Mimmo Addabbo - Lolli,Ubaldo Vinci, Gianni Parlagreco,Catalfamo,Fabris, Valentino,Margareci,Crimi,Fano e i Sigilli
giovedì 3 maggio 2012
OGGI
VittorioCottafavifu un regista italico molto più ben voluto in Francia, dovechi voleva fare del cinema, si affaticava dapprima in un apprendistato da critico, scrivendo su riviste battagliere, a volte in netto contrasto tra loro, che avevano i loro personali autori innalzati su un piedistallo.
Luc Moullet fu tra quelli che difendevano a spada tratta il nostro Cottafavi, il quale nel suo paese era considerato come un discreto artigiano da affidare alla recensione di quell’onnipresente firma sotto il nome di Vice.
La rivolta dei gladiatori non è certo il suo maggiore lavoro. Pensando alla destinazione finale di questo genere di pellicole, la sala parrocchiale, l’unica nei piccoli centri di montagna, specie nel sud, come il cinema Loreto di Platì, era un capolavoro per gli occhi dei bambini in cerca di avventure, risse e cattivi da uccidere, che nulla sapevano di critica a qualsivoglia livello. Chissà quanti bambini, in quei tempi di berlinese muro, sapevano dell’Armenia, quella reale e non quella imperiale.
Ettore Manni e George Marchal reggevano molto bene i loro incarichi, per merito anche, quest’ultimo , del suo doppiatore Emilio Cigoli, la voce del primo era di Nando Gazzolo; Gianna Maria Canale era sempre la perfida strega assetata di sangue e potere.
Saprete già che la sequenza è tratta da La valigia dei sogni di Luigi Comencini, io lo rimaneggiato inserendovi il tema de Le mepris di George Delerue nella prima parte.
E' doveroso ricordare Umberto Melnati come portavoce di tutti quelli che amano il cinema vecchio.
Come ho ricordato prima ho prestato mano d’opera con Taormina Arte, e in quella sede con i circoli messinesi si organizzarono retrospettive su Roger Corman, Brian De Palma, Peter Weir e il cinema australiano.
Già negli anni del mio apprendistato al Cineforum Don Orione per mezzo di Ubaldo avevo timidamente collaborato alla “Settimana del Filmnuovo” una sezione della Rassegna Cinematografica di Messina-Taormina affidata al professor Sandro Anastasi, critico cinematografico della Gazzetta del Sud, creata negli anni della contestazione per tacitare i turbolenti giovani – un pallido scopiazzamento tutto buddace di quanto era accaduto a Cannes e a Venezia dove a scendere nella strada era gente come Godard, Truffaut, Malle, Pasolini, Bertolucci provocando turbolenze davanti al Palais e al Lido – che si opponevano a quanto gestiva dispoticamente Gian Luigi Rondi.
Le proiezioni della “Settimana”, si svolgevano nella varie sale messinesi affittate di anno in anno; il Trinacria e il suo Giardino, l’Odeon, il Garden e il Giardino Corallo. Più avanti dopo l’abbandono da parte mia del Cineforum continuai, chiedendo, assieme a Franco Cingari, al gentilissimo professor Anastasi di poter dare una mano, soprattutto per la retribuzione che ci veniva accordata, poca cosa di fronte a quanto percepivano impiegati e dirigenti dell’E.P.T di allora. Questa partecipazione mi diede comunque l’occasione, talvolta, di mettere piede a Taormina, con la macchina e l’autista, Silvio, della Rassegna, e recarmi al San Domenico dove c’era la vera e propria organizzazione e intravedere nell’andirivieni di quelle stanze qualche personaggio famoso.
Nel frattempo giunse il 1984, non quello di Orwell ma quello di Leone con l’arrivo nelle sale di C’era una volta in America, per dirla con Walker Percy“sono un uomo giovane, ventinovenne, ma sono pieno di sogni, quantipotrebbe averne un vecchio”,il mio ideale di bellezza ha finalmente un volto e un corpo e per giunta si chiama il suo cognome è come nonna Mariuzza.
Lui non dorme mai. E’ una persona ossessiva. E’ il più faraonico dei registi con i quali ho mai lavorato … Il suo sguardo è fisso sul futuro. Non da importanza alle sottigliezze. Oliver Stone
Se parlando di Michael Cimino, vale l’etichetta film di genere, questo è un film di genere, anzi di generi.
