mercoledì 20 novembre 2019

Un leone a Culver City - Rudolph & Alla


Il mito di Valentino


La "Metro Picture Corporation" era stata fondata nel 1915 da un gruppo di distributori di film, ribellatisi al monopolio della "Motion Picture Patents Company" e passati alla produzione, sotto la presidenza di Richard Rotbland. Nel 1919 gli studios della Metro venivano acquistati da Marcus Loew, padrone di un'importante catena di sale cinematografiche, e dal suo socio Nicholas Schenck, ai quali faceva capo la "Loew's Consolidated Enterprises". La produzione della nuova " Metro " non tardò ad affermarsi sul piano anzitutto della qualità, grazie al successo di alcuni film di prestigio, il più famoso dei quali rimane senza dubbio The Four Horsemen of the Apocalypse ("I quattro cavalieri dell'Apocalisse", 1921), di Rex Ingram, tratto dal popolare romanzo di Ibanez ridotto per lo schermo da Juné Mathis. Affidato a un regista giovane e sufficientemente malleabile, il film fu soprattutto il risultato - spettacolarmente straordinario - di un considerevole sforzo produttivo, un'opera cioè che pur non recando il segno di una personalità dominante si segnalava all'attenzione della critica come il prodotto di una vasta ed affiatata collaborazione, costruito essenzialmente in funzione di un grande successo di pubblico. La risonanza del titolo e del soggetto avrebbe inoltre supplito alla mancanza di grandi nomi di "stars". The Four Horsemen fu infatti il film delle rivelazioni: lngram e la Mathis in primo luogo, che da quel momento divenivano rispettivamente un regista e una scenarista adatti a produzioni di grande impegno; Alice Terry, la protagonista femminile, promossa di punto in bianco al rango di "star "; e infine la più sensazionale di tutte - Rudolph Valentino (un oscuro attore italiano, passato fino ad allora quasi inosservato in convenzionali ruoli di  "vilain'') che con l'insolito personaggio di "Julio Desnoyers" portava sullo schermo un tipo inedito di "eroe", destinato a rivoluzionare i canoni del fascino virile allora in voga. Fra i film cui Valentino prese parte alla Metro, prima di passare alla Paramount, vi fu anche Camille (La signora dalle camelie, 1921), con Alla Nazimova, la più intellettuale e sofisticata delle attrici del tempola quale interpretò e persino produsse per la ditta alcuni film ricordati di solito per una certa quale stravaganza della loro impostazione figurativa spesso in aperta polemica con la produzione corrente: uno di questi fu The Red Lantern (1919), diretto da Albert Capellani. (continua)
Fausto Montesanti

CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE 

Nella prima foto Rodolfo Valentino in The Four Horsemen of the Apocalypse (I quattro cavalieri dell'Apocalisse, 1921), di Rex Ingram; nella seconda Alla Nazimova in The Red Lantern (1919), di Albert Capellani.

domenica 17 novembre 2019

GIOVACCHINO FORZANO


I REGISTI (senza peli sulla lingua)
GIOVACCHINO FORZANO
DI EUGEGIO GIOVANNETTI

lmmobil resta a ver la terra
inchina un ginocchio a pregar ...

