Mimmo Addabbo - Lolli,Ubaldo Vinci, Gianni Parlagreco,Catalfamo,Fabris, Valentino,Margareci,Crimi,Fano e i Sigilli
domenica 9 febbraio 2020
giovedì 6 febbraio 2020
Musolino a Reggio e Gambarie
E' giunto a Reggio, ed ha preso alloggio presso l'Albergo
Miramare, il noto attore, nostro concittadino, Vincenzo Musolino, il quale è in
compagnia dell'affascinante stellina Fosca Piergentili.
Vincenzo Musolino, che si fermerà a Reggio alcuni giorni,
tornerà fra qualche mese per girare gli esterni del film “Duello fra gli abeti”
nei pressi di Gambarie.
In questa nuova, fatica cinematografica, affiancherà il
bravo Vincenzo Musolino la nota attrice Laghe Cheriman. La regia sarà di
Roberto Montero
Ieri sera una piccola folla ha sostato dinanzi all'Albergo
Miramare per inscenare una manifestazione di simpatia all’attore reggino, che
tanto successo ha ottenuto sugli schermi di tutto il mondo in questi ultimi
anni.
GAZZETTA DEL SUD 2 FEBBRAIO 1955
mercoledì 5 febbraio 2020
Nero Pasolini
Venti atroci giorni chiuso in un alberghetto a lavorare come un cane.
Pier Paolo Pasolini, 1960
Tanto
è affascinante (e tormentata) la genesi di "La Nebbiosa", quanto fallimentare sarà
lo sbocco cinematografico.
Roberto Curti, Alessio Di Rocco, Visioni proibite: I film vietati dalla censura italiana (1947-1968), 2014
La locandina è qui: https://videotecapasolini.blogspot.com/2013/04/1963-milano-nera.html
giovedì 30 gennaio 2020
CINE ma POPolare
AL PUBBLICO POPOLARE
PIACCIONO I MELODRAMMI
Nella produzione
qualitativamente "minore'', quali elementi si
riscontrano
conformi alla psicologia popolare che fanno di tanti
film artisticamente
negativi degli ottimi successi di cassetta?
Leggendo i primi due servizi della interessante inchiesta promossa da " Cinema" sui film di categoria B, ci è sembrato opportuno
intervenire ampliando il discorso a tutta la produzione qualitativamente minore, ai film cioè non impegnati sul piano artistico o, quanto meno,
culturale.
Accogliendo
la classificazione "economica" proposta da Redi e Rinaudo, rientrano nella categoria B quei
film prodotti con pochi mezzi da piccole società e distribuiti sul mercato
senza l'ausilio del lancio pubblicitario: "sono film fatti in casa'', ignorati dalla critica ufficiale dei quotidiani e dei periodici, con registi ed attori sconosciuti
o mal noti al pubblico delle prime visioni e, talora, anche a quello delle
seconde. La sorte commerciale di questi film è affidata alle sale periferiche
delle grandi città e, soprattutto, alle semplici platee dei mille e mille villaggi d'Italia.
Appartengono al gruppo film come questi: Amore è smarrimento, prodotto
dalla Filmosa, diretto da Filippo W. Ratti e interpretato da Flora Lilla, Piero Palermini e Manuel Roero; François il contrabbandiere, prodotto
dalla Marte Film, diretto da Gianfranco Parolini e interpretato da Doris
Duranti, Vira Silenti, Roberto Mauri, Luigi Tosi e Peter Trent; Cuore
forestiero, prodotto dalla De Paolis Film diretto da Armando Fizzarotti e
interpretato da Maria Piazzai, Piero Lulli e Aldo Nicodemi. Quest' ultimo film
è da ascriversi al compatto e caratteristico sotto - gruppo delle produzioni
ambientate a Napoli ed ispirate per lo più a motivi celebri del canzoniere partenopeo. Ricordiamo,
fra gli altri, Vedi Napoli e poi muori; Rosalba, fanciulla di Pompei; Solo per te, Lucia; Munasterio 'e Santa Chiara;
Monaca Santa; Luna rossa; Pentimento e il recente Città canora con Maria Fiore, film
che, a tutt'oggi, ha incassato oltre trecento milioni. I film della serie "napoletana" vengono distribuiti, di regola, solo
nell'Italia centromeridionale ed esclusivamente nelle sale di periferia e nei centri
minori della provincia. Tuttavia, tenuto conto del basso costo di produzione (25-30 milioni), il rendimento di questi film
è, nella media, soddisfacente; anzi, talvolta, straordinario: si pensi ai 300
milioni di Vedi Napoli e poi muori (programmato nel 1952) contro i 250 di Ladri di
biciclette, apparso negli ultimi mesi del '48! Questa, la realtà delle
cifre pubblicate dalla Società degli Autori e riferite da "Cinespettacolo".
(continua)
CARLO SANNITA
CINEMA
quindicinale di divulgazione
cinematografica Volume XII Terza serie Anno VII – 1954 10 Novembre
mercoledì 29 gennaio 2020
Un leone a Culver City - Buster "Saltarello" Keaton
Buster
Keaton l'uomo che non ride mai
Grande fortuna ebbe in quegli anni la ·produzione comica:
siamo nell'epoca d'oro della comedy", la quale anzi, proprio in quel periodo cessa gradualmente di
essere un semplice complemento di programma (con le "comiche" in due bobine) per
divenire l'attrazione principale dello spettacolo. Accanto a Chaplin, Harold
Lloyd e Harry Langdon, tutti passati definitivamente al lungometraggi si
colloca ora la figura di un nuovo
comico, proveniente dal teatro di rivista: Buster Keaton, scoperto da Joseph M.
Schenck (fratelli di Nicholas), il quale, dopo averlo fatto
debuttare in The
Butcher Boy (1917), lo aveva lanciato in una lunga serie di "two reels". I film di Keaton,
che con la sua impassibile maschera aveva immediatamente conquistato il
pubblico, vennero da un certo momento prodotti e in qualche caso diretti da lui
stesso, sotto l'egida naturalmente di Joseph M. Schenck e della M.G.M. che li distribuiva. Uno
dei suoi primi film di metraggio normale (sei bobine) fu Seven Chances (Sette probabilità, 1925), che Keaton stesso aveva tratto da una commedia di Roy Cooper
Megrue, presentata sulle scene da David Belasco . La carriera dell'attore (che in Italia venne
soprannominato "Saltarello") si arrestava praticamente pochi anni dopo
l'avvento del sonoro: e i film parlati cui prese parte - sempre alla M.G.M. -
non riuscirono a raggiungere il mordente della sua migliore produzione muta.
Dopo aver lavorato anche in Francia e al Messico, e dopo aver diretto o prodotto film di cortometraggio per
la Metro ed altre case, da vari anni egli si limita ad apparire - col suo volto stanco, ma
sempre impassibile - in qualche film, da Hollywood Cavalcade a Sunset Boulevard, e più recentemente
ha persino preso
parte ad un film in Italia. (Continua)
Fausto Montesanti
CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE
In apertuta Buster Keaton in Seven Chances (Le sette probabilità) del 1925, di James Shannon
lunedì 27 gennaio 2020
Né sere né giorni di festa saranno per me liberi e beatamente vuoti.
Dopo circa cento,
centocinquanta settimane in cui regolarmente ho scritto ogni settimana un
«pezzo» su un libro, prendo congedo dal mio lettore, per un periodo di sosta.