Tratto da un novel di Robert Daley - non il produttore del suo film di debutto con Clint Eastwood - e sceneggiato con Oliver Stone, ricalca il tema principale di tutta la filmografia di Michael Cimino: lo scontro tra le razze in America per un qualsiasi predominio. Qui abbiamo un polacco contro un cinese, perché poi lo scontro, frenetico, vero è tra i due con il contorno della chinatown e la classica storia d’amore che coinvolge il polacco, un ex veterano del Vietnam,e la bella cinesina, il cui compito è pure quello di risollevarlo dal matrimonio fallito.
I due protagonisti principali, Mickey Rourke e John Lone fanno il loro lavoro con coscienza e destrezza, rievocando il ricordo di tanti sceriffi e villain del cinema americano, ma, come, e mi ripeto, in tutti i film di Cimino è l’ambiente il vero protagonista di quanto racconta, qui il quartiere cinese e la sua comunità abilmente cinematografati da Alex Thompson.
Accusare Cimino di razzismo per questo film è come accusare, tutto questo è accaduto, Eastwood ed il suo ispettore Callaghan di fascismo, accuse a cui non sfuggirono e sfuggiranno nemmeno Tolstoj e Dostoevskij; la sua è una campagna contro la perdita dei valori tradizionali su cui si basavano i rapporti tra gli uomini;il nostro Michael, lo ripeto, è dotato di un proprio umanesimo lontano dagli schemi rigidi di molti conservatori e progressisti che si servono di questi modelli per definire una geografia interiore per non smarrirsi nello svolgersi quotidiano della vita.
Unica pecca nella versione italica del film è la voce di Vernellone che fa apparire Mickey Rourke una fotocopiadi quell’animale, letteralmente, di Silvester Stallone.
Sotto l’etichetta che porta la firma di Enzo Ungari, facendoli uscire dal limbo, andrò ricordando opere, di autori famosi o meno famosi, che hanno vissuto una sola stagione, se non dire la sola prima visione in un cinema d’essai, cineforum o circolo del cinema. Questi per altro pagavano caro il noleggio di questi film che nessuno voleva proiettare, dato il prevedibile scarso incasso da segnare sul borderò.
Li commenterà una breve citazione tratta dal libro di Enzo Ungari Schermo delle mie brame dato alle stampe nel 1978.
Vorrei anche ricordare che Enzo Ungari se fosse vissuto oggi sarebbe un nome notissimo per via de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, ma non tutti sanno che proprio a Messina il buon Enzo trovò quanto cercava nelle biblioteche mondiali, e per bontà dell’altrettanto buona Giovannella Giordano.
Paulina s’en vadi André Téchiné
è uno di quei film a cui si ha voglia di fare dei complimenti, a causa della sua fragilità e del suo essere senza protezione.
Quest’opera porta la regia di Mario Bonnard. Solo per finta.
Quando furono iniziate le riprese Bonnard era stravecchio, e forse stramorto, come Stanley Kubrick quando si stavano ultimando le riprese d Eyes wide shut nel 1999, portato a termine non si sa da chi.
Lo presero in mano quattro giovani leoni: Ennio De Concini, Duccio Tessari, Sergio Corbucci e Sergio Leone. Questi partirono per la Spagna e a momenti vi rimanevano.
Il risultato è un guazzabuglio sgangherato per via della Commissione Episcopale Italiana e dell’Opus Dei spagnolo, con un contorno di musiche che irritano le orecchie di Angelo Francesco Lavagnino.
Ma non gliene vogliamo ai quattro baldi giovani, essi si fecero le ossa su quelle cadenti di Bonnard.
La fine: quella distruzione di Pompei sarà meglio rifatta sa Sergio Leone quando appronterà Il colosso di Rodi. L’inizio: beh, l’inizio è la partenza del western all’italiana, un manipolo di incappucciati a cavallo che oltrepassano di notte il fiume per compiere un massacro, è una scena delle future diSergio Corbucci o Duccio Tessari ,sempre diretta da Sergio Leone, con quell’effetto notte, nuit américane o day for night che imperverserà in Per un pugno di dollari – d‘altra parte gli assalitori agiscono armati di frecce come gli apaches fordiani.
Tutto ciò lo si può notare nel filmato rimissato da me a cui ho inserito un frammento tratto dal corbucciano grande silenziocomposto dal Maestro.