La paterna baritonal voce di Guglielmo Tell quanta onda d'immagini sommuove dalle perdute stagioni!
Tutta un’età, cui volti ad essa appartenenti e di cui essa dolcemente si colora, ecco risollevare, d'un tratto sull'ala grave del canto! Profondità, trepide della memoria, pieghe avvolgenti del paterno mantello, che solo la baritonal voce sa riscuotere e ricomporre intorno all'algore della mental solitudine, eccovi ancora, a sommo dei pensieri, con le note di papà Rossini cui l'anima s’affidò e s’affida.
Al primo freddo d'autunno non ci avvolgiamo ancora di quella tal voce, di quel tepor luminoso cha riaffiora d'improvviso in noi dalla grande estate ottocentesca della passione e della patria? I solari e accurati volti della nostra estate paesana, della nostra «stagione d'opera» in cui quell'estate culminava, non si riassunsero un giorno nel volto di quell’onesto baritono che dette al nostro provinciale teatrino un esemplare, un indimenticabile Guglielmo Tell?
Quanto di questo buon pathos baritonale, grave e luminoso, scenografico e carezzante, cui l'anima non sa resistere anche se la mente protesti, Giovacchino Forzano ha saputo portare nel cinema italiano! Che qualcosa protesti innanzi ad un film di Giovacchino accade molte volte, in quanto la nostra mente, nella sua mattinale limpidità, in cui par riflettersi ancora per un attimo la platonica Mente divina, odia tutto le furberie ed i lenocinii d'una bassa teatralità: ma l'anima, nata e rimasta farfalla, si lascia pur prendere dalla baritonal finezza del cinema forzanesco. Arriva sempre, in un film forzanesco, la scena in cui l'anima, imberluccata come l’uditorio di qualche stornellante trasteverino, è costretta a far coro e ad ammettere: «come canti bè! come canti bè!»
Ricordo l'esordio del regista Forzano in Camicia nera, La mente aveva un bel mettersi in guardia contro la furberia scapinesca dell'uomo di teatro: arrivava il momento in cui bisognava cedere, in cui l'emozione vi pigliava alla gola, in cui l’anima si ricordava di appartenere, grammaticalmente almeno, al genere femminile, d’esser cioè nata per commuoversi ad un certo punto, per illanguidirsi, per lasciarsi rapire. L’uomo di teatro, l’irresistibile cantore, aveva vinto anche nel cinema, vi aveva messo nel sacco insieme con gli altri, vi portava via, volente o nolente. Che ci starebbero a fare nel mondo gli oratori, gli uomini di teatro, i cantori squillanti o soavi, se non avessero su di voi questo tremendo potere?
Cantore squillante, Giovacchino Forzano? No: quello ch'egli porta nel cinema è il patetico delle grandi arie, la dolcezza grave e nostalgica, una punta d'accoramento, che, come tessitura melodica, non va mai, di solito, oltre il sol. Quello che conta è per lui, la tempestività, la chiarezza, la teatralità della nota.
0 speranze perdute, o memorie...

Non già che gli manchi, volendo, la baldanza, lo squillo di Eacamillo nella Carmen:
Toreador … la festa del valor…

