Mimmo Addabbo - Lolli,Ubaldo Vinci, Gianni Parlagreco,Catalfamo,Fabris, Valentino,Margareci,Crimi,Fano e i Sigilli
giovedì 23 gennaio 2020
mercoledì 22 gennaio 2020
We love you Sophia Loren
Oh baby love
I'm in love with sophia loren
I'm in love with bridget bardot
I'm in love with the whole dumb scene
I'm in love with sophia loren
I'm in love with bridget bardot
I'm in love with the whole dumb scene
The Psychedelic Furs
Si fanno sempre più insistenti lo voci dl una svolta
sentimentale nella vita di Sophia Loren. Un idillio infatti pare sia in atto fra
l’attrice e il produttore Carlo Ponti. Idillio che dovrebbe condurre i due alle nozze
non appena il produttore abbia (secondo i “si dice”) ottenuto in Svizzera il divorzio
dall’attuale moglie. Intanto la Loren si prepara a ripartire per l'America.
GAZZETTA DEL SUD, Venerdì 26 luglio 1957
martedì 21 gennaio 2020
Un leone a Culver City - Foolish Erich
Stroheim fa cassetta
Per rimediare al malfatto,
Stroheim dovette accettare di dirigere The Merry Widow (La
vedova
allegra, 1925), una riduzione
cinematografica della famosa operetta con Mae Murray e John Gilbert: un film di
grande mestiere, nel quale tuttavia egli esercitò solo la sua intelligenza
e il suo gusto stravagante. A proposito di tale film Stroheim ha dichiarato in un'intervista:
“Quando vidi come
la censura aveva amputato il mio film Greed, in cui avevo messo tutto il mio cuore, abbandonai ogni
speranza di poter creare dei film d'arte, e da allora in poi ho lavorato su
ordinazione. Il mio film The Merry Widow ha dimostrato che
questo genere piace molto al pubblico, ma io son ben lungi dall'esserne
orgoglioso e non desidero minimamente essere identificato con le cosiddette
attrazioni commerciali ... Quando mi si chiede perché faccio film del genere non mi
vergogno affatto di dire la vera ragione: unicamente perché non voglio che la
mia famiglia muoia di fame”. Parole amare nelle quali si
sintetizza il dramma di un autentico artista: ma i quattro milioni di dollari
incassati dal film fecero tirare un sospiro di sollievo ai dirigenti della
Metro, che tuttavia si affrettarono a sbarazzarsi ugualmente di Stroheim,
la cui prodigalità cominciava a divenire ormai proverbiale. La favola
dell'impianto di campane da lui fatto installare alla Universal
nella scenografia dell'albergo di Foolish Wives (e
che non appariva mai nel film), era nulla in confronto alle camicie di seta
cifrate dei soldati di The Merry Widow o ai
diecimila dollari fatti spendere unicamente per coniare una serie di medagliette.
Se i film di Stroheim non
esercitarono sulla produzione corrente una grande e palese influenza, in compenso
certe sue stravaganze furono imitate da registi
ansiosi di
affermarsi: tipico il caso di Joseph von
Sternberg, il quale agli inizi della carriera - e proprio negli studios della Metro - dopo aver fregiato il suo nome (Stern) di un "von"
e di un pittoresco "berg" finale, faceva ad esempio
il diavolo a quattro se mancava un bottone alla divisa di una
comparsa, durante la lavorazione di Escape, (poi
ricominciato da Phil Rosen e presentato nel 1926 col titolo
The Exquisite Sinner); oppure
osava rifiutarsi di far visionare ai dirigenti il materiale di un
film con Mae Murray, The Masked Bride (1925)
anche questo condotto a termine da un altro regista,
Christy Cabanne, che fini anzi per fermarlo). E' l'epoca in cui von
Sternberg si fa crescere un paio di baffi smisurati, indossa
camicie nere, si copre le spalle con uno scialle rosso; atteggiamenti che
riproducono solo esteriormente certe manie di Stroheim, e che agli occhi dell'uomo
d'affari - preoccupato solo di problemi pratici e di
natura economica - finisce per
fare del regista una sorta di fanatico, capace di influire in maniera del tutto negativa
sull'esito commerciale del prodotto. (continua)
FAUSTO MONTESANTI
CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE
lunedì 20 gennaio 2020
Joseph L. Mankiewicz vs Cecil B. De Mille
LA LISTA NERA DEI
“RIBELLI” DIFESA DA MANKIEWICZ
Il comitato direttivo del Guild forzato a
dare le dimissioni.
