giovedì 14 febbraio 2019

Film Noir - da ora Detective Thriller

Secondo lo scrittore di gialli e finissimo orientalista (la sua carriera diplomatica si è svolta in paesi come la Cina, la Malesia e il Giappone] Robert H. van Gulik la tradizione della « detective story » risale all'antichissima storia cinese. Caratteristica comune di tutta l'antica narrativa poliziesca cinese è che il ruolo del « detective ›› è sempre sostenuto dal magistrato del distretto in cui ha avuto luogo il delitto. Nella maggior parte dei racconti polizieschi cinesi il magistrato deve risolvere contemporaneamente tre o più casi fra loro diversi [la stesisa cosa si verifica sovente anche nella narrativa poliziesca contemporanea, ma viene invariabilmente il momento in cui i diversi casi convergono in un'iunica pista: un'eccezione è costituita da « Hail, Hail, the Gang's  all here! ›› di Ed McBain]. Sotto questo punto di vista la narrativa poliziesca cinese è più realistica della nostra: un distretto aveva una popolazione piuttosto numerosa, ed è quindi logico che bisognasse affrontare più casi criminali contemporaneamente. L'antica tradizione cinese voleva poi che alla fine del racconto ci fosse la descrizione particolareggiata dell’esecuzione dei colpevoli [il che nella narrativa poliziesca contemporanea succede soltanto quando il « detective ›› si riconosce anche il ruolo di carnefice e giustiziere: come per esempio in «I, the Jury» di Mickey Spiilaine e Dirty Harry di Donald C. Siegel).
Raymond Durgnat suggerisce invece che la prima «detective story›› sarebbe « Edipo Re ››: « detective story » paradossale, in quanto assassino, vittima e giustiziere non sarebbero che la stessa persona. Lo stesso Durgnat osserva poi che un intreccio analogo a quello della storia di Clitemnestra sta alla base di film «neri» come Double Indemnity di Billy Wilder, Ossessione di Luchino Visconti (tratto da «Il postino suona sempre due volte ›› di James Cain, autore anche della storia originale del film di Billy Wilder) e Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni.
Ma in realtà «il « detective thriller ›› non potrebbe essere nemmeno pensabile senza l'intensificazione del mondo basso-mimetico [il che secondo Northrop Frye designerebbe il passaggio dall'impetuoso « romance ›› al più prosaico « novel ››, nella vicenda delle forme letterarie] operata dal realismo borghese, così da trasformare, in un progetto di generale valorizzazione di ogni scampolo di realtà, i più banali e trascurati incidenti della vita quotidiana in fatti decisivi, nonché spesso enigmatici. Inoltre la «detective story ›› è inseparabile dalla surdeterminazione operata sul corpo del realismo borghese da istanze ideologiche tipicamente puritane e calviniste come l'insistenza sul conflitto tra essere e apparire [che succede a quello di marca cattolica tra essere e avere), la concezione allegorica del mondo sensibile non come realtà definitiva ma come sistema di segni da interpretare (fenomeno osservato da Ejzenštein, proprio in sede di analisi della narrativa poliziesca, e che l'ha portato a paragonare il lavoro del « detective ›› a quello di un mistico alle prese con tavole cabalistiche, psefie, isopsefie, ecc.), il pessimismo implicito in un'irriducibile convinzione della Potenza del Male e delle Tenebre controbilanciato dall'ottimismo insito nella fiducia che il cacciatore di uomini, un'emanazione delle istituzioni, individui il colpevole [moderna riattualizzazione dell'archetipo del «pharmakos » o capro espiatorio e l'espella dal corpo sociale.  (continua) 