Ma non è il suo genere. Giovacchino Forzano, come regista, è l’uomo dell'emozione nobile ed alta. Non gli chiedete il pittoresco, il descrittivo, il piƒ-paƒ del baritono degli Ugonotti: chiedetegli la grande movenza, il linguaggio sostenuto del cuore, l’eloquenza degli eterni affetti. Come i veri uomini di teatro, Giovacchino Forzano attinge soltanto a quelli che sono i sentimenti eterni: l'odio generoso e l'amore come costruttiva speranza. Nessun abisso; nessuna profondità; ma la media più emozionante e più rasserenante.
Che il dramma storico lo attraesse anche nel cinema, e particolarmente nel cinema, era fatale. Il dramma storico è l’atmosfera stessa del grande patetico e dell’emozione: è, si direbbe, l'emozione allo stato gasoso. Ma che il Forzano qui, come sommuovitore di masse a scopo filmistico, abbia rivelata una sapienza più fine e più spettacolosa che quella d’un Guazzoni o d'un De Mille, io non direi. Nei suoi film storici sono ancora, più o meno, le masse della Scala, senza alcuna nuova dynamis filmistica: senza le prospettive magnificanti d’un Gance, senza l'intuito poetico d'un Lang. ln altri termini, anche nel cinema forzanesco, siamo ancora al vecchio culto scenografico della «massa per la massa», al quello che, in una Traviata della Scala, proporzionando la folla degli invitati alla vastità e alla dignità del boccascena, trasformava il pranzo di Violetta in un banchetto elettorale.
Il film storico e spettacoloso è stato, in sostanza, il più rovinoso equivoco di Giovacchino. Anche nei drammi filmistici, la vera forza di Giovacchino deriva dalla foga del cantabile, dalla veemenza emotiva e subitanea degli «a solo», dalla persuasività dilagante di qualche sentimento nobile quanto elementare. Ho sempre avuto il sospetto che il fondo vero di quest'uomo di teatro sia non il dramma spettacoloso, per cui egli non è che un Sardou in diciottesimo, ma il mimo arguto ed idilliaco, di cui avrebbe potuto essere un ravvivante e popolare maestro. In età della nostra meno convulse, e meno ansiose di dramma, Giovacchino sarebbe forse fiorito come commediografo limpido e a fior di terra, e non avrebbe mai pensato a mescolarsi con figure di shakespeariana levatura, che – lui personalmente -non lo riguardano né punto né poco. 
Non ci doliamo tanto del falso truce ch'egli ci ha dato, quanto ci doliamo dello schietto, del mattinale, del festante, ch'egli avrebbe potuto darci e, per la pressura dei tempi, non ci ha dato. Quel che di veramente grandioso egli ci dava, non era- farina del suo sacco, ma in fondo al suo sacco è pure un dono del mattino, un che di terso e di trillante, tra il grillo e il passero, una felicità canora appartiene a lui solo e che vorremmo ancora sentire.
Troppo superficialmente il critico Adriano Tilgher chiamava «giovacchinate» le cose teatrali di Giovacchino. Noi riconosciamo volentieri che, in fondo alla facilità con cui Giovacchino giovacchineggia, è qualcosa che somiglia alla felicità in quanto questa è voce terriera di gjrillo, di rana, dì passero. Non tutto è usignolo o allodola nella sinfonia dello spirito: non tutto, è lirica solitudine. Il passero è il cordiale baritono della natura, che potrebbe dire qualcosa di buono a tutte le ore, a patto, s’intende, di non impreziosire come un canario e di non volar alto come l’aquila.
Nei film storici del nostro Giovacchino il passero s’affanna troppo e non ha quasi mai la sua schietta voce. Di tanto tramenio, di tanto fracasso, non una nota che sia rimasta. La vena sommessa del cantore, la vena della tenerezza giocosa, è infinitamente più schietta. Ah, se il nostro Giovacchino fosse stato sempre all'altezza umile e giuliva d'un baritono rossiniano, forte nel Guglielmo Tell come nel Barbiere di Siviglia! Per questa felicità versatile, per questa popolaresca, limpidità, il nostro uomo era forse nato. Il cinema lo ha obbligato troppo a sforzar la nota, e, nello stesso tempo, a darsi un contegno; a limitarsi per un lato, a strafare per l’altro; a raffazzonare, a camuffare, a rimediare, a rimpasticciare per ogni verso. Lo rimproveravamo d'aver le mani buche del prodigo; ed il cinema quale gliel’avevano congegnato, ne faceva un crivello, una graticola, un bucataio, qualcosa che deve affannarsi da mattina a sera e da sera a mattina, per non istringer mai nulla o non conchiuder che a grandissimo stento.
Il cinema ha proprio minacciato d'inaridire questo cantore istintivo, dall’inesauribile vena. Serate dolci della bella stagione piene di raganelle vicine, e blandie dagli echi di qualche serenata lontana, ecco un tragico regista che, solo in mezzo al suo gramo castello di celluloide, si trambascia pensando a Tredici uomini e un cannone, il nuovo film dopo gli strepitosi storici Villafranca, Campo di Maggio, Fiordalisi d'oro.
Un cannone! Ecco il nuovo tremendo baritono cui bisogna pensare.
II cannone? Ma è proprio un baritono, o non è piuttosto, come pensava il poeta Ragazzoni, un tenore
scoppiante, un tenore petardiero? Da piccoli, abbiamo tanto sentito parlare d'un tenore Tamagno la cui voce, tutti dicevano, «tuonava come il cannone». Maturatosi con quest'idea, il poeta Ragazzoni aveva creduto, un giorno, di poter finalmente invertire le parti. Ricordo il sorprendente, melodrammatico effetto che faceva il verso ragazzoniano:

Il cannone, Tamagno delle battaglie...

Ma io vorrei tornare ad invertire le parti e, restituendo l'immagine alla primitiva grandiosa semplicità, son tentato a chiedermi oggi: non è stato, non è Giovacchino Forzano il cannone dei baritoni? Non è la voce naturalmente grave e paterna, che, al cinema, ha dovuto d'un tratto scoppiare, tonitruare, rimbombare, fragoreggiare, rotolar d'eco in eco e, dilagando per le ultime convalli, affievolirsi lenta nello stupor della vallata?
Nell'inane stupor del nostro cinema, Giovacchino Forzano è passato cosi, come la più roboante cannonata.
Ci ha lasciati con una nostalgia infinita del mezzitoni, delle inflessionì
carezzose, delle paterne dolcezze ammonitrici, delle prospettive verdi di rimpianto e d'idillio, per cui soltanto la voce baritonale pare nata. Maneggioni assassini del cinema, siete voi che di questo facile e felice cantore avete fatto il gigione tonitruante che, per la vallata grigia del film, deve passare come la metaforica cannonata del Barbiere di Siviglia, non lasciando che vuoto e rimpianti dietro di sé:

alla fin trabocca e scoppia,
si propaga, si raddoppia,
e produce un'esplosione,
come colpo di cannone,
come colpo di cannone!

Le sue commedie più riposate e più serene dovevano portarle altri al cinematografo. A lui, dopo qualche alloro iniziale e dopo. tanto chiasso e tanto mondano rumore, il cinema non riservava più che noie e triboli senza fine.
Ma non è detta l'ultima parola. Non è detto che Giovacchino Forzano debba cantare già, col Filippo II del Don Carlos:
Dormirò solo nel manto mio regale.

Vogliamo sentirlo finalmente in una serenata lieve, in un film tiepido e chiaro come una mattinata d’aprile, in qualcosa che blandisca l’anima, come la serenata mozartiana di Don Giovanni:

Deh, vieni alla finestra, o mio tesoro ...

Il nostro cinema ha già anche troppi gigioni lugubri. Quello di cui c’è tanto bisogno è il leggero, l'aereo, il carezzante. Ci faccia sentire, il nostro Giovacchino, qualcosa del più trillante repertorio, qualcosa che odori ad un tempo di campo e di nobile festa. Avanti! Non si faccia più pregare...
Non insistiamo, per non aver l’aria degli onesti borghesi che intendono farsi pagare dal celebre concertista il grazioso invito fattogli ed il buon pranzo datogli. Un grande pianista, credo fosse Listz, in circostanze sìmili, data una manata sulla tastiera, voltava le spalle dicendo: «tenete: per il vostro pranzo».
Eugenio Giovannetti
Opere di Giovacchino Forzano: Camicia Nera, Villafranca (1933) -- Campo di Maggio, Maestro Landi (1934) – Fiordalisi d’oro, Colpo vento, Tredici uomini e un cannone (1936) – Sei bambine e il Perseo (1939-40) - Il re d’Inghilterra non paga (1940-41). 


film SETTIMANALE DI CINEMATOGRAFO TEATRO E RADIO ANNO V - N. 6  7 FEBBRAIO 1942 XX
La testata si riferisce al film Rossini diretto da Mario Bonnard e interpretato da Nino Besozzi, Armando Falconi, Camillo Pilotto, Paola Barbara (Produzione Nettunia Film)

giovedì 14 novembre 2019

mercoledì 13 novembre 2019

Emilio "el Indio" Fernández - & Gabriel Figueroa

Il cinema di Fernandez si ispira appunto alla particolare suggestione del paesaggio messicano e si avvale d’un repertorio caratteristico di colore indigene. Diceva recentemente Figueroa ad amici romani - e il suo discorso vale sicuramente anche per Fernandez - che egli non potrebbe lavorare fuori del Messico, in un paese che non è il suo, in mezzo ad una realtà che gli è estranea. E il fondamento della sua collaborazione con Fernandez - diceva ancora Figueroa - è appunto nello stesso modo che entrambi hanno di sentire il Messico.
Nella sua scoperta del paesaggio messicano Fernandez ha tratto proficue indicazioni dalle esperienze compiute da artisti messicani contemporanei attivi in altri generi, particolarmente dai pittori. Figueroa ha
dichiarato ad André Camp (1):  “Il nostro cinema è essenzialmente pittorico. La scuola messicana di pittura, è la prima del mondo. Diego Rivera, Clemente Orozco, David Alfaro Siquieros sono i maggiori pittori della loro generazione. Essi hanno creato uno stile che esprime perfettamente l'anima e le aspirazioni del paese. Per noi, la via era già tracciata: non avevamo che da tradurre in immagini ciò che essi sviluppavano in quadri e affreschi”. I pittori messicani, raccolti attorno al dottor Atl nell'Accademia di S. Carlos, fin dall’inizio del secolo si ispirarono infatti, non senza intenzione polemica verso la cultura pittorica europea, alla tradizione indigena.
Nella pittura del suo paese Fernandez trovò appunto, già catalogato, tutto quel materiale illustrativo che egli andava cercando. Molti spunti dei suoi soggetti erano già stati individuati dall’iconografia della pittura messicana contemporanea. Il motivo di Enamorada, ci rinvia, per esempio, ad un quadro di Orozco “Le donne dei soldati”, dipinto verso il 1928 e Maria Candelaria fa subito pensare alle venditrici di fiori, così frequenti nei quadri di Rivera.
Sappiamo inoltre che Fernandez e Figueroa intrattengono stretti rapporti con i pittori messicani. Fernandez è amico intimo di Diego Rivera, che egli venera come un maestro e cui sottopone, in visione privata, i suoi film appena ultimati. Sappiamo anche che talvolta Figueroa studia preventivamente assieme a Rivera il disegno delle sue inquadrature. Alcune inquadrature di Maclovia sono state integralmente dettate da Rivera. Rio Escondido, nella versione originale, si apre con la visione degli affreschi di Rivera nel palazzo del governo di Città del Messico (la sequenza è stata tolta, naturalmente, nella versione nostrana, intitolata Il mostro di Rio Escondido, dal distributore italiano).
Va tuttavia rilevato che nonostante questi palesi accostamenti, diciamo così, di genere, il cinema di Fernandez si distingue dalla pittura messicana per un diverso stile figurativo. Mentre infatti la pittura nonostante il suo assunto illustrativo, risente qua e là di stimoli espressionistici, le immagini di Fernandez e di Figueroa non escono da un romanticismo naturalistico. (continua)
 (1André Camp: “Aperçus sur le cinéma mexicain” in «La revue du cinéma, n. 5, luglio 1948. 
Franco Venturini in BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 -  APRILE 1951