Esso infatti esigeva
dai soci la sottoscrizione di un arbitrario veto.
A
Broadway, intanto, mentre dura ancora l'eco dei successi di A Letter to Three Wives e No Way Out, la Fox ha presentato
l’ultimo film Mankiewicz dall’indovinato titolo All About Eve (Tutto ciò che
riguarda Eva). Il soggetto, scritto dallo stesso regista, presenta in una
luce sarcastica, cinica, spesso satura di biliosità, il mondo teatrale di Broadway. L'ambizione di raggiungere
l’apice di una ricca carriera di attrice spinge una giovane donna (Anne Baxter)
ad avvicinare una strana figura di celebre donna (Bette Devis).
CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO III - 1950 1 DICEMBRE
Nelle foto Gary Merrill, Bette Davis, Anne Baxter, George Sanders in All About Eve del 1950
domenica 19 gennaio 2020
Mario Mattoli
I REGISTI (senza peli sulla lingua)
MARIO
MATTOLI
DI EUGENIO
GIOVANNNETTI
Nelle Marche, da cui sono venuto anch'Io, ho conosciuto dei
Màttoli. Pare che il nostro Mario, accennandosi come Mattòli, voglia nettarsi
da un sospetto di mattia ed avvicinarsi ai gravi mattoni.
Tal sia di lui! Un po' di grave gli conviene certo oggi, a
compensato la levità della prima giovinezza'. Ha diretto allora undici compagnie teatrali e ha fatto gran
chiasso con gli spettacoli Za Bum. Non mi pare un gran titolo per la carriera d'un regista. E' diventato
infatti qualcuno a mano a mano che s'è liberato da cotesto milanesismo
grossolano ed improvvisatore.
Ed era entrato anche nel cinema per la via, meno artistica:
per il portone dei soldi, come produttore. Ha' giudizio, il mio marchigiano. Laureato in giurisprudenza, ha
preferito per tempo ad un gramo Azzeccagarbugli un maneggione chiassoso. Ma, anche per gli artisti,
c'è una sola prudenza: la concentrazione; un solo male: la dissipazione. Ed il nostro Mattoli deve scontare oggi
la sue brutalità di gioventù.
Noi marchegiani nasciamo, del resto, con la pelle dura e ci
sgrossiamo a poco a poco, con lentezza ultralaboriosa. Il nostro Mario
comincia, ora, come regista, a dare un po’ nel fino, dopo ott'anni ormai di professione.
Tranne qualche escursione garbata verso un cinema comico-sentimentale, alla
Camerini. (L’uomo che sorride), o verso
un cinema dal costume brillante (Amo te
sola), ha continuato per sei lunghi anni più o meno a zabumeggiare. E
quando il subalpino dagli occhi di bue, Macario, ha voluto brillare nei film. è
andato per istinto verso il regista zabumeggiante.
Ma Mattoli, l’ho già detto, è il marchcgiano che s'innalza e
si raffina nella dura fatica. Non è l’anfibio cafone e stazionario: non è quel
principe marchigiano cui, un giorno, al Circolo della Caccia, un gentiluomo
romano diceva: «tu
vai a Londra e fai il principe romano: tu torni a Roma e fai il lord inglese;
ma più mondo giri e più marchigian ti trovo».
Mario Mattolì non è, voglio dire, l'uomo di vetro, che, se
l’urti con un gomito, ti cade addosso col fracasso d’una vetrina. E', come tutti gli artisti che si ritrovano e
si elevano faticosamente, duro quanto agile. Mi propongo d’esaminare con franchezza, quelli che mi paiono
ancora i suoi gravi difetti come artista, ma intanto sono lieto di poter dare
una gomitata, cordiale ad un uomo della mia terra, sicuro che non si frangerà.
Mario Mattoli non ha avuto, sino a ieri, una carriera
facile. Ha sfacchinato intorno a piccoli film, che non avevano spiraglio alcuno
per un regista di talento; quando non ha dovuto addirittura tagliare film sulla misura di Macario. In sostanza, le buone, le grandi
occasioni, il Mattoli le ha avute soltanto in questi ultimissimi anni (1940-41)
con due cose che l`hanno messo fortemente in vista. Su questi due film, Luce nelle tenebre e Ore nove, lezione di chimica, lo
giudicheremo.
Quì, per la prima volta, il regista racconta un linguaggio
personale, fluente e scintillante. C’è ancora, qua e là, del Camerini, ma non è
che una reminiscenza. L'uomo ha, senza dubbio, imparato a parlare cinema ed
intende dire cose proprie, in maniera propria, con un proprio accento.
Solo un difetto s'avverte, che vien dalla vecchia, abitudine
d'improvvisare e superfìcializzare. Il narratore scivola brillante sulla materia e non l`approfondisce e non
la domina. Pattina soltanto, arabescando appena la lucida pianura del ghiaccio.
Che cosa veramente sia sotto il gelido specchio, lui non sa con precisione e,
talvolta, non sospetta neppure.
Le sequenze prettamente cronistiche e descrittive, quelle
cioè in cui non si tratti che di fiorire in superficie, sono quasi sempre
ottime. Vedete, in Luce nelle tenebre, le due sequenze iniziali: la corsa della
ragazza per i negozi e la visita dell'ingegnere in casa del clinico. Niente di più
arioso, di più vero, di più fine. Il narratore sa veramente che cosa sieno
cinema e ritmo. Anche l'arrivo delle due sorelle alla miniera, e la visita alle
gallerie, hanno il linguaggio della più fresca e vivida realtà.
ln Ore nove, lezione
di chimica c'è qualcosa di più che garbo descrittivo: c` è il tono
azzeccato, il tono ambientale nelle sue infinite sfumature. Bisogna chiudere un
occhio, naturalmente, e talvolta due, sulla goffaggine manierata di qualche
figura (quella del papà milionario, per esempio, nel suo modo d'accomodar le
cose familionarmente, come avrebbe
già detto ai suoi tempi Arrigo Heine). Ma, nell’insieme, il tessuto sociale è
ben sentito, tanto nelle movenze caratteristiche quanto nella discorsiva
finezza.
Quelli di cui il Mattioli non s`accorge mai sono i trapassi
disastrosi di tono nella sua materia: i crepacci subitanei della sua lucida
superficie. Lo sceneggiatore può tendergli qualsiasi tranello: avvezzo a
brillare sulla sua nitida pianura, il regista andrà dritto verso l’insidia e
precipiterà, sicuro, sicurissimo di pattinare ancora sul più solido ghiaccio.
Non ho mai visto una tale allucinatoria sicurezza.
E' chiaro che il nostro Mattoli dovrà avvezzarsi sempre più
a scrutare lungamente o profondamente la sceneggiatura, prima d'affidarsi a lei
e mettersi a pattinare. Bisogna. che avverta tutte le insidie e le elimini in tempo,
prima di lanciarsi. La sceneggiatura è oggi, per lui, troppo foglio musicale,
troppo composizione intangibile. Ci rimetta le mani lui e ricomponga
arditamente sino all'ultimo minuto, e dia finalmente alla sua materia
quell’omogeneità, quella coerenza, quella solidità, che, sino ad oggi, le sono
mancate.