Franco Ferrini, I GENERI CLASSICI DEL CINEMA AMERICANO, BIANCO E NERO, 1974 Fascicolo ¾

mercoledì 13 febbraio 2019

LA CITTA' E LO SPAZIO in Vittorio De Sica - Reclusione/Libertà

 Specificamente, il cinema di De Sica si offre, in termini spaziali, come un’opera strutturata su una serie di opposizioni sostanzialmente tutte riconducibili ad una fondamentale: Spazio aperto/Spazio chiuso (o, se si vuole, “reclusione “/” libertà”). Fin da Sciuscià (1946), i cui titoli di testa si snodano sullo sfondo immobile della prigione per ragazzi e la cui prima sequenza presenta, al contrario, una immagine di libertà campestre, di spazi aperti e naturali (della quale la corsa fra i cavalli è il vistoso emblema), l'opposizione e la dominante che polarizza ogni singola opera ed insieme tutto il “corpus” dell’intero periodo in questione. D'altro canto, non va dimenticato che essa già si intravedeva in opere precedenti: si pensi a Teresa Venerdì (1941) o allo stesso Un garibaldino al convento (1942). Se la città, e ciò che le si oppone, e, come vedremo, Io sfondo generale dei cinema di De Sica, l’ossessione della reclusione ne è un'immagine rappresentativa e significante. Il cellulare che trasporta in Sciuscià i due amici — mentre, si noti, all'esterno un gruppo di bambini corre felice nel gioco — tornerà anche in Miracolo a Milano [195O] e per certi versi nello stesso Umberto D. [1952], quando il protagonista si avventura nella penosa odissea del canile. Collegio, cellulare o prigione, il luogo della reclusione è senza dubbio un'ossessione costante. Ma essa trova altre immagini per esprimersi oltre a quelle, per così dire, istituzionali. In Sciuscià, dopo il processo, gli imputati ormai ritenuti colpevoli lasciano sotto scorta |'ampio cortile del tribunale per incanalarsi in una sorta di buio cunicolo che li porterà di nuovo nella prigione. In Stazione Termini [1953] i due amanti, scortati da poliziotti e ferrovieri, vengono condotti, dopo essere stati sorpresi nel vagone vuoto, al commissariato della stazione attraverso quella specie di discesa agli inferi  che è il buio sottopassaggio. in un certo senso, e con implicazioni ben più ampie, lo stesso avviene all’inizio di Umberto D. quando le jeep  della celere costringono i dimostranti, spauriti e disorganizzati, ad imboccare un vicolo stretto e in ombra abbandonando la piazza soleggiata della dimostrazione, ormai preclusa dai veicoli della polizia che di traverso ne sbarrano l’entrata.
Si noterà che collegio, cellulare o prigione, cosi come polizia e tribunale, sono comunque luoghi o fatti istituzionali, emanazioni <<sociali » tese in un modo o nell’altro a limitare la libertà di individui spesso profondamente  liberi. La città, insomma, nella sua organizzazione e nei suoi aspetti “reclusivi” diventa termine di opposizione nei confronti dell'individuo. In questo senso, forse, non è casuale che in Ladri di biciclette [1948] gli unici ad aiutare fattivamente, anche se inutilmente, il derubato siano proprio i netturbini, là dove praticamente nessuno presta attenzione al suo dramma. Anzi, proprio in Ladri di biciclette tutta la seconda parte del film è giocata sull'opposizione fra la disperazione del protagonista e l’atmosfera festosa catalizzata dalla partita di calcio cui in più di un momento dell'opera vien fatto esplicito riferimento (ne accennerà lo stesso Ricci chiedendo al figlio informazioni sulla squadra del Modena: ottimo correlative oggettivo della sua estraneità all'avvenimento e all‘atmosfera rilassata e festosa che esso comporta. (continua)

Franco La Polla, BN BIANCO NERO, MENSILE DI STUDI SUL CINEMA E LO SPETTACOLO 9/12, 1975


giovedì 7 febbraio 2019

Gratitude



As the day breaks we look to the sun in gratitude for the evening.
As the sun sets we look to the moon in gratitude for the day.

Quando il sole sorge guardiamo il sole in segno di gratitudine verso la sera.
Quando il sole tramonta guardiamo alla luna in segno di gratitudine verso il giorno.
Momoko Andō0.5 mm (0.5ミリ2014 