Nella foto il cinematographer Gabriel Figueroa con Emilio Fernandez sul set di Duelo en las montañas, 1950

martedì 12 novembre 2019

Guys & Phones




I don't know what it is with you guys and your generation.
"You guys"?
Jesus. Don't you guys live life for something outside the goddamn phone?

Non so cosa abbiate, voialtri della vostra generazione.
''Voialtri''?
Cristo, non ce l'avete una vita al di là di quel cavolo di telefono?
Clint Eastwood, The Mule, 2018

lunedì 11 novembre 2019

Un leone a Culver City - L'industria



Il complesso industriale della M.G.M. risiede in una località che dista una decina di miglia da Hollywood: "Culver City", una città vera e propria, il cui nome deriva da quello di Harry Culver, un proprietario che nel lontano 1915, allo scopo di attrarre nella zona - allora poco frequentata - la gente del cinema, ebbe la furberia di offrire gratuitamente nientemeno che a Thomas H. Ince, uno dei maggiori pionieri del cinema americano, un vasto appezzamento di terreno. Ince, che proprio in quel momento stava per fondare una nuova casa di produzione ed aveva bisogno di uno studio più vasto di quello di Santa Monica (che era
oltre tutto troppo distante da Los Angeles, sua residenza abituale), accettò la proposta e dopo aver costruito quattro teatri di posa, inaugurò nel marzo del 1915 la produzione della cosiddetta "Triangle " (nome derivato dalla forma del terreno occupato) con il film Civilization. Lavoravano in quel tempo per Ince alcuni attori già popolari: William S. Hart, Dorothy Dalton, Lew Cody, Billie Burke, Leo Carillo e Jean Hersholt. Al fallimento della "Triangle", gli studios vennero occupati nell'estate del 1918 da un produttore di New York, Samuel Goldwyn, il quale dopo quattro anni di fortunata attività, seguendo l'indirizzo generale
della produzione, volle tentare l'esperimento del grande film di prestigio, un film "colossale" sulla scia dei mastodontici spettacoli italiani di Guazzoni e Pastrone, già ripresi da Griffith e poi da De Mille: la riduzione cinematografica cioè del romanzo di Lew Wallace, Ben Hur, che tanti guai aveva già procurato alla "Kalem" quando nel 1907 ne aveva effettuato una versione in una sola bobina e in sedici quadri senza preoccuparsi di acquistarne i diritti. Goldwyn si accinse all'impresa con grande impegno: accaparratosi i diritti di riduzione del testo nel 1922, inviò in Italia due registi, Charles Brabin e Christy Cabanne, la scenarista e incaricata della supervisione June Mathis, e un atletico attore già affermatosi in vari film, che avrebbe sostenuto ù ruolo del protagonista, George Walsh. Ma i mezzi dei produttore non risultarono sufficienti, e l'impegnativa produzione venne interrotta, con una perdita di oltre un milione di dollari. E' a questo punto che intervengono i nomi di Marcus Loew e di Louis B. Mayer, cui faceva capo una ditta costituitasi da qualche tempo, la "Metro Picture Corporation", i quali avevano appunto intenzione di acquistare gli studios di Culver City. (continua)
Fausto Montesanti