Su Steve Reeves meglio tacere per lui parlava l’ammasso di carne, è preferibile ricordare Mimmo Palmara giovanotto che se non ci fosse stato Giuliano Gemma … e una citazione merita Fernado Rey nelle vesti, per lui insolite, di cattivo.
Infine, Ennio De Concini diresse il suo unico film intitolato Gli ultimi 10 giorni di Hitler nel 1973
Io arrivai all’E. inizialmente perché dopo la scuola per racimolare qualche lira e non gravare sempre su papà, ereditai un lavoretto, da mia sorella Maria, che consisteva nell’incassare per conto di una nota, a quei tempi, libreria. Una simpatica signora lavorava li dentro e vi ritornavo ben felice perché mi piacevano le sue gambe – quando divenimmo colleghi lo rivelai all’interessata, per nulla turbata, anche perché era divenuta come una sorella per me.
Dopo non ricordo se vi rimisi piede per Fabio Mollica o con Fabio, figlio del noto attore messinese Massimo, divenimmo amici lì dentro. Sta di fatto che lui aveva organizzato, ora si dice progettato, un corso per “Operatore Culturale”, a cui mi iscrissi. Ma forse, ora che ci penso, lo conobbi per via di un ciclo di film promosso da una cooperativa di cui lui faceva parte, proiettati al cinema Royal, e per il quale chiesero la mia consulenza e collaborazione.
Il docente di “Comunicazioni di Massa” per quel corso era Sebastiano Di Marco che veniva Reggio dove insegnava inglese in un liceo, ma era più conosciuto perché era la mente del circolo “Charlie Chaplin” in via Aschenez.
Il Natale di quell’anno, con Fabio e Filippo, un altro collega ed amico, lo passammo presso il suo circolo perché aveva allestito una retrospettiva su Sergej M. Ejzenstejn, cosa rarissima in quei tempi per i circoli calabro-siculi, e ogni sera con la 126 rossa della mamma di Fabio traghettavamo, via Villa San Giovanni, per andare al circolo reggino.
A Sebastiano Di Marco devo una riconoscenza che non ho mai potuto ricambiare a causa della sua prematura scomparsa: se sono diventato un lavoratore dell’E. lo devo al suo inaspettato e disinteressato sollecitamento presso il direttore. Lui capì subito quanto rappresentava il cinema per me e la preparazione acquisitafrequentando i cinema e i circoli, per questo ogni tanto, durante le lezioni, mi chiamava a fare qualche intervento a supporto delle sue lezioni.
Al di fuori di questa mia attività lavorativa che mi impegnava abbastanza durante la settimana ,
sepolto il “Barbaro” non smisi di partecipare all’organizzazione di cicli cinematografici con altri circoli e in quegli anni si intensificò pure la collaborazione con la Rassegna Cinematografica di Messina-Taormina e con la succeduta Taormina Arte.
Continuai a proiettare film presso un circolo ARCI, “Il Punto Rosso” – vi proiettai per qualche settimana Io sono un atutarchico di Nanni Moretti, allora al suo debutto -, partecipai e proiettai con la cooperativa Entr’Acte fondata dagli scissionisti barbari cui si era aggiunto Maurizio, Godard, Wenders, il Cinema Francese, proiettai pure presso il circolo socialista Officina e nelle feste dell’Unità.
Siamo nel 1975, Sergio Leone produce Un genio, due compari, un pollo che dirige Damiano Damiani. Per sé riserva la parte iniziale, un film nel film. Finalmente rende omaggio, da par suo, ad un atro grande westerner,Sam Peckinpah, suo estimatore della prima ora, dato per morto ne Il mio nome è Nessuno. I silenzi le attese, i primi piani, il landscape, tutta una summa peckinpahiana e leoniana in circa otto minuti. Dovremo attendere dieci anni prima di un lunghissimo film e sarà la fine di tutto.
Sam Peckinpah, Giuseppe Rotunno, Sergio Leone, Monte Hellman
Michael Cimino il siciliano, oriundo nella terra dei padri
Il Regno delle due Sicilie, l’unico paese al mondo assieme all’ovest americano, dove la realtà sconfina nella fantasia e la fantasia sconfina nella realtà. L. Sciascia
La storia la si può ribaltare – lo chiamano revisionismo -come si vuole ed i personaggi storici pure; al cinema è accaduto spesso. Martin Scorsese ha riscritto, ammesso che sia esistito, Gesù di Nazareth, considerato fino ad allora un intoccabile; John Ford, maestro di scuola Michael Cimino, ha camuffato il generale George Armstrong Custer in un buon padre di gaie donzelle in età da marito.
Cimino reinventa un pezzo di storia sicula, ed uno dei suoi personaggi più famosi dopo Polifemo, ammesso che anche quest’ultimo sia esistito.
L’obiettivo dei nostri tre registi, come di altri, è stato quello di dare qualcosa in cui credere, a danno della realtà, agli americani.
Il Siciliano di Michael Cimino è un film per gli americani del New Jersey come per quelli di una qualsiasi Contea del Kansas.
Come il fordiano Massacro di Fort Apache il film di cimino è ottimo, per alcuni aspetti molto personale e ciò è dovuto alla sensibilità del regista.
Quello che mi piace di più e che il nostro Michael ha fatto vedere la Sicilia per come la vedevo io nei miei giri e rigiri: la terra del Mito. L’ha rappresentata come fosse l’altra terra del Mito, la sua patria, l’America, non quella urbana di Ore disperate ma quella della frontiera ne ICancelli del cielo, quella dei nativi, di cui lui è un cittadino onorario.
Di più: meglio di qualsiasi altro ha saputo ritrarre per il grande schermo la più bella città del mondo, Palermo. Quella scena girata lungo la via Maqueda all’alba, con le camionette della polizia che in assetto di guerra, come uno squadrone del7° cavalry, la percorrono rombanti e facendo tremare le tazzine di caffè, la poteva comporre solo lui con l’aiuto del fido Alex Thompson, nel prossimamente, sotto, ne appare qualche tratto.
Durante la visione del Siciliano mi tornava in mente Giuseppe Tomasi di Lampedusa che ne Il Gattopardo per bocca di don Fabrizio, principe di Salina, definisce l’isola, l’ America per Fenici, Ioni e Dori.
Visto oggi, Banditi ad Orgosolo, posto in mezzo alla retrospettiva su Michael Cimino, sembra un film anti cinema americano, ma non è così. Il film proprio dal documentarismo trae la sua spettacolarità, dovuta all'abilità visiva di Vittorio De Seta mediato dall'occhio incollato alla cinepresa di Luciano Tovoli. Orgosolo e gli attori non professionisti fanno il resto. Forse gli unici accostamenti moderni da affiancargli sono i film di Michelangelo Frammartino e i luoghi attorno Caulonia, di cui ho scritto tempo addietro.
Se finora non l’avete capito, ho il culto di C’era una volta il west. L’ho prenotai dalle paoline e tra le altre proiezioni, perché i film circuitavano, con me e il Fumeo, nelle varie sedi dell’E., desideroso di vederlo da solo invitai Adolfo ed Angela, un’allieva di quell’anno. Nella prima agghiacciante apparizione di Henry Fonda, lei scioccata gridò: “no, Henry Fonda fa queste cose?” Non sapendolo mi rese immensamente felice. Era proprio questo lo scopo di Sergio Leone quando scritturò l’attore di John Ford: il buono in senso assoluto, il mite Tom Joad di Furore,in quel film doveva essere più cattivo di Lee Van Cleef nel precedente. Ancora dopo circa quindici anni faceva quello strano effetto sul pubblico.
Persi l’amica ma io ero ancora per il cinema, specie quello leoniano, e non sbaglio se vi dico che a Messina ero il suo profeta. In molti erano quelli che mi prendevano in giro a causa della mia passione per Clint Eastwood e la musica di maestro Morricone, molti erano quelli a cui non piacevano sia i primissimi piani sia la lentezza delle scene.