Per alcuni mesi sarò occupato a fare un film. È vero che mentre ero occupato a
girare, a montare e a doppiare Il fiore delle
mille e una notte, ho continuato puntualmente a
scrivere le mie recensioni. Ma ciò si spiega prima di tutto col fatto che avevo
da poco tempo iniziato questo lavoro, e c’era dunque in me uno slancio che non
poteva brutalmente essere interrotto. Inoltre il film che stavo facendo, anche
se terribilmente faticoso e avventuroso, era molto gradevole, e mi lasciava
dunque, la sera, quasi sempre, in un’ottima disposizione di spirito. Infine ero
lontano dall’Italia, in luoghi dove, appunto, la sera, o nei giorni di festa,
leggere e scrivere era l'unica possibile occupazione. Ora invece mi accingo a
girare quando è già il terzo anno del mio lavoro di critico militante: e mi
accingo a girare un film estremamente sgradevole (De Sade e la Repubblica
Sociale mescolati insieme) che certamente la sera mi lascerà sfinito e magari
nauseato di lavoro; e lo girerò, oltre tutto, nel cuore dell’Italia, tra Salò e
Marzabotto: né sere né giorni di festa saranno per me liberi e beatamente
vuoti.
Pier Paolo Pasolini, Settimanale «Tempo» 24 gennaio 1975
domenica 26 gennaio 2020
Emilio "el Indio" Fernandez - Leitmotiv
La fotografia di Figueroa è infatti, nel suo complesso e coi
suoi limiti, sostanzialmente coerente all'assunto lirico e al temperamento elegiaco
di Fernandez. E' una fotografia dolce, languida a volte, che usa volentieri del
filtro, ricca di toni sfumati e sfrangiati, una fotografia edonistica che si
adegua naturalmente ad un ritmo rilassato di racconto e di montaggio. A nostro
avviso Figueroa è però un fenomeno più modesto di quanto generalmente si crede.
La sua fotografia deriva da quello standard fotografico che gli americani e
francesi hanno derivato, in moneta speciale, dall`espressionismo tedesco e che
tende ad effetti chiaroscurali in funzione psicologica. Su questo standard Figueroa
innesta poi, conformemente al suo temperamento romantico, ricerche cromatiche,
ricorrendo specialmente ad effetti di filtro e di flou; ma sostanzialmente la
sua fotografia non differisce molto, come impostazione, da quella d'un Gregg
Toland o, se vogliamo, d'uno Schüítan. E ne è la prova The Fugitive in cui il plasticismo di John Ford assimila con tutta
naturalezza la fotografia di Figueroa, proprio perché questa fotografia
costituisce la naturale conclusione di certe ricerche che Ford aveva condotto
con operatori americani. Fra Long Voyage Home,
fotografia di Gregg Toland, e The Fugitive,
fotografia di Figueroa, non c'è che una differenza di grado, non di direzione.
L'esperienza di Figueroa - che è caratterizzata da
un'assoluta mancanza di autosuperamento - si svolge quindi nell'ambito di una
maniera, sia pure vivificata da un'eccezionale bravura tecnica, ed è ben
lontana dall'originalità inventiva, per citare a caso, d'un Maté o d'un Aldo o,
con riferimento proprio al Messico, d'un Tissé. D'altronde è proprio la sua
bravura tecnica, non sempre superata in poesia, che finisce talvolta per pesare
come un artificio ('l'abuso del filtro, per esempio, o del panfocus).
Anche per Figueroa, del resto, può valere quanto si è detto
per Fernandez e cioè che il suo temperamento lirico gli concede scarse attitudini
di racconto; cosicché certi artifici e certe forzature (per esempio certi
sterili effetti di panfocus) derivano non tanto da acribia fotografica, quanto
dallo sforzo di adeguarsi ad esigenze narrative che gli rimangono estranee. La
fotografia di Figueroa ci sembra insomma perfettamente coerente alla regia di
Fernandez e tale da smentire certe insinuazioni della critica circa un preteso
influsso negativo, in senso calligrafico, di Figueroa su Fernandez. Al contrario,
ci sembra che le loro personalità siano perfettamente affini: ciò spiega il
loro affiatamento divenuto ormai proverbiale.
Del resto tutta l’opera di Fernandez appare, dentro i suoi
limiti e le sue incoerenze pregiudiziali, improntata ad una sostanziale
coerenza di tutti i suoi elementi.
Anche la recitazione è in linea. E' una recitazione,
improntata ad un naturalismo lirico, che raggiunge il suo acme in certi
atteggiamenti elementari, in espressioni distese di stati d'animo e che scade
invece nella retorica più vieta quando tenta schemi convulsi di azione e di
psicologia.