CINEMA QUINDICINALE DI DIVULGAZIONE CINEMATOGRAFICA ANNO VII - 1954 10 NOVEMBRE 

Nella foto gli studios come si presentavano nella prima metà degli anni '50.

domenica 10 novembre 2019

The Man, Zach Mooneyham & Mick Jones


Zach Mooneyham as Mick Jones

You want me to teach you something?
All right, here's a useful lesson for you.
Give up. Just quit.
Because in this life, you can't win.
Yeah, you can try, but in the end you're just gonna lose, big time, because the world is run by The Man.
-Who?
-The Man.
Oh, you don't know The Man?
Well, he's everywhere.
In the White House, down the hall. Miss Mullins, she's The Man. And The Man ruined the ozone,
and he's burning down the Amazon, and he kidnapped Shamu and put her in a chlorine tank.
There used to be a way to stick it to The Man. It was called rock 'n' roll.
But guess what. Oh, no.
The Man ruined that, too, with a little thing called MTV!
So don't waste your time trying to make anything cool or pure or awesome.
The Man's just gonna call you a fat, washed-up loser and crush your soul.
So do yourselves a favour and just give up!

Volete che vi insegni qualcosa?
Va bene, ecco una lezione utile.
Rinunciate. Arrendetevi e basta.
Perché in questa vita, non potete vincere.
Sì, potete provarci, ma alla fine, perderete di brutto, perché il mondo è dominato dall'Uomo.
- Chi?
- L'Uomo.
Oh, non conoscete l'Uomo?
Beh, è ovunque.
Alla Casa Bianca, alla fine del corridoio. La signorina Mullins è l'Uomo.
E l'Uomo ha rovinato l'ozono, sta bruciando l'Amazzonia, e ha rapito Shamu e l'ha messa in una vasca di cloro.
C'era un modo per farla vedere all'Uomo.
Si chiamava rock 'n' roll.
Ma sapete una cosa? Oh, no.
L'Uomo ha rovinato anche quello con una cosa chiamata MTV
Quindi non perdete tempo cercando di fare qualcosa di forte o di puro o di pazzesco.
L'Uomo vi chiamerà grassi falliti e finiti e vi spezzerà l'anima.
Quindi fatevi un favore e rinunciateci!
Richard Linklater, School of Rock, 2003