Il giorno in cui disporrà d’una materia perfetta, senza crepacci
né buche, il Mattoli farà un’opera' d'arte, pulita come un gioiello. Per essere
un perfetto artista, il nostro Mattolì deve fidarsi meno di chi lo circonda: deve affrontar direttamente la sua materia e guardarci ben
dentro da solo: deve fare insomma come quel contadino marchigiano che quando, in agonia, il prete
cominciò a dirgli: « non
vorreste, figlio mio, regolare un po' il vostro conto col ministro di Dio?», raccolse quel po' di
fiato che gli restava e rispose: «no: vojo fa' Ii conti direttamente col padrò».
Se gli ultimi due film del Mattoli avevano debolezze, eran
debolezze assai più di costituzione, di sceneggiatura cioè, che di stile. Il
regista aveva lasciato fare troppo ai ministri che, come avvertiva il
Pascarella, non sono mai da prendere troppo alla lettera, «perché te lassano contento e cojonato».
Il lento ma sicurissimo maturare di quest’artista va seguito
con attenzione e simpatia. Il Mattoli è
un osservatore realistico, pieno di forza e di finezza, quand’è in vena. In Luce nelle tenebre, ho ammirato come
una piccola, gustosissima acquaforte, il suo appuntamento galante al Caffé
Greco. C’era una grazia amara ed epigrammatica ad un tempo, che non mi sarei
mai aspettata da un «figliuol
prodigo» così zabumeggiante e così poco fatto per diventare un impressionista
incisivo, un Toulouse-Lautrec. Voglio illudermi i che anche questa gomitata di paesano gli farà bene e
lo farà sempre più svelto e bravo. In ogni modo, sono felicissimo d’avergliela
data. Io non sono, e neppure lui, un licienciado
Vidriera che tema di cadere in frantumi appena qualcuno lo tocchi.
Sapete chi era questo Vetriera? Un personaggio delle
cervantesiane «novelle
esemplari», che aveva la fissazione d’esser tutto di vetro e di dover quindi
frantumarsi al menomo urto per via. Guai a toccarlo: dava in ismanie ed urla di
terrore. Quanta gente, eh, quanti Vetriera passeggiano oggi per via, che non si
devono toccare neanche con un dito! E’ forse il tempo di cominciare a capire
che gli uomini che hanno un cuore nel petto ed una coscienza pulita, non hanno
paura d’un urtone: e, se occorre, ve lo restituiscono allegramente.
Eugenio
Giovannetti
Opere di Mario Mattoli : Tempo
massimo (1934) - Amo te sola, Musica in piazza, Sette giorni all’altro mondo (1935) – La damigella di Bard, L’uomo
che sorride, Questi ragazzi
(1936) – Gli ultimi giorni di Pompeo,
Felicita Colombo, (1937) – Nonna Felicita, L’ha fatto una signora, La
dama bianca, Ai vostri ordini signora (1938) – Imputato alzatevi, Mille
chilometri al minuto, Lo vedi come
sei, Eravamo sette vedove (1939)
– Non me lo dire, Il pirata sono io, Abbandono, Luce nelle tenebre
(1940) – Ore nove, lezione di chimica
(1941) – In lavoro: Viglio vivere così.
film SETTIMANALE DI
CINEMATOGRAFO TEATRA E RADIO ANNO V - N. 3
17 GENNAIO 1942 XX
La testata si riferisce al film Soltanto un bacio diretto da
Giorgio C. Simonelli e interpretato da Valentina Cortese, Carlo Campanini,
Otello Toso, Lauro Gazzolo (Prod. Aquila Film).