In quel posto di lavoro, la chiamano formazione professionale, si svolgono corsi, in particolar modo per ragazzi poco vogliosi di continuare gli studi, ma anche per diplomati e laureati che non sanno la strada da imboccare. La vera attività è quella di tenere, oggi più che mai, lontano, dalla strada, come dalla droga e dalle armi, migliaia di possibili sovvertitori di leggi malfatte, ad uso e consumo di chi sta al potere e di chi non la pensa come loro, ed anche di chi vuol graduare tranquillamente la televisione. Ma questo non lo si è voluto capire, neanche da chi presta la sua opera come formatore. Molti pensano, specie i professionisti, chi deve essere più preoccupato di tutti, che mangiamo i soldi che loro versano all’Agenzia dell’Entrate. Noi passiamo i mesi senza il dovuto, e senza il sostegno dei sindacati che si sono lavate le mani come è loro costume, ora immaginatevi dieci squadroni di questi ragazzi, esasperati dalla mancanza di prospettive nella vita, per le vie di una città come Messina… altro che I guerrieri della notte di Walter Hill… forse arriverebbero a nutrirsi di carne umana come ne La strada di Cormac McCarthy – ma non preoccupatevi, dormite tranquilli, è solo la mia fantasia, o catastrofismo, questi ragazzi sono annorbatidalla televisione, dal sesso precoce, e dai cibi pieni di sostanze conservanti che li mantengono quieti e inadatti a qualsiasi ribellione.
lunedì 2 aprile 2012
Questo film di Umberto Lenzi non l'ho mai visto, ho, però, solo il ricordo visivo del manifesto affisso sulle pareti del cinema Loreto a Platì. In catalogo, ed in riduzione16mm, ce l'aveva l'Angelicus dell'a,vvocato Mongiardo di Messina, del resto messinese era il produttore Misiano. Solo con l'avvento del web Umberto Lenzi è diventato un regista di culto praticando quanti generi cinematografici più possibili.
Per inciso la Sila a cui si riferisce il film è quella lucana e la storia è un briganti/western a cui partecipa l'oriundo benestaroto Vincenzo Musolino.
Un film di Ingmar Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un’ora e mezzo. E’ il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere fra due battiti di mani. Una frantumazione della durata alla maniera di Proust, ma con maggior forza, come se Proust fosse stato moltiplicato da Joyce e Rousseau insieme.
JL Godard
dedicato ad una ex docente universitaria di storia dell'arte di reggio calabria che non riesce a leggere proust ,joyce e non sopporta bergman
lunedì 26 marzo 2012
Molti registi hollywoodiani si sono cimentati con il remake, basta un origine sicura, un produttore che vuole un lavoro consegnato a breve scadenza, magari anche un regista a corto di idee o bisognoso di un contratto per mantenere un certo tenore di vita.
Steven Spielberg ha rifatto Joe il pilota, Jim McBride ha rifatto Fino all’ultimo respiro, più indietro nel tempo John Sturges aveva rifattoI sette samurai.
Anche Michael Cimino per accontentare Dino De Laurentiis accetta di rifare Ore Disperate di William Wyler a suo tempo con Humphrey Bogart e per essere sicuro della riuscita richiama Mickey Rourke gia con lui ne I cancelli del cielo e L’anno del dragone. A quell’epoca l’incostante Mickey era molto ricercato ma i due erano e sono molto amici.
Vorrei dire qui che quella di impossessarsi di lavori altrui e dargli nuova veste in America coinvolge anche il settore musicale. Un cantante, pure lui o per contratto o in un momento di calo di creatività, oppure una casa discografica, alle volte arrangiano in chiave contemporanea musiche e testi di altri cantanti o compositori, alle volte per raccogliere fondi come fu il caso di Red, hot & blue in cui si riproposero le musiche di Cole Porter, oppure sottoforma di tributo ad un artista universalmente riconosciuto; nemmeno Bob Dylan o Bruce Springsteen sfuggirono a questa prassi delle cover.
Ore disperate nella revisione di Michael Cimino è un thriller nostalgico, una visione del mondo un tantino conservatrice, molto direi, e certe volte sembra che Mickey Rourke (Michael Bosworth) diventi il portavoce del regista, che richiama ai saldi valori della tradizione, USA e getta, ed in questo senso si inseriscono i richiami al cinema ed ai personaggi di John Ford, come in quella magnifica sequenza, quasi fuori dal film, siamo nello Utah , nello Zion national park, con una canzone cara a John Ford, Red River Valley, quando David Morse (Albert) si lascia prendere e ridurre a niente da parte della polizia mentre sotto di lui scorre implacabile il fiume ed i cavalli non gli prestano alcuna attenzione .
Michael Bosworth è un perdente, non uno psicotico, in una società persa, tradito da Kelly Linch, una bionda che porta tacchi a spillo, nonché il suo avvocato, catturato da Lindsay Cruse, una poliziotta mezza donnaquasi uomo, la cui aspirazione è una vita tranquilla con una moglie come Mimi Rogers e il conto in banca come Anthony Hopkins .
