giovedì 4 maggio 2017

Il Technicolor di Natalie Kalmus si addice a Gene Tierney










Femmina Folle (Leave her to Heaven), 1945


mercoledì 3 maggio 2017

Post Tenebras Music




Di questo film, e di tutta la filmografia,  di un celebratissimo regista, vanno salvati il formato in 4:3 e questa disprezzata cover, It's A Dream, di Neil Young per voce di Nathalia Acevedo, per altro alla maniera di Patti Smith.

In the morning when I wake up and listen to the sound
Of the birds outside on the roof
I try to ignore what the paper says
And I try not to read all the news
And I'll hold you if you had a bad dream
And I hope it never comes true
'Cause you and I been through so many things together
And the sun starts climbing the roof

It's a dream
Only a dream
And it's fading now
Fading away
It's only a dream
Just a memory without anywhere to stay

The Red River stills flows through my home town
Rollin' and tumblin' on its way
Swirling around the old bridge pylons
Where a boy fishes the morning away
His bicycle leans on an oak tree
While the cars rumble over his head
An aeroplane leaves a trail in an empty blue sky
And the young birds call out to be fed

It's a dream
Only a dream
And it's fading now
Fading away
It's only a dream
Just a memory without anywhere to stay

An old man walks along on the sidewalk
Sunglasses and an old Stetson hat
The four winds blow the back of his overcoat away
As he stops with the policeman to chat
And a train rolls out of the station
That was really somethin' in its day
Picking up speed on the straight prairie rails
As it carries the passengers away

It's gone
Only a dream
And it's fading now
Fading away
Only a dream
Just a memory without anywhere to stay

It's a dream
Only a dream
And it's fading now
Fading away
It's only a dream
Just a memory without anywhere to stay

It's a dream
Only a dream
And it's fading now
Fading away

martedì 2 maggio 2017

Umberto Domenico Ferrari

Umberto D.
Se dovessi raccontare la genesi della storia di « Umberto D. ›› dovrei risalire al 1948. La prima idea fu quella di un povero vecchio che aveva sì un cane, ma sopratutto una figlia, per amore della quale pensava persino al delitto. Poi la figlia scomparve, restarono il vecchio e il cane e venne alla luce la padrona di casa.
Se la memoria non m'inganna, la figura della padrona di casa trovò il suo spunto in un fatto che commosso che commosse tutta l’Italia; per non incorrere  in querele, dirò soltanto che si trattò di una padrona di casa così spietata da costringere al suicidio il suo inquilino. Ancora dalla vita, ho preso il motivo per la giovane donna di servizio: quando da Milano mi trasferii a Roma nel 1940 abitai una camera d’affitto e conobbi questa donna di servizio che telefonava di notte alle caserme di Roma intrecciando rapporti con carabinieri, genieri, cavalleggeri, e che so io. Era buona, candida e leggermente stupida.
Chi volesse sapere la ragione del titolo, eccola qui.
Il titolo nacque senza ragione. Era un titolo, e mi piaceva moltissimo, poi cercai di giustificarlo: il mio personaggio chiamava Umberto Domenico Ferrari, ma per modestia si accontentava di firmare Umberto D. Ferrari.
Ora sapete anche i segreti. Vedrete come l’arte di Vittorio De Sica, che mostra qui più che
mai le sue radici umane, abbia dato a questi personaggi il sigillo di una verità che supera di gran lunga la cronaca.
Cesare Zavattini
IL NOTIZIARIO DI MESSINA E DELLA CALABRIA, Domenica 23 dicembre 1951


giovedì 27 aprile 2017

Walker/Parker


Era un tipo massiccio e villoso, dalle spalle diritte e quadrate, le braccia troppo lunghe in un paio di maniche troppo corte. Indossava un vestito grigio stazzonato dal tempo e dalla trascuratezza ...
Richard Stark, The Hunter, 1962
John Boorman, Senza un attimo di tregua, 1967

mercoledì 26 aprile 2017

Gli dei sono dei, gli uomini sono uomini



Sia nella serenità
Che nella malattia
Nessuno
può essere valutato.
Io vi accederò
Per osservare
Le profondità del cuore.
Finché questo mondo, questi corpi,
questi paesi esisteranno,
in ogni angolo della terra,
in ogni regno,
consenti a questo figlio di Dio
di vedere e di non trascurare nulla.
Gli dei sono dei,
gli uomini sono uomini.
Chiunque egli sia
Io lo servirò.
Ti ringrazio.

Naomi Kawase, 2つ目の窓 Futatsume no mado - StillTheWater

domenica 23 aprile 2017

Ваш сын и брат

Vostro figlio e fratello

Vašm syn i bratz  che si ebbe anch'esso e ancora prima di uscire le stroncature di « Literaturnàja Gazeta ›› - prosegue e approfondisce alcuni motivi dell’Erlebnis di šukšin già presenti in Zivët takòj paren senza che vi intervenisse la preoccupazione di un giudizio morale, che qui, invece, è esplicita.

E' domenica. Le ragazze di un piccolo villaggio in Crimea sono a passeggio in riva al fiume Katun in disgelo. Le donne puliscono i tappeti, gli uomini fanno crocchio, bevono o brigano con ii piccoli lavori di casa.
Steipàn Voevodin torna a casa da lontano. In anticipo. Era atteso per l’autunno. E' stato in carcere perché ha menato pugni quando non era il  caso. Stepàn racconta a suo padre della vita del carcere: si stava bene, si mangiava a sufficienza, si vedevano due film alla settimana.
La sera nei corso dell’animato convivio per il suo ritorno, vecchi e giovani cantano assieme la gioia, l'amicizia e l'amore. Si balla. Nel pieno dell'allegria, però, si viene a sapere che Stepàn è scappato di prigione. Gli mancavano appena tra mesi per scontare la sua condanna. Ