non ha una trama, poggia su delle immagini dentro cui si muovono le figure, la luce e soprattutto, e qui sta la sua forza, i suoni o, se per voi è meglio, i rumori –  catturati con discrezione da Davide Sampieri  - creando l’armonia della musica. I dialoghi sono preventivamente esclusi.
C’è un paese, c’è un vecchio che ha lo sguardo sottaciuto di Buster Keaton, c’è un’ebete che si crede posseduta dal demonio, in realtà si dona a chiunque la carica in macchina, compreso il barbiere del paese. Questa però soccorre con il suo aiuto ( dono ) le vecchie che non hanno nessuno che si prenda cura di esse.
L’ebete è soccorsa dal vecchio che le regala una Vespa e sembrerebbe quasi che la voglia emancipare da quel darsi ai paesani.
Infine c’è il mare, con i suoi relitti sulla riva dove si vanno ad infrangere le onde.
“ L’ho chiamato Il dono il mio primo film perché il dono è un concetto aporetico, nel senso che il dono esiste e non esiste. Se tu doni non ma hai memoria del dono fatto vuol dire che senti il credito, allora non è più un dono, è uno scambio, allora devi farlo e dimenticarlo, cioè nello stesso istante in cui lo fai non lo devi fare, non dev’esserci “. Michelangelo Frammartino
Il dono è un film libero, che libera lo spettatore di farsi catturare dall’armonia, che è anche l’armonia della natura.
Girato a Caulonia a monte dell’antica Kaulon, in piena Magna Grecia, paese natale della famiglia Frammartino, il lavoro attraverso quei suoni di cui si diceva ci restituisce intaccati i luoghi e i colori della nostra infanzia: i vicoli silenziosi; le vecchie case, spesso disabitate; lo scorrere lento del tempo ricordato dal rintocco della campana della chiesa; la vallata che si espande sul mare Jonio; la fiumara, riflettente la luce solare.


mercoledì 25 giugno 2014

lunedì 23 giugno 2014

Loser in Mexico


OGGI



Warren Oates è un loser sulla scia dei precedenti che costellano la filmografia di Sam Peckinpah. Vivacchia in Messico City cantando in locali per turisti americani che offrono di tutto: tequila, birra Corona e donne. E’ infantilmente innamorato di una cantante poco chiara e molto ambigua che non si fa scrupoli di raggirarlo in ogni occasione. Il caso offre a Warren di uscire fuori dalla melma. Gli arriva sottoforma di una testa che guarda caso era sulle spalle di un amante della sua, creduta, donna: Alfredo (Al) Garcia. In molti cercano Al reo di aver messo in stato di gravidanza la figlia di un boss messicano con il volto di Emilio El Indio Fernandez. Riuscito ad impossessarsi della testa di Alfredo, ormai ricercata pure dalle mosche, Warren vuole conoscere chi paga e perché. Nel frattempo Al è diventato anche un rivale con cui fare i conti per via della poco chiara donna.
In questa occasione Sam Peckinpah si trasferisce totalmente in Messico, lo aveva preceduto poco tempo addietro anche Don Siegel per girarvi Two Mules for Sister Sara ( Gli avvoltoi hanno fame). In Messico Peckinpah si avvale del lavoro di Alex Phillips Jr per catturare al meglio il retroterra rurale ma anche della presenza di due nomi che hanno contribuito a fondare il cinema nazionale messicano: il nominato Indio e Chano Urueta. Il film lo si può prendere come un’elegia di quel cinema come di un paesaggio ormai al tramonto e a Peckinpah si affiancherà negli anni anche Cormac Mc Carthy con la sua trilogia letteraria.


domenica 22 giugno 2014

Il cinema americano si fa oggi in Italia

Paisà è innanzitutto senza dubbio il primo film ad essere l’equivalente rigoroso di una raccolta di novelle. Non conosciamo d’altro che il film a episodi, genere bastardo e falso come pochi. Rossellini ci racconta una dopo l’altra sei storie della Liberazione italiana. Esse non hanno in comune che questo elemento storico. Tra di esse, la prima, la quarta e l’ultima si riallacciano alla Resistenza, le altre sono degli episodi buffi, patetici o tragici ai margini dell’avanzata alleata. La prostituzione, il mercato nero, la vita di un convento francescano ci forniscono indifferentemente la materia. Nessuna progressione  se non un cero ordinamento delle storie secondo l’ordine cronologico a partire dallo sbarco delle truppe alleate in Sicilia. Ma lo sfondo sociale, storico e umano delle sei storie conferisce loro un’unità  del tutto sufficiente per farne un’opera perfettamente omogenea nella sua diversità. Ma soprattutto la lunghezza di ogni storia, la struttura, la sua materia, la sua durata estetica ci danno per la prima volta l’esatta impressione di una novella. L’episodio di Napoli in cui vediamo un ragazzino specialista del mercato nero vendere i vestiti di un negro ubriaco, è una splendida novella “ di “ Saroyan. Un’altra fa pensare a Steinbeck, un’altra a Hemingway, un'altra ( la prima ) a Faulkner. Non voglio dire solo per il tono o per il soggetto, ma più profondamente: nello stile. Non si può sfortunatamente citare fra virgolette una sequenza cinematografica come  paragrafo, e la descrizione letteraria che se ne può fare è per forza incompleta. Ecco tuttavia un episodio dell’ultima novella  (che mi fa pensare ora a Hemingway ora a Faulkner): 1) un gruppo di partigiani italiani e di soldati alleati è stato rifornito di viveri da una famiglia di pescatori che vive in una sorta di fattoria isolata in mezzo alle paludi del delta padano. Gli danno una cesta di anguille, loro se ne vanno; una pattuglia tedesca successivamente se ne accorge e giustizia tutti gli abitanti della fattoria; 2) al crepuscolo, l’ufficiale americano e un partigiano camminano fra le paludi. In lontananza una fucilata. Un dialogo molto ellittico fa capire che i tedeschi hanno fucilato i pescatori; 3) degli uomini e delle donne stesi morti davanti alla capanna, un bimbo mezzo nudo piange senza posa nel crepuscolo. Anche così succintamente descritto, questo frammento di racconto lascia vedere a sufficienza delle enormi ellissi, o meglio delle lacune. Un’azione abbastanza complessa è ridotta a tre o quattro brevi frammenti, in se stessi già ellittici in rapporto alla realtà che rivelano. Passi il primo, puramente descrittivo. Nel secondo l’avvenimento ci viene significato solo attraverso ciò che potevano saperne i partigiani: dei colpi di fucile in lontananza. Il terzo viene presentato indipendentemente dalla presenza dei partigiani. Non è neppure sicuro che questa scena abbia un testimone. Un bambino piange in mezzo ai genitori morti: ecco, è un fatto. Come hanno i tedeschi a sapere della colpevolezza dei contadini? Perché il bimbo è ancora vivo? La cosa non riguarda il film. Eppure tutta una serie di avvenimenti si sono concatenati fino a giungere a questo risultato. La tecnica di Rossellini conserva senza dubbio una certa intelligibilità nella successione dei fatti, ma questi non si ingranano l’uno sull’altro come una catena su un pignone.. I fatti, in Rossellini, acquistano un senso, ma non alla maniera di un utensile la cui funzione ne ha, in anticipo, determinato la forma. I fatti si susseguono e lo spirito è costretto ad accorgersi che si raccolgono e che, raccogliendosi, finiscono per significare qualcosa che era in ciascuno di essi e che è, se si vuole che era in ciascuno di essi e che è, se si vuole, la morale della storia. Una morale alla quale lo spirito appunto non può sfuggire perché essa gli viene dalla realtà stessa. Nell’episodio di ” Firenze “, una donna traversa la città ancora occupata da alcuni tedeschi e da gruppi fascisti per cercare di raggiungere un capo partigiano, suo fidanzato. L’accompagna un uomo che cerca anche lui sua moglie e suo figlio. La macchina da presa li segue passo passo, ci fa partecipare a tutte le difficoltà che essi incontrano, a tutti i pericoli, ma con una perfetta imparzialità ell’attenzione che essa presta ai protagonisti dell’avventura e alle situazioni che devono traversare. In effetti, tutto quel che avviene nella Firenze agitata dalla Liberazione è ugualmente importante, l’avventura personale dei due personaggi si insinua bene o male in un brulichio di altre avventure, come quando ci si fa largo coi gomiti attraverso una folla per ritrovare la persona che abbiamo perduto. Di passaggio, si intravedono negli occhi di quelli che vi fanno largo altre preoccupazioni, altre passioni, altri pericoli, di fronte ai quali i vostri non sono forse che irrisori. Alla fine e per caso, la donna viene a sapere dalla bocca di un partigiano ferito che colui che cercava è morto. Ma la frase che glielo rivela non era destinata a lei, la colpisce come una pallottola vagante. La purezza di linea di questo racconto non deve niente ai procedimenti di composizione classica per una narrazione di questo genere. L’interesse non è mai portato artificialmente sulla protagonista. La macchina da presa non vuole  essere psicologicamente soggettiva. Il che ci fa partecipare ancor meglio ai sentimenti dei protagonisti, perché è facile dedurli e perché il patetico non proviene in questo caso dal fatto che una donna ha perduto l’uomo che ama, ma dalla situazione di questo dramma particolare fra mille altri drammi, dalla sua solitudine solidale al dramma della liberazione di Firenze. La macchina da presa si è limitata a seguire come per un reportage imparziale una donna alla ricerca di un uomo, lasciando al nostro spirito la responsabilità di essere con questa donna, di comprenderla e  di soffrire.
Il cinema americano si fa oggi in Italia, ma mai il cinema della penisola è stato più tipicamente italiano. Il sistema di riferimento che ho adottato mi ha allontanato da altri accostamenti ancor meno contestabili, per esempio con la tradizione della novella italiana, della commedia dell’arte e della tecnica dell’affresco.  Piuttosto che di un’ “ influenza “, si tratta di un accordo del cinema e della letteratura su degli stessi dati estetici profondi, su una comune concezione dei rapporti dell’arte e della realtà. E’ un bel po’ di tempo che il romanzo moderno ha compiuto la sua rivoluzione “ realista “ , che ha integrato il behaviorismo, la tecnica del reportage e l’etica della violenza. Il cinema è lungi dall’aver esercitato la minima influenza su questa evoluzione, così come si crede ancora spesso, e un film come Paisà prova al contrario che esso restava di un vent’anni indietro sul romanzo contemporaneo. Non è merito minore del cinema italiano recente quello di aver saputo trovare per lo schermo gli equivalenti propriamente cinematografici della più importante rivoluzione  letteraria moderna.

 Il neorealismo e il post-neorealismo.
Il cinema italiano secondo André Bazin, op. cit.


mercoledì 18 giugno 2014

Quando il prossimamente diventa poesia

Miro Grisanti e il poeta Pier PaoloPasolini

mercoledì 11 giugno 2014

Clint Eastwood morally ambiguous figure


Eastwood’s persona carries a unique distinction among superstars; he represents almost exclusively morally ambiguous figures. He is a coyote/trickster figure among banal comic book heroes. No one has stretched more, or questioned the confines of the movie star construct. Imagine Ben Affleck, Gibson or Willis, or the action hero of your choice in any of these situations:
Homoerotic LoverThunderbolt and Lightfoot (Michael Cimino, 1974)
Terrorised Male GothicPlay Misty for Me (Clint Eastwood, 1971)
Sacrificial Erotic Murder VictimThe Beguiled (Don Siegel, 1971)
Secret Service Agent FailureIn the Line of Fire (Wolfgang Petersen, 1993)
Sexual Obsessive CopTightrope (Richard Tuggle, 1984)
Deathly, Consumptive Country LegendHonkytonk Man (Clint Eastwood, 1984)
Orangutan Co-Star:Every Which Way but Loose (Hal Needham, 1978) and
Any Which Way You Can (Hal Needham, 1980)
Unredeemed Mercenary KillerUnforgiven (Clint Eastwood, 1992)
Saccharine Circus FreakBronco Billy (Clint Eastwood, 1980)
Fey, but Psychotic DirectorWhite Hunter, Black Heart (Clint Eastwood, 1990)
Loveless Commitment-PhobeThe Bridges of Madison County (Clint Eastwood, 1995)
Geriatric Washed-up AstronautSpace Cowboys (Clint Eastwood, 2000)
tratto da:
It Came from the Mystic
by Carloss James Chamberlin
http://sensesofcinema.com/2004/feature-articles/mystic_river/