giovedì 7 novembre 2019

Irasema zero in condotta




Irasema Dilian (1924 - 1996), Maddalena zero in condotta, Vittorio De Sica, 1940

mercoledì 6 novembre 2019

The Evolution of the Western Movie from 1899 to 1954 - the end




Infine, un'altra iniziativa partita dalla stessa Hollywood ha contribuito all'eliminazione del western B. Circa un dieci anni fa i film western si potevano dividere in due categorie: quelli grandiosi ed epici, e quelli d'ordinaria amministrazione, modesti, a buon mercato, senza categorie intermedie. Oggi invece, siccome il genere western piace sempre, si è creato a Hollywood, un qualcosa di mezzo tra il grande e il piccolo western, e precisamente "il nuovo westen B" che permette uno spettacolo d'ottanta minuti, è in technicolor ed è interpretato da attori come Sterling Hayden, Audie Murphy e Randolph Scott. Questi film costituiscono uno spettacolo completo e hanno subito avuto una larghissima diffusione, e non si può quindi dare tutti i torti al distributore se, dovendo scegliere tra un filmetto del genere di quelli che si possono vedere alla televisione, e un altro invece che, con pochi dollari di differenza, garantisce un buon colore, un eccellente interpretazione e la durata di proiezione di un film normale, preferisce i nuovi western B.
La fine dei western B era quindi questione di poco tempo ancora. Anche la Republic che si era specializzata nei western musicali, conservò soltanto la serie del cow boy-cantante Rex Allen. Gli Allied Artists, già Monogram, furono l'unica società cinematografica rimasta ancora sulla breccia. Ma il totale di cinque westen per il 1954, se paragonato ai 145 per anno di non molto tempo prima, è la dimostrazione più evidente della crisi, anche se gli Allied Artists fecero tutto il possibile per ridare ai western di seconda categoria la fama e il successo di una volta. Bitter Creek, The Forty Nine's e The Despeado sono piccoli westen ma ben fatti nella linea della vecchia tradizione di Bill Hart e di Tom Ince, con una trama non banale e un interesse mantenuto vivo sino alla fine. Però, con l'assunzione di John Huston, William Wyler e Billy Wilder, non soltanto come registi ma anche in veste di consiglieri e, sotto sotto, di direttori di produzione, si può star certi che i western B anche presso gli Allied Artists, abbiano i giorni contati.
Ciò non vuol dire che i western B siano scomparsi per sempre e nel modo più assoluto: se ne vedrà, ogni tanto, qualche apparizione. Per esempio, ci sono, produttori indipendenti come Edward Finney, Jack Schwarts, Alex Gordon e John Carpenter, i quali contro ogni previsione hanno avuto recentemente un buon successo con Buffalo Bm in Tomahawk Territory e con The Lawless. Ma sono casi isolati, che non hanno importanza per la speranza di ripresa dei western B.
Per contro, anche le ultime notizie confermano che la Universal, la Columbia e gli Allied Artists in modo particolare, e le altre case cinematografiche con minore ma sempre notevole impegno, stanno preparando il lancio su vasta scala dei "nuovi western B", quelli cioè che non sono e non vogliono essere colossi né propriamente storici, e che in sostanza conservano le caratteristiche del western minore, con l'aggiunta però di una durata superiore di proiezione, di una tecnica più raffinata e puntualizzata nel colore, e di un'accurata scelta di interpreti, tanto da avvicinarsi piuttosto al western della categoria A. Si vede che Hollywood ha saputo trarre qualche profitto, quel poco che c'era da imparare, dalle edizioni più economiche e popolari dei western. Uno degli ultimi grandi della Universal, Saskatchewan, ricorda molto quelli d'una volta. Nonostante gli interpreti (Alan Ladd, Shelly Winters), il regista Raoul Walsh, che ai suoi tempi diresse film passati alla storia del cinema ormai, come The Big Trail e The Dark Command e l'appropriato commento musicale, può tuttavia fare una certa impressione solo superficialmente. L'illusione di grandezza è data dalla suggestività dell'ambiente e del colore, e da un illimitato numero di comparse. Ma a bene considerare, la scena madre, il pezzo forte, mancano. Anche le scene che dovrebbero riuscire più emozionanti sono state riprese da lontano, in campi lunghi, con la macchina ferma. Infine, in tutto il film, c'è soltanto una scena che si svolge in interni. Quando Alan Ladd entra sotto la tenda, la macchina da presa rimane fuori; quando Shelly Winters si ritira nella sua stanza, la macchina da presa si limita a inquadrare dall'esterno la finestra, e basta. I vecchi maestri del westen, Sam Newfield, Leslie Selander, Lambert Hillyer e altri ancora, hanno pur insegnato qualcosa, in fatto d'economia, con i loro poveri western, a buon mercato.
Perciò, se è vero che i western della categoria superiore hanno talmente influito sui minori, da schiacciarne la produzione, è anche vero che i piccoli, i poveri western non sono passati sullo schermo senza lasciare una traccia, un loro ricordo, che è appunto quella sensazione di freschezza immediata, di vivacità, di vita insomma, che, se ottenuta anche nei nuovi western, potrà continuare, sia pure con ben altre pretese, la tradizione in certo modo gloriosa, lo spirito, delle umili e ingenue leggende, ormai, dei cavalieri spericolati, irruenti al grido, ch'era già tutto un programma, di "arrivano i nostri!".
WILLIAM K. EVERSON
CINEMA quindicinale di divulgazione cinematografica Volume XII Terza serie  Anno VII 1954 10-25 Dicembre
In apertura: George O'Brien e Marguerite Churchill nel film di Hamilton MacFadden L'amazzone mascherata (Riders of the Purple Sage). Sotto: Irene Dunne e Richard Dix in Cimarron (I pionieri), 1931.

martedì 5 novembre 2019

Gelecek Uzun Sürer




Forse la vita è la strada che una donna... percorre con un cesto nella mano...
forse la vita è la corda che un uomo mette sul ramo per darsi la morte
forse la vita è un bimbo che torna a casa da scuola.
Forugh Farrokhzad (1935-1967)