Recitazione estremamente discontinua, che passa dalla pura
bellezza dei primi piani di Maria Felix in Enamorada
alle insopportabili contorsioni di Dolores del Rio in Las abandonadas. A Fernandez va tuttavia riconosciuto il merito di
aver saputo plasmare nell'ambiente provinciale messicano, privo di una tradizione
e di un insegnamento recitativi, un nucleo di ottimi attori: Pedro Armendariz,
Maria Felix, Columba Dominguez, Maria Elena Marquez. Alcuni di essi si impongono
oggi anche all'estero: Pedro Arrnendariz lavora a Hollywood e Columba Dominguez
a Cinecittà.
Questi, a grandi linee, i motivi tipici del cinema di Emilio
Fernandez: esso ci appare come una singolare avventura sbocciata all'intersezione
di civiltà contrastanti e nutrita di esigenze diverse. C’è nella
sua opera una ricerca di cultura e di tecnica tesa ad un
esito di istinto e viceversa un fondo primitivo che cerca di chiarirsi e di
esprimersi in termini di cultura e di eccellenza tecnica. Da
quest’antinomia costitutiva della sua
personalità deriva la contaminazione che Fernandez compie fra i dati genuini
della sua ispirazione lirica e la metodica corrente del racconto
cinematografico.
Esperienza contrastata quindi, quella di Fernandez, che
sotto una apparente facilità di canto cela uno sforzo doloroso di
chiarificazione e di maturazione. Esperienza sincera, sofferta.
E' a questa sincerità soprattutto che si affidano gli
elementi di una conclusione critica su Fernandez. La sua opera nasce
dall'esigenza d'un clima assoluto, umano e geografico, e ci porge la
suggestione d'un paesaggio mitico, l’immagine d'una evasione di cui, già prima
di Fernandez, S. ,M. Eisenstein e André Breton avevano sentito il richiamo. A questo
richiamo ha risposto recentemente sia pure con scarsa sincerità John Ford in The Fugitive. Si accinge ora a
rispondervi anche Luis Bunuel.
Nel quadro odierno della produzione cinematografica mondiale
ciò che Fernandez ci ha dato finora rimane un'affermazione latente di poesia
che, per esplicarsi in pieno, attende, da una parte, una più matura coscienza
del proprio temperamento e, dall'altra, una condizione produttiva più propizia
ad un libero esercizio d'ispirazione.
Franco Venturini in
BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 - APRILE
1951
Nota Bibliografica
Per una bibliografia su Fernandez rimane ancora valida
quella indicata per il cinema messicano da Mario Verdone in appendice al suo
studio «Aspetti del cinema messicano» in «Bianco e Nero» aprile 1949. Ad essa è
solo da aggiungere, ch'io sappia, la recensione di Massimo Mida su La Perla («Bianco e Nero ››, giugno
1949) e la già citata recensione di Glauco Viazzi su Enamorada, («Bianco e Nero , settembre 1949) i cui argomenti sono
ripetuti anche in un altro scritto di Viazzi: «Il cinema nell'arte e nella vita
messicana» in «Ferrania» n. 7, 1949.
Tutti questi testi sono del genere da leggersi in treno.
L'unico di essi che dia, sia pure sommariamente, un apporto concreto di critica
è, al solito, quello di G. C. Castello («Infanzia precoce del cinema messicano»
in «Cinema» n. s. n. 2, 10 novembre 1948). Dal punto di vista informativo ë
interessante lo scritto di André Camp: « Apergus sur le cinéma mexicain ›› in
«La Revue du cinéma» n. 15, luglio 1948. Chi volesse poi documentarsi sul clima
culturale messicano in cui si è formato il cinema di Fernandez può consultare
utilmente, prendendo però le dovute precauzioni, le corrispondenze dal Messico
di André Bréton in «Minotaure», Parigi, annata 1939.
In apertura screenshot da The Fugitive, 1947 di John Ford
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