mercoledì 6 febbraio 2019

Cine-Teatro Peloro



Il Teatro Peloro
riprende il suo clclo di vita artistica

Nelle immediate vicinanze di piazza Cairoli e, propriamente di Via dei Mille e via Tommaso Cannizzaro, si erge nella maestosità delle sue linee architettoniche, il Cinema-Teatro Peloro, uno dei locali preferiti dal pubblico messinese.
Costruito con criteri dettati dalla tecnica moderna non molti anni prima della guerra, il bel teatro rimase semidistrutto nel corso delle violentissime incursioni aeree. Oggi è ritornato a nuova vita e conferisce, nel suo complesso architettonico, una nota di dignità e di eleganza alla nostra risorgente Messina. Con la vasta sala, con gli eleganti palchi, con la sua tribuna e la sua galleria, il Peloro costituisce quanto di meglio e di più moderno si possa avere nel campo delle costruzioni teatrali. Ha una capacità di complessivi 1200 posti e una acustica che, bene a ragione, può definirsi perfetta.
Sin dal 16 novembre 1945 giorno della sua riapertura sul suo schermo sono stai proiettati numerosi film italiani ed esteri, tra cui il tecnicolor Il Fantasma dell’Opera, La schiava del male, Quella di cui si mormora, Il sapore del delitto, L’agente confidenziale, Ombre malesi, Addio per sempre, Il passatore, e L’on. Angelina, che tanto successo di pubblico e di critica ha ottenuto al Festival di Venezia.
Per quanto riguarda il teatro, poi, l'attuale crisi teatrale peserà anche sulla nostra città. Malgrado ciò, il Peloro, che in passato ci ha dato la possibilità di vedere la compagnia di prosa di Guglielmo Giannini e le compagnie di rivista di Carlo Campanini e di Nello Ascoli (Becco Giallo N. 2), farà di tutto per assicurarsi delle ottime compagnie anche se ciò comporterà, il sostenere sacrifici non indifferenti.Questo il programma per la stagione in corso del Cinema-Teatro Peloro, tanto caro ai messinesi, e che, egregiamente diretto dal dott. Torta, sarà sempre degno della vecchia tradizione artistica della nostra città.
Assa

Gazzettino Peloritano  ARTISTICO MONDANO LETTERARIO APOLITICO  Anno 1  N. 1 Messina Giovedì 16 Ottobre 1947



lunedì 4 febbraio 2019

A beautifully purposeless process|of society suicide




Modern science.
Rampant technology.
Conscience by computer.
Modern art.
Dispassionate draftsmen.
Foreign policy.|- Brave new weapons.
Today's youth.|- Joyless, guideless.
- Today's religion.|- Preachment by popularity polls.
Standard of living.|- A TV in every room.
Education.|- A TV in every room!
The world's future, Mr. Gordon.
Brave new hates, brave new bombs,|brave new wars.
The coming generation.|- Test-tube conception, laboratory birth...
TV education, brave new dreams,|brave new hates, brave new wars...
a beautifully purposeless process|of society suicide.

La scienza moderna?
Aggressiva tecnologia.
Coscienza meccanizzata.
L’arte moderna?
Abbozzi senza anima.
La politica estera?
Ancora nuove armi.
La gioventù …  di oggi?
Desolata! Negletta!
La religione di oggi!
Prediche per comizi popolari.
Il tenore di vita?
La TV in ogni camera.
L’istruzione?
La TV in ogni camera.
Io mondo del futuro Signor Gordon.
Certo nuovi odi. Certo nuove bombe. Certo nuove guerre
La prossima generazione?
Concepimento in vitro. Nascita in laboratorio. Istruzione televisiva. Certo nuovi sogni. Certo nuovi odi. Certo nuove guerre!
Un processo stupendamente vano di suicidio collettivo!
Ralph Nelson, Cliff Robertson, CHARLY (I due mondi di Charly), 1968

domenica 3 febbraio 2019

Has man truly realized his dream?


Has man truly realized his dream?
To answer that, we must isolate the dream.
Was the dream to attain the ability to fly?
Or was the dream the freedom that true flight seemed to offer man?
We may also touch on the mortal damage man is doing to birds' environment in comparison to the piddling nuisance birds cause man.
It may someday be necessary to build enormous environmental enclosures to protect both man and birds.
But if so, it is questionable whether man will allow birds in or out, as the case may be.

Ha l’uomo veramente realizzato il suo sogno?
Per rispondere dobbiamo analizzare il sogno.
Il sogno era raggiungere la capacità di volare?
O era invece il sogno della libertà, che il vero volo sembrava offrire all’uomo.
Potremmo anche accennare ai danni mortali che l’uomo sta recando all’habitat degli uccelli confrontandoli con i pochi fastidi che gli uccelli recano all’uomo.
Un giorno, chissà, potrà rendersi necessaria la costruzione di immense riserve per la protezione delle condizioni ambientali dell’uomo e degli uccelli.
Ma in tal caso, è lecito chiedersi, se l’uomo permetterà agli uccelli di entrarvi.
Robert AltmanRené Auberjonois, Brewster McCloud, 1970

giovedì 31 gennaio 2019

Lovely Rita


a Nitto Scaglione Rita Hayworth



Gazzettino Peloritano  ARTISTICO MONDANO LETTERARIO APOLITICO  Anno 1  N. 1 Messina Giovedì 16 Ottobre 1947

mercoledì 30 gennaio 2019

LA CITTA' E LO SPAZIO in Vittorio De Sica - & Zavattini


Senza ovviamente voler togliere nulla al cinema di De Sica come una certa critica ce lo ha porto e commentato, potrebbe rivelarsi utile una lettura in questa chiave nel senso in cui Freud proponeva una lettura del sogno che tenesse ampiamente in conto quel che del sogno usualmente si perde per il puro fatto che già lo si possiede: sfondo o particolare, il contenuto latente è dietro di esso, pronto a parlare, solo che si voglia decifrare l'elementare linguaggio dell'evidenza.
Che nel decennio indicato — ma in certo modo anche al di qua e al di là di esso — ii cinema di De Sica sia un cinema urbano è un fatto incontestabile. Pure, non va dimenticato che la matrice di quella poetica che per comodità definiremo brevemente neorealista mostra spesso un'evidente << coté » rurale: da Vergano a De Santis non poche volte è la campagna a dominare la scena, un ambiente per lo più semplice, immediato, dimesso, a volte dialetticamente evidenziato da un termine oppositivo  (vedi, ad esempio, i signori di campagna — del resto non a caso compromessi con i nazisti — in II sole sorge ancora). Lo stesso film di Visconti più direttamente assimilabile ai neorealismo (ma che al tempo stesso lo supera in modo decisivo), La terra trema, si svolge in un ambiente del genere. E la campagna ritorna più di una volta in un altro regista dagli interessi preminentemente urbani come Rossellini, da Paisà a Francesco giullare di Dio.
Ma quel che più importa è il fatto che in questi registi ii tema urbano, quando compare, è affrontato con il sospetto e la sfiducia di una cultura, di una visione dei mondo i cui affetti sono decisamente legati a una ricerca di semplicità e di valori che la città non può dare. E persino in un film la risoluzione positiva del cui problema sembra connessa a uno sfondo urbano come Viaggio in Italia, in realtà è una cultura sostanzialmente tradizionale e rurale che catalizza la riconciliazione dei due protagonisti {pensiamo naturalmente alla sequenza della processione]. Il discorso è grosso e investe un campo che va oltre l'opera di De Sica e che coinvolge non tanto la poetica quanto la matrice culturale del neorealismo 4.
E purtroppo dobbiamo fermarci a questo punto.
Ora, non crediamo vi sia dubbio — e proprio questo tenteranno di dimostrare queste pagine — che la persistente immagine della città nel cinema di De Sica partecipi, con stilemi, temi e sfumature tutte particolari, di questa più ampia sfiducia nei confronti della morale, della cultura e in genere della sociologia urbana caratteristiche del cinema neorealista. Poco importano qui le ragioni individuali del fenomeno, anche se non a caso sia De Sica che Zavattini provenivano originariamente da ambienti certo più vicini a una cultura rurale (Sora e Luzzara) che cittadina. Rossellini, ai contrario, era romano e Visconti milanese. IL problema, Io si vede, va ben oltre ii singolo caso. (continua)

4 Ci sembra quindi che Bazin non colga il bersaglio ponendo il rapporto fra città e campagna, nel cinema neorealista, in termini cronologici, quando invece ii problema va comunque affrontato in termini contestuali. Ibid., p. 46.