Continuai a svolgere compiti logistico-amministrativi e… ebbi una sala cinematografica tutta per me: io programmavo, io proiettavo, il pubblico era quasi tutto di giovani. La sala non aveva un nome, era all’interno dell’E.. Il direttore in questo, e fu l’unica volta, mi diede libertà assoluta, un po’ ascoltavo il povero Antonio Marzotti, docente di materie umanistiche.
I cataloghi erano quelli del cinema Loreto di Platì: l’Angelicum di Messina e la San Paolo Film di Catania, non poteva essere altrimenti. Il proiettore era un sedici mm. Fumeo, acquistato presso il negozio di foto-cine di Angelino Panzera. Lo schermo della sala, a parete, era stato predisposto involontariamente dai proprietari dell’appartamento sede dei corsi, ed incredibilmente in una cornice in gesso, in CinemaScope. Già al momento del sopralluogo per prendere in locazione l’appartamento, come entrai in quel salone e vedendo quella cornice pensai subito a quell’utilizzo finale.
E finalmente, come in una metamorfosi di Ovidio divenni Mimmo Addabbo.
Poco distante dalla sede di lavoro c’era la casa dell’avvocato Mongiardo, agente dell’Angelicum in Sicilia, in via Citarella, a monte del viale San Martino, poco più sopra l’edicola di Santino Privitera.
Mettendo piede nello stanzone dove erano depositati e catalogati sia le pellicole che i manifesti ebbi un attimo di esitazione, perché accanto alla porta c’era un lettino dove dormiva la mamma del padrone di casa. Vedendola mi spaventai, lei mi tranquillizzò e mi spiegò che pur essendo la casa grande, suo figlio aveva ritenuto opportuno adagiarla nel suo luogo di lavoro. Qualche tempo dopo la signora mi rivelò che suo figlio l’aveva posta lì per tacitare la moglie brontolona.
A parte ciò appena cominciai a guardarmi attorno ebbi una specie di seconda visione, velocissima, di tutti i film che avevo visto al cinema Loreto, un gran numero erano appesi alle pareti di quello stanzone. Chiesi all’avvocato Mongiardo se aveva noleggiato in passato i film per quel cinema, lui mi rispose: “ Si, certo, conoscevo benissimo l’arciprete Minniti e Mimmo Addabbo, di cui sono stato spesso ospite a pranzo e lui è stato qui da me.”
Ai miei spettatori potevo far vedere qualsiasi cosa, ancora dovevano fare la comparsa videoregistratori e videocassette, loro gradivano tutto pur di non fare lezione. In pratica molti venivano perché avevano al scusa di uscire da casa, in modo particolare le ragazze provenienti dalla periferia.
L'interesse di quest'opera. oltre che nei due magnifici, sta nella presenza di un poco conosciuto attore della città dello stretto: Gino Buzzanca, il caporione dello spezzone di sopra con i sacrosanti baffi, coppola e accento nostrale, che ha partecipato a più di cinquanta film di tutti i generi praticati nella paenisola, compreso Duello nella Sila.
Il film diretto da Simonelli sembra girato dalle parti di Sant'Alessio Siculo, Forza d'Agrò, Savoca o quanto meno nella vallata dell'Agrò e vede la partecipazione di alcune attrici in quel tempo famose come Moira Orfei: sembra eterna, oggi nei tour del suo circo forse c'è il suo clone ricoperto di stucco, calce e colori acrilici e tubi innocenti per mantenerlo all'impedi.
Per il cinema sovietico, quello di propaganda, la guerra è stato un soggetto a cui attingere a piene mani durante la destalinizzazione intrapresa da Kruscev apparentemente per ammansire l’occidente. Nel 1958 Il festival di Cannes gli diede una mano premiando, Quando volano le cicogne di Michail Kalatozov e quel falso movimento.
La regia zappa nel terreno del neorealismo italiano drammatico alla De Sica come a quello rosa alla Renato Castellani. La storia di Veronika trae origini da quelle sementi.
Ma non dovete pensare che sia un brutto film, anzi tutt’altro, è cinema per il popolo, fatto appositamente per la sua educazione.
