domenica 27 novembre 2016

Diva da elettrochoc 2

Tutt’altra faccenda per l’ultimo film europeo della Garbo, La via senza gioia, che è firmato da Pabst. La Vienna dell’inflazione e della fame, in quell’altro dopoguerra così simile (tutte le sciagure s’assomigliano) al dopoguerra 1945. Unica differenza le divise dei vincitori. Allora v’erano anche ufficiali in grigioverde che invitavano le belle viennesi affamate sulle Fiat e invece di Chesterfield regalavano Macedonia.
Si può pensare quello che si vuole di Pabst come regista. Probabilmente, quanto a preparazione culturale, è uno di quegli intellettuali che i francesi chiamano << primaires >>, cioè uno che non s’accorge delle sfumature, uno che non sa che certi problemi sono antichi come la vita, e soprattutto che l’arte non s’affronta gonfiando bicipiti e gote... Però è anche uno che ha il cinema nel sangue, che ogni tanto è percorso dall’alito ineffabile della grazia. Per nostro conto sentiamo di dovergli alcune delle sensazioni più piacevoli di spettatori induriti. Chi non ricorda? Il can-can di Atlantide, i mulini di Don Chisciotte, in primo piano sullo sfondo di gonfie nuvole meridionali, e, ne I commedianti, girato dal povero umanitario Pabst sotto la ferula nazista, la carrellata del banchetto, che fu subito celebre. Ma Greta e Pabst ne La via senza gioia toccarono una sorta di perfezione, ebbero un gran momento di quelli che la vita non ripete. Fu un curioso connubio, non destinato a durare.
Insieme a Pabst e a Greta erano due favolosi attori, Werner Krauss, la cui mefistofelica figura è strettamente legata al cinema espressionistico tedesco, e la maggior << diva >> dell’epoca, Asta Nielsen. Ne La via senza gioia vi erano due azioni parallele; una donna commetteva un delitto che avrebbe confessato solo alla fine del racconto; una fanciulla pura, ma avvilita dalla miseria, veniva insidiata e stava per perdersi ad opera di un losco figuro. Nel finale (evidentemente di comodo) l’illibata fanciulla veniva salvata da un ufficiale degli eserciti di occupazione.
Per un’intuizione da grande artista Pabst era il primo a trasferire nel cinematografo quel «fantastico sociale >› che Baudelaire aveva scoperto donando alla poesia quella nuova provincia, che il cinema avrebbe in seguito esplorata sino ai limiti estremi. Le incongruenze della civiltà industriale, i tristi risultati delle speculazioni edilizie, i poveri esseri asserragliati nei quartieri miseri come in un ghetto, la strana, dolente poesia delle case misere, dei muri umidi, senza sole, erano per la prima volta conquistati da uno sguardo intelligente e profondo. In questa direzione mai Pabst riuscirà in seguito a fare di meglio.
Ne La via senza gioia Greta è già l’attrice che tutti celebreranno più tardi nei film famosi d’America. Essa ha appreso sin troppo bene la lezione impartitale da Stiller (ardente maestro che brucerà la sua vita alla gloria dell'allieva); s’è dimenticata con la naturalezza di una << comica >> vera le modeste origini, le avvilenti esperienze, l’umile prova d’inizio del film comico  Pietro il vagabondo. Ha già quell’incesso regale, quello sguardo profondo, carico di significati patetici, cui nessun maschio civilizzato resiste.
Il mondo cammina e le donne camminano con la storia; in testa alla colonna capelluta e dalle tenere linee curve, vengono le figlie del Nord. La Svezia del bellicoso Carlo XII s’è convertita al femminismo di Ibsen: il benessere venuto con i frigoriferi, con le baleniere e con il pesce in barile, porta la gente a considerare con rispetto la problematica dell’anima femminile. Per reazione, gli intellettuali tipo Stiller non tardano a porgere un orecchio compiaciuto ai << trolls >>, gli spiriti maligni evocati con tanta passione dal piccolo speziale scandinavo.
Dopo il film di Pabst carico di realtà, di malinconia, dove si esprime un giudizio su certi fenomeni sociali, Greta, chiamata a Hollywood, scivolerà fatalmente, incoraggiata dal filisteismo dei produttori, sul piano inclinato del divismo. Lo scotto verrà pagato molti anni più tardi, dopo il tentativo di liberazione di Ninotchka, con Non tradirmi con me, restato fino ad oggi senza resurrezione.
Attrice istintiva, e poco << intelligente >> (come invece sono << intelligenti >> Bette Davis e Marlene Dietrich), Greta ha compiuto cinquantun anni in settembre. È perciò, definitivamente, fuori giuoco, a meno che accetti parti che non siano più di innamorata. Svelta negli affari, ma timida, schiva, carica di <<complessi», Greta si mise in testa che il capitombolo di Non tradirmi con me era stato il frutto di una cabala di invidiosi, di una congiura ordita ai suoi danni e non, come invece è vero, uno spiacevole infortunio professionale. Insistette nella sua solitudine, forse avendo capito confusamente che il suo tempo era passato. Figlia di Ibsen, non avrebbe potuto resistere alle imminenti offensive di Sartre. Sopravvive ora, patetica, goffa e anche un pochino ridicola, alla sua gloria. Resta nel cuore di innumerevoli suoi ammiratori un ricordo, una << presenza >> che ha valore soprattutto perché fa corpo con la loro giovinezza. Ma è un ricordo che perirà assieme a quelli che amarono svisceratamente la << divina >> nel buio dei cinematografi
della vecchia Europa, più di venticinque anni fa.
                                                                                                                            1956

Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972


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