Franco La Polla, BN BIANCO NERO, MENSILE DI STUDI SUL CINEMA E LO SPETTACOLO 9/12, 1975

La foto originale e qui:


lunedì 28 gennaio 2019

Do not waste time



"Speak no more of what happened yesterday."
"Don't worry about what happens tomorrow."
"Do not rely on the future or the past."
"Seize the moment, do not waste time."

"Non parlare più di quanto accaduto ieri
Non ti preoccupare di quello che succederà domani.
Non fare affidamento sul futuro o nel passato.
Cogli l'attimo, non perdere tempo. "
Omar Khayyâm (1048 - 1131)

Mohsen Makhmalbaf, Sokout سکوت (Il silenzio), 1998

domenica 27 gennaio 2019

A bronc, a cowboy



Broken bones, broken bottles, broken everything. There never was a bronc that couldn’t be rode. There never was a cowboy that couldn’t be throwed.

Ossa rotte, bottiglie rotte e ideali infranti. Non c’è mai stata bestia che non si possa cavalcare. Né cowboy che non si possa sbalzare.
Nicholas Ray, Robert Mitchum, The Lusty Men (Il Temerario), 1952


giovedì 24 gennaio 2019

“una volta”, “one time”


How Once Upon a Time in the West
reflects the social anxiety of 1968

Sergio Leone’s landmark western, which turns 50 this year,
is a fascinating product of its time.

Earlier this year The Atlantic launched a series of articles entitled 1968 and the making of Modern America“. The aim of its writers is to identify that year as “a momentous year in American history,” and to make a case for 1968 being the starting point of the contemporary society in which we live today.
Such demarcation is of course largely arbitrary, but it’s true that exactly half a century ago the Western world – not just America – appeared to be on the cusp of a sea change. Workers’ strikes and student protests in cities from Paris to Prague, the emboldening of civil rights and feminist movements, and general anomie and disillusionment among the younger generations saw the emergence of a liberal countercultural force bringing with them sense that the old, mainly capitalist, status quo was on its way out.
It was during this year that Sergio Leone was making Once Upon a Time in the West. To what extent the director was explicitly influenced by this period sociopolitical upheaval is a matter of speculation, but the film is undoubtedly a product of its time. The original Italian title of this sweeping epic, C’era una volta il West, gives us a sense of what the film’s main concern is – “una volta” may literally mean “one time”, but a “volta”, especially in the context of writing or music, specifically refers to a “turning point”. In short, it is a film about change. And what Leone presents us with is a tale in which the past makes way for “modernity”.
Set in the Arizona desert of the 19th century, the plot revolves around the construction of a railway track being built across the plains to the pacific coast by transport mogul Mr Morton (Gabriele Ferzetti). Working for him is Frank (Henry Fonda), a sparkling-eyed killer who terrorises everyone opposed to his industrialist boss’ expansionist aims. In one scene transition the smoke from Frank’s freshly fired gun turns into the smoke billowing from atop a train – a visual metaphor used by the famously Marxist Leone to suggest that unbridled capitalist greed is tantamount to murder.
Resistance to these bygone, violent means of achieving ostensible progress comes in the form of Jill (Claudia Carindale). A one-time prostitute from New Orleans she arrives in Arizona to find that her husband (and his children) has been murdered by Frank for his valuable land. And while it may be a little revisionist to call her a feminist character, she is an unwaveringly strong figure, uncowed by bravado and intimidation. She symbolises a beautiful, civilised future in the middle of a dying, arid men’s world.
The decay of an old guard is as much part of the theme of change as the emergence of a new one. Leone’s film is shrouded by death, both actual and conceptual. The men from Frank, to Charles Bronson’s nameless, leather-faced, harmonica-playing gunman with a score to settle, and Jason Robards’ loveable rogue, Cheyenne, are all, as the former says near the end, part of “an ancient race”. A race populated by heroes and villains where each knows his role. They are all out on a last-hurrah here.
Frank knows that his attempt to take over Morton’s empire is insincere: he is an outlaw, not a modern businessman. Bronson, playing a mournful tune everywhere he goes knows that once he gets the revenge he craves he’ll have no place in the world. He and Fonda brandish self-aware smirks throughout the film; they are two men with nothing to lose, united by their impending irrelevance.
Once Upon a Time in the West was also a farewell of sorts from Leone to the genre by which he made his name (though he made one more western, Duck, You Sucker in 1971). By including numerous direct pastiches of classics from High Noon (the slow burning introduction sees three men waiting for a train) to The Last Sunset (the final duel), Leone suggests that the western has reached its apex. Like its characters, the genre, with its reliance on hyper-masculine characters, well-trodden conventions and histrionic levels of tension, didn’t have a place in the future of cinema in its current format.
But what better eulogy for the western could one imagine? Leone may have indulged the odd cliche – the spooked crickets foreshadowing danger, the creaking weather vane – but few can rival his mastery of the interplay of sound and silence, of inertia and crescendos of action, of humour and dread, of sweeping vistas and claustrophobic close-ups, all present in the astonishing opening scene alone. He also brings out some career-best performances from his all-star cast, especially from Henry Fonda, who despite having been one of Hollywood’s bankable heroes, is transformed so convincingly into one of cinema’s most truly malevolent figures. Elsewhere, Ennio Morricone’s haunting harmonica and guitar led score is a piece of art of its own accord.
Leone may have foreseen the end of the appeal of the western, but 50 years on, Once Upon a Time in the West still feels relevant. Maybe that’s because the world hasn’t really moved on from where it was in 1968. Despite obvious technological advancements we’re still in an age where we’re trying to enact real social progress and break down outdated practices, policies and beliefs. Watching Leone’s film today galvanises our belief that we’re on the cusp of change, but it also reminds us that we’ve been here for half a century.
DAN EINAV
PUBLISHED 11 MAR 2018
L’originale e’ qui:


mercoledì 23 gennaio 2019

LA CITTA' E LO SPAZIO in Vittorio De Sica

Bleston, ville de tisserands et de forgerons, qu'as-tu fait de tes musiiciens?

Michel Butor,  L‘emploi du temps”

II decennio dal 1946 al 1956 presenta nel cinema di De Sica (1) caratteristiche meno facilmente rilevabili in altri momenti — precedenti e posteriori — dell'attività dei regista. Intanto, è il periodo delle sue cose migliori: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D. si distanziano di soli due anni l'uno dall’altro. Inoltre, esso rientra, soprattutto per i quattro i citati, in quella linea estetica cinematografica a torto o a ragione definita neorealista (pure, si potrebbero concepire film esteticamente più diversi non dico di Caccia tragica e Ladri di biciclette — tutto sommato, opere di autori differenti — ma persino degli adiacenti Miracolo a Milano e Umberto D.?). E la lista dei possibili denominatori comuni potrebbe proseguire.
Ma in termini di presenza non imposta, epperò quasi ossessiva (nel senso, almeno, in cui Jean Paul Weber intende l’ossessione sottesa a un'opera 2) nella sua immanenza, nella sua presenzialità apparentemente indifferente ma in sostanza significante in una prospettiva di {spesso variata) iterazione, un'innegabile protagonista non dei film ma del cinema di De Sica in questo periodo è la Città, insieme a ciò che dialetticamente e strutturalmente le si oppone. Naturalmente una statistica ci direbbe che Io sfondo urbano non è certo prerogativa dei cinema di De Sica: basti pensare, per Rossellini, a Roma, città aperta o Germania anno zero (ma anche, molto più tardi, Era notte a Roma, tutto giocato sulla presenza-assenza del tema 3].
Del resto, per il cinema di un dopoguerra non è certo strano che lo sguardo, volta a volta o contestualmente, impietoso, triste, oggettivo o addirittura, e paradossalmente, surreale della macchina
da presa neorealista si muova in un ambiente urbano. Termometro del costume e del progresso, o quanto meno dei mutamento, la città è per ovvie ragioni la prima entità umana e geografica a risentire nel modo più vistoso e atroce della barbarie bellica. Ma non è tanto l'origine sociologica e psicologica di questa presenza che qui ci interessa, seppure in seguito avremo modo di utilizzare anche quest'ottica. La città nel cinema di De Sica in questo periodo sarà presente anche per queste ragioni, ma quel che importa è che essa assume un ruolo che a ben vedere non è esterno, ma, pur sotto le pieghe del narrato, tematicamente centrale. (continua)