Özcan Alper, Gelecek Uzun Sürer (Future Last Forever, Il futuro è per eterno), 2011


lunedì 4 novembre 2019

Emilio "el Indio" Fernández




Motivi di critica sull’opera di Emilio Fernandez

Nell'ambito del cinema messicano, per lo più legato agli schemi e metodi di Hollywood, l'opera di Emilio Fernandez  rappresenta finora un fenomeno isolato e, in un certo senso, di avanguardia. I suoi film riscuotono nel Messico uno scarsissimo successo di cassetta (André Camp ci informa (1) che La perla ha tenuto più a lungo il cartellone a New York che a Città del Messico).
In sostanza l’opera di Fernandez è un fenomeno di cultura che traspone nel cinema i motivi di una ricerca spirituale che impronta oggi tutto il panorama dell’arte e della cultura messicane, Questa ricerca, che si presenta con caratteri tipicamente nazionali, tende a individuare nella storia millenaria del Messico gli elementi personificatori di una tradizione spirituale e di una sensibilità espressiva. L'arte messicana di oggi trae ispirazione dalla terra e dal popolo del Messico, riallacciandosi deliberatamente alle antiche e primitive manifestazioni indigene precolombiane (aggiornate però, sia pure polemicamente, ai risultati della cultura moderna).
Emilio Fernandez, di razza india, è nato a Hondo, stato di Coahuila, confederazione del Messico, il 26 marzo 1904. Frequentò l’accademia militare e seguì la carriera delle armi come ufficiale d'artiglieria. Come tale combatté nella rivoluzione.
Dimessosi dall'esercito fu attore di teatro e di cinema (come i suoi quattro fratelli: Fernando - che è uno dei più noti cantanti messicani, Augustin, Rogelio e Jaime). Come attore lavorò per qualche tempo anche a Hollywood dove conobbe John Ford che l’incoraggiò alla regia. Fernandez ha conservato per Ford – che egli considera suo maestro - una sincera e profonda amicizia.
Diresse il suo primo film nel 1941. Ecco, in ordine progressivo, l'elenco completo dei films da lui diretti: Isla de la passión, Soy puro Mexicano, Flor silvestre, Las abandonàdas, Maria Candelaria, Bugambília, La perla, Pepita Jiménez, Enamorada (versione messicana), Salon Mexico, Maclovia, Río Escondido, Pueblerina, La malquerida, Enamorada (versione inglese con Paulette Goddard), Un dia dè vida, Victímes del pecado.
Tranne i primi due films in tutti gli altri ebbe come operatore Gabriel Fígueroa. Da Maclovía in poi Colomba Dominguez, sua moglie, ha partecipato a tutti i suoi films. Fernandez preferisce lavorare con collaboratori fissi che garantiscano l’affiatamento della troupe. Segue un metodo di lavoro piuttosto estemporaneo e gira senza una sceneggiatura rigorosamente stabilita. Politicamente Femandez e Figueroa sono a sinistra.
Devo queste ed altre notizie contenute in questo studio alla cortesia di Ruth Rivera e di Jaime Fernandez. (continua)
(1) André Camp: “Aperçus sur le cinéma mexicain” in «La revue du cinéma, n. 5, luglio 1948.

Franco Venturini in BIANCO E NERO ANNO XII – N. 4 -  APRILE 1951


Nella foto: Emilio Fernandez e Rodolfo Acosta sul set di Vittime del peccato (1950)

domenica 3 novembre 2019

Waking is Life




Dream is destiny
Il sogno è destino
Richard Linklater, Walking Life, 2001

giovedì 31 ottobre 2019

Олександр Довженко


“Non siamo troppo pudichi per i movimenti delicati dell'animo, le attenzioni e l’intesa amorosa, i baci. L'amore è saggio e perspicace”, dice il proverbio; innalza l’uomo, lo abbellisce, lo ispira, lo rende felice. E se viene contrariato porta con sé profonde sofferenze morali che esisteranno finché l'uomo vivrà sulla terra”.

“Non sono uno di coloro che preparano tutta una sceneggiatura disegnandola inquadratura per inquadratura. Sono pittore d'origine, e il posto della gente nello spazio non rappresenta in realtà per me una difficoltà che mi obblighi a comporre così in anticipo le mie immagini. Sposto la mia macchina da presa, la sistemo in un punto determinato. L'armonia di certe immagini si spiega forse perché così ci si integra alla terra”.

Alexander Dovzhenko : Poet As Filmmaker: Selected Writings