giovedì 16 gennaio 2020
Emilio "el Indio" Fernández - Flor silvestre
Un
giudizio di valore sull'opera di Fernandez, oggi, non può non tener conto di
questo peccato originale, di questa deviazione radicale subita dal suo lavoro. I
segni autentici della sua personalità vanno perciò cercati in frammenti della
sua opera, in qualche sequenza isolata (ve ne sono di bellissime) in cui egli
si abbandona alla sua vena. Ecco allora in Enamorada
la scena della serenata, sostenuta quasi per intero dal primo piano di Maria
Felix, e nel finale la partenza notturna dell'esercito, i soldati che sfilano
al rullo dei tamburi proiettando lunghe ombre sui muri delle case; ecco in Flor silvestre la fuga di Esperancia
dalla casa dei banditi e l'esecuzione di Jose Luis; ecco in La perla la lotta a coltello sulla
spiaggia; ecco in Maria Caldelaria le
scene sul fiume, Maria che porta a vendere i fiori ed è respinta dalla folla,
il funerale in barca; ecco in Rio
escondido la processione per invocare la pioggia. Sono pagine purissime di
cinema in cui Fernandez, momentaneamente liberato da preoccupazioni estranee esprime
liberamente il suo mondo.
Egli fallisce invece quando affronta motivi di una
drammaticità esteriore, elie rimangono lontani dalla sua sensibilità. Si veda
per esempio l'inizio di Enamorada, la
battaglia e l'ingresso in città dell'esercito rivoluzionario: tutto rimane oleografico
e privo di nervi (quelle granate fumogene!). E si veda ancora in Maria Candelaria la ridicolaggine della cattiveria
di Don Damiano e nel finale di La Perla,
l'opprimente retorica di quel campo lungo con Pedro Armendariz in piedi sopra
la rupe, dopo l’uccisione del rivale.
Una zona marginale della sua personalità è costituita
da certa verve umoristica che affiora qua e là con` accenti intrinsecamente
validi (la fotografia del bambino in Las
abandonadas, la scommessa dei due gauchos in Flor silvestre, l'oratore e la visita del generale in casa della
fanciulla amata in Enamorada, ma che
provoca sempre una frattura stilistica nel tono generale del film. Osserva
giustamente G.C. Castello (1)
a proposito di Enamorada,
(in cui questa verve umoristica è forse più scoperta) che il racconto oscilla
fra il dramma e il vaudeville. Anche indipendentemente da queste apparizioni
umoristiche è però raro che
Fernandez sappia conservare un tono unitario di
racconto. (continua)
(1) G. C. Castello: «Infanzia precoce del cinema
messicano», in si «Cinema ›› n. s. n. 2, Milano, 10 novembre 1948.
Franco Venturini in
BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 - APRILE
1951
mercoledì 15 gennaio 2020
Solaris ... lies at 25 times a second
Strange. I saw a
Russian film in the summer.
One of the shots in it
was just like the view from up here.
- Solaris.
- Sorry?
The name of the film.
Solaris.
Maybe.
I've forgotten what it
was called. Solaris.
The only thing I
remember was this image.
- I'm sorry if that's
all you remember.
- The whole film was a
bit of a mess.
A mess! Solaris is one
of the best films.
I've ever seen.
Really? Why?
Film is a lie, 25
times a second ... and because it's all a lie, it's also the truth.
Truth is a lie.
Every film tells us
that.
In films, lies are
dressed up as ideas and shown as truths.
That's my idea of
utopia - the only one there is.
È curioso, l'estate scorsa ho visto un film russo.
C'era una inquadratura identica alla vista che si ha da qui.
"Solaris".
- Come dice?
- È il titolo di quel film: "Solaris".
Sì, forse. Ho dimenticato che il titolo è quello.
- Ma ricordo bene quell'inquadratura.
- Come mai?
- È un po' troppo confuso, per i miei gusti.
- Confuso?
"Solaris" è uno dei più bei film che abbia mai visto.
- Cosa c'è di così bello?
- Appare la bugia a 24 fotogrammi al secondo.
E poiché è tutto una sequela di bugie dichiarate, ... ne deriva che ... la bugia diventa verità.
Che la bugia e la verità siano la medesima cosa ... lo dicono tutti gli altri film, ... che però mascherano la bugia e la spacciano come assoluta verità.
In "Solaris", a mio avviso, vi è l'unica possibile utopia.
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