1 - Va da sé, una volta ancora, che quando nel testo compare il nome di De Sica ad esso va sempre idealmente affiancato quello di Zavattini, anche se sarebbe ormai il momento di fare un serio studio filologico delle componenti squisitamente zavattiniane nel cinema di De Sica. 2 - Cfr. Jean-Paul Weber: Genése de l'oeuvre poétique , Paris, Gallimard, 1961 e Dornaines thématiques, Paris. Gallimard, 1963, passim. 3 - Bazin avrà anche ragione quando definisce la città italiana “teatrale e decorativa” , ma e chiaro che il discorso relativo all'ambiente urbano nel cinema neorealista  include aspetti e motivazioni di ben atra portata. Cfr. André Bazin: Ou'ést-ce le cinema? IV. Une esthétique de Ia réalité: Ie néoréalisme . Paris, Les Editions du Cerf, 1962. p. 24. nota 1.

Franco La Polla, BN BIANCO NERO, MENSILE DI STUDI SUL CINEMA E LO SPETTACOLO 9/12, 1975

Franco La Polla (1943 - 2009) è stato principalmente un cultore del cinema americano. Suoi studi apparvero su BN, Cinema Nuovo e Cinema & Cinema.






lunedì 21 gennaio 2019

Play or shoot?


Do you only know how to play
or do you know how to shoot?


Franco De Gemini
1928 - 2013


La foto originale è qui:
http://www.beatrecords.it/shop.asp?lingua=e&idprodotto=CDX1034

domenica 20 gennaio 2019

Film di Gangster - & Yakuza

Ma la cinematografia dove film di « gangsters ›› e radicalismo politico si accordano maggiormente   è quella giapponese, in cui il genere specifico viene chiamato film di « yakuza ››. Con questo termine vengono indicati i fuorilegge che operano nel «ramo del gioco d`azzardo e inoltre tutti i furfanti che si sono dati una organizzazione e regole proprie. I film di « yakuza ››, come i film di  «gangsters ›› americani e quelli francesi caratterizzati dal culto del «milieu ›› [Jacques Becker, Jean-Pierre Melville, José Giovanni, ecc.], raffigurano l’esercizio del crimine, le rivalità e le dispute per il controllo delle rispettive zone di influenza e la vita di sradicati che i membri delle varie bande devono portare avanti. L'epoca è quella che va dal diciottesimo secolo ai nostri giorni. l film di «yakuza ›› infatti possono avere un`ambientazione nel passato (a differenza del film di « gangsters » americano, per il quale l’ambientazione storica è motivo di emigrazione in un altro genere; per quanto imperniato su una figura di « ex-lege ›› The True Story of Jesse James di Nicholas Ray è e rimane inconfondibilmente un « western »] o nel mondo contemporaneo. In entrambi i casi la scena madre sarà costituita da un duello con la spada e nella versione moderna «si potrà «assistere a duelli in cui gli armati si affrontano l’uno con la spada e l'altro con la pistola [anche qui si riscontra perciò lo stesso processo del film di « gangsters ›› americano: urbanizzazione e nobilitazione della violenza).
Storicamente, nella tradizione degli « yakuza ››, soprattutto nell'epoca feudale, sono numerosi gli episodi che hanno visto dei criminali e degli sradicati alla testa di insurrezioni popolari contro le classi dominanti.
Verso il 1930 i cineasti di sinistra, cui era stato proibito dalla censura di raffigurare la resistenza e la lotta del popolo, spesso si servivano di questa tradizione di « yakuza › per rappresentare insurrezioni popolari. È per questa ragione che attorno al 1930 erano particolarmente numerose opere del genere. Chuji Tabi Nikki [1928, Cronaca del viaggio di Chuji] di Daisuke ltô è tradizionalmente considerato un capolavoro, anche se ne rimangono soltanto dei frammenti. La maggior parte degli uomini costretti a entrare nel sottomondo degli « yakuza ›› erano sottoproletari, il gradino più basso delle classi sociali.
La modernizzazione della società giapponese (che fu molto più traumatica di quella americana, in Giappone senza alcuna mediazione si passò dal feudalesimo all'imperialismo) trasformò larghi strati di popolazione rurale in proletari e sotto-proletari. Negli anni trenta registi come Teinosuke Kinugasa, Sadao Vamanaka e Hiroshi lnagaki realizzarono opere notevoli che raffiguravano la vita errabonda e avventurosa degli « yakuza ». Negli anni quaranta e cinquanta il genere decadde, ad eccezione della serie di Jirocho Sangokushi del regista Masahiro Makinô. Nella seconda metà degli anni sessanta il film di « yakuza » è ritornato a nuova vita. Contrariamente ai film di « yakuza ›› degli anni trenta, ambientati prevalentemente in epoche feudali, e cioè nel diciottesimo secolo o agli inizi del diciannovesimo, la caratteristica dei fiIm di « yakuza ›› più recenti è quella di essere collocati sullo sfondo del periodo che va dalla fine del secolo scorso ai giorni nostri. l nuovi film di «yakuza ›› presentano una varietà di filoni: tra questi i film che trattano la corruzione nelle città e i rapporti tra mondo politico e mondo del crimine: tale era il caso di uno dei primi film di Akira Kurosawa, Yoidore Tenshi (1948, L'angelo ubriaco). Ma il filone più popolare è quello che ha adottato lo stile del teatro « kabuki » e ha dato luogo a film molto suggestivi, provvisti di notevoli effetti di astrazione, in cui gli « yakuza ›› appaiono finemente vestiti di bellissimi costumi e osservano tutta una serie di cerimoniali raffinati [come i cosiddetti «jinji », omaggi o saluti formali). Gli eroi sono molto sensibili ai favori ricevuti e al fine di dar prova della loro gratitudine non badano nemmeno al sacrificio personale o a quello del loro amore. Il regista che ha introdotto lo stile del teatro « kabuki ›› nel film di «yakuza » è Tai Katô, nei cui film i sogni e le speranze, cosi come la rabbia delle classi più basse della società, vengono espressi magnificamente, in Hibotan Bakuto: Oryü Saniô (1969, La giocatrice dalla -peonia rossa - Arriva Oryü), per esempio, una giocatrice che si sposta di città in città deve fronteggiare bande di «yakuza›› associate al « leader › di un’organizzazione di destra. FINE

