domenica 26 ottobre 2014

Anime bianche


A voler vedere con gli occhi di un innamorato la Calabria che sorge dalle immagini così come dai suoni, carpiti e restituiti intatti ne Le quattro volte (2010) di Michelangelo Frammartino, diremmo che non è cambiato niente, tutto è rimasto come quando la Regione era abitata da pochi. Arcaicità, credenze e riti ancorati nel passato. Boscaioli, pastori e carbonai. Caulonia, le Serre, Alessandria del Carretto: sud, centro e nord di una terra amata e riamata. Unico elemento di unione è un lento motocarro che trasporta il carbone nei paesi, caricato dapprima dalla legna che serve per produrlo. Qualche volta serve anche per condurre i partecipanti travestiti per il rito del Venerdì Santo, giorno di morte che preannuncia la resurrezione dei e nei campi. Se c’è una storia non ci è rivelata, la si raccoglie stando pazientemente seduti ad osservare: ancora una resurrezione, quella della trasmigrazione  delle anime; dall’uomo al capretto, all’albero. Meta finale è il cielo, da dove ridiscenderà per un ciclo che non ha mai fine. Anime bianche appunto. Il film è stato accolto con favore al suo apparire, molto di più oltre i confini italici e meglio nei paesi nordici, luoghi da cui sono partiti i grandi viaggiatori che hanno percorso e ripercorso la Calabria dal XVI° secolo in avanti. Nell’opera  di Frammartino se vogliamo possiamo cogliere la lezione che fece per noi Vittorio De Seta con il suo In Calabria (1993). Allo stile scarno di De Seta Frammartino risponde con lunghe statiche immagini, limpide e ricercate limitando le panoramiche della cinepresa.

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