La televisione non è un mezzo d’espressione. La prova è che più sciocca è, più è affascinante, più la gente resta affascinata davanti al piccolo schermo. Ecco cos’è la televisione, ma è sperabile che cambi. Il guaio è che quando si comincia a guardare la televisione non ci si stacca più. Bisogna non guardarla.
Michael Cimino ha diretto fino ad ora sette film, come Andrej Tarkovskij e Sergio Leone: Verso il sud (The Sunchaser) è del 19996 e come l’ultimo film del maestro italiano e stato prodotto da Arnon Miilchan.
A prima vista , era accaduto anche a me, sembra un soggetto che segue la moda New Age, in quegli anni molto in voga, come Grand Canyon di mastro Lawrence Kasdan. Non è così.
E’ un viaggio di purificazione ed è un incontro, come spesso è accaduto nel cinema di Cimino, tra due opposte culture; un incontro scontro con l’altro: qui un nativo, altrove uno slavo o un asiatico.
E’ pure una fuga, come Big Jane, verso territori ancora salvi dalla massificazione: le Montagne Rocciose ed i territori Navajo, dove per anni Edward Abbey, di cui ho parlato nei giorni precedenti, aveva svolto ilsuo lavoro di ranger.
Possa la bellezza essere davanti a te!
Possa la bellezza essere dietro di te!
Possa la bellezza essere sopra di te!
Possa la bellezza essere sotto di te!
Possa la bellezza essere tutt’intorno a te!
Questo che sembra essere un salmo viene ripetuto varie volte durante il corso del film da Blue un mezzosangue, ripresa sicuramente da quella che ripeteva spesso il principe Miskin nell’Idiota di Dostoevskij: “ la bellezza salverà il mondo “.
Per non diventar e noioso terminerò ricordando una scena molto significativa a tal proposito: accade quando i due protagonisti a bordo di una Cadillac che ha tutto il sapore di un brano spingsteeniano, per sfuggite all’inseguimento della polizia, sulle note della suite Appalachian Spring di Arnon Copland scritta per un balletto di Martha Graham, il bianco chiede aiuto ad un gruppo di Navajo che portavano al pascolo un branco di cavalli: mimetizzati dalla nuvola di polvere sollevata da questi riuscirà a sfuggire alla cattura e portare il compagno mezzosangue verso la montagna sacra, dove si dissolverà nella sua corsa verso la rinascita.
Gli schermi di oggi sono diversi da quelli di una volta, erano concavi e si restringevano verso il centro per via del Cinemascope, oggi sono piatti per via del Panavision. Il primo di questo genere a Messina fu l'Odeon quando fu ristrutturato negli anni sessanta, per la cronaca quando riaprì il primo film proiettato fu C'era una volta il west.
Un film come I quattro dell'ave maria non è godibile su questi schermi moderni. Al cinema Metropol in via Garibaldi mi avvolse con tutto il suo spettacolo, perche Giuseppe Colizzi ci sapeva fare, aiutato in questo da Eli Wallach, proveniente alla sua esperienza "brutta". Erano, quegli anni, senza dominio televisivo, e dentro il cinema si poteva incontrare il proletario caro a Pasolini come l'intellettuale caro a Bertolucci, anche l'odore del cinema era diverso, erano diverse anche le maschere, proletarie anch'esse.
Tra i libri che portai con me quell’anno, c’era La linea d’ombra di Joseph Conrad. Rientrare a casa fu come superare quella linea, qualcosa era cambiata e sebbene stavo riprendendo la solita vita niente era più come prima.
Un fatto grave accadde quasi subito il mio rientro. La morte per cause accidentali di C. S., turbò tutti quelli che la conoscevano. Una volta, quasi come facendomi una radiografia, mi disse. “io ti vedo bene da solo”, non mi spiegò cosa pensasse ne io mi curai di chiederlo, ma quella frase mi accompagna ancora, e sono sempre da solo.
Dopo un anno di vita regolata dalla disciplina e dalla gerarchia, da un illusorio senso del dovere, come da fantomatiche aggressioni esterne, ancora per molto, e nei sogni notturni, continuerà l’ansia di non poter tornare liberi a casa o dal richiamo forzato a svolgere compiti inutili con gente sempre più giovane.
Per fortuna l’anno è trascorso, si è vivi e si è felicemente costretti a riprendere da dove si era interrotta la sequenza quotidiana della vita.