Franco Ferrini, I GENERI CLASSICI DEL CINEMA AMERICANO, BIANCO E NERO, 1974 Fascicolo ¾

giovedì 17 gennaio 2019

martedì 15 gennaio 2019

Master Bernardo in Polaroid



Bernardo Bertolucci
1941 - 2018
in Taormina



lunedì 14 gennaio 2019

Theodosia, MO





She came from southwestern Missouri, the hills outside the scratch-ass Ozark town of Theodosia, set in the cedars and oak trees somewhere between nowhere and good-bye.
She grew up knowing one thing, she was trash.
She'd come 1800 miles, but Theodosia was still just over the hill.

Veniva dal Missouri, dagli aridi altipiani alla periferia di Theodosia, piantata tra cedri e querce, sperduta tra il nulla e l’addio.
Era cresciuta sapendo una sola cosa: che era spazzatura.
Aveva fatto 20.000 km, ma Theodosia le restava appiccicata addosso.
Clint Eastwood, Million Dollar Baby, 2004


domenica 13 gennaio 2019

Cinema sui muri - Pinky

"One of the first serious celluloid statements about the problem and perplexities of race in America" W. Scott Poole





Elia Kazan, Pinky, 1949

giovedì 10 gennaio 2019

The scenes in the middle



Most of the movies I've made, everybody knows the way they're gonna end. Right from the first scene.
Life's kind of like that. Everybody knows how it ends. Back away! But it's the scenes in the middle that make it count.
The great producer Joseph E. Levine once told me, "An audience will forgive a shitty act two, if you can wow them in act three.

La maggior parte dei film che ho fatto, tutti sanno come finiranno. Proprio dalla prima scena.
La vita è un po’ così. Tutti sanno come finisce. Ma sono le scene nel mezzo che la rendono importante.
Il grande produttore Joseph E. Levine una volta mi disse, “Un pubblico ti perdonerà un secondo atto schifoso, se riesci a stupirli nel terzo atto”.
Adam Rifkin, Burt Reynolds, The Last Movie Star, 2017