A fatica ripresi il lavoro all’E. dopo il rischio di una possibile estromissione per non dire licenziamento. Il mio direttore S. M. da amministrativo pensava di inquadrarmi come docente. La materia la conosceva soltanto lui, io da perenne autodidatta non sapevo cosa poter insegnare e quale era la disciplina a me più congeniale: ho vissuto e vivo in una continua condizione di stare sbagliando qualcosa nel meccanismo del compito a me affidato. Del resto, non sono un pensatore, non ho la pistola carica come il buono, io sono come il brutto, scavo.
La retrospettiva che inizia oggi è dedicata al più grande emarginato hollywoodiano: Michael Cimino
Sarà un viaggio a ritroso, dalla sua opera più recente che risale al 1996 al debutto del 1974.
Per cominciare invece di un film vi presento un libro, l’unico ancora pubblicato dal regista. Si tratta di Big Jane uscito dapprima in Francia e successivamente in Italia. A suo tempo fu presentato, come un opera filmica, al festival di Venezia.
Il pregio di tutta l’opera di Michael Cimino è che lui sa raccontare le storie con laPanavision e anche con la penna non difetta per niente.
Di solito è lo scrittore che passa dietro la cinepresa, vi cito solo due a cui sono affezionato: Pier Paolo Pasolini e Peter Handke, scusate se è poco. L’unico regista che conosco passato alla scrittura è stato Eric Von Stroheim che scrisse Paprika. Von Stroheim ha in comune proprio con Cimino l’ostracismo degli studios dopo un flop con gli incassi di un capolavoro.
E’ un road- book che narra le peripezie di una statuaria bionda, per giunta bella, in un andirivieni da costa a costa, dalla Long Island di Lou Reed alla California dei Grateful Dead di Jerry Garcia, a cavallo di una Indian.
Sembrerà strano ma il libro sembra scritto alla moviola con tagli nervosi e stacchi quasi bruschi da un’inquadratura all’altra ed ogni capitolo è aperto da una citazione del Don Chisciotte di Cervantes
Non mi va di raccontarvi tutta la storia, dico solamente che Big Jane e Michael Cimino hanno in comune l’amore per la cultura dei nativi americani , presso cui il regista ama passare parte dell’anno.
Per Herman Melville il tema era lo spazio, per Jack Kerouac la velocità, per Jane Kiernan tutt’e due.
mercoledì 7 marzo 2012
OGGI
AL CINEFORUM PEPPUCCIO TORNATORE
Il romanzo di Edward Abbey da cui è tratto Solo sotto le stelle (The Bave Cowboy) è del 1956,molti anni prima che CormacMcCarthy modellasse i suoi personaggi simbolo: John GradyCole, Billy Parhman e lo sceriffo Bell.
Jack W. Barnes e lo sceriffoJohnson, con i volti di Kirk Douglas e Walter Matthau, potrebbero esserne i loro prototipi.
L’elemento base di questo film, il vero capolavoro, è la sceneggiatura di Dalton Trumbo. Trumbo aveva sceneggiato per Kirk Douglas Spartacus, poi tradotto sullo schermo da Stanley Kubrick che lo rinnegò successivamente; i due tipi, distanti duemila anni, si assomigliano: voglia di libertà, lotta contro ogni tirannia, individualismo, forte legame con la natura; alla fine della loro corsa saranno inseguiti e stroncati dall’apparato repressivo della società . L’attore ancora oggi lo indica come il suo preferito.
Purtroppo David Miller non è Kubrick, ma non gliene vogliamo, il film l’ha diretto bene, tenendo “per le redini “ Kirk Douglas, fuori misura in altre occasioni. E, concedetemelo, Walter Matthau aveva molto meglio dello insignificante T. L. Jones, il volto ideale e l’umanità della figura, per interpretare lo sceriffo Bell di Non è un paese da vecchi dei Coen.
Per tornare al romanzo di Edward Abbey, mai tradotto in Italia,dove però sono stati pubblicati Deserto solitario, Fuoco sulla Montagna e I sabotatori, contiene i temi cari al suo autore, un partigianodella wildness cara a Henry David Thoureau.
Noi siamo i figli del linguaggio cinematografico. I nostri genitori sono Griffith, Hawks, Dreyer e Bazin, e Langlois e non voi, e del resto le strutture, senza immagini e senza suoni, come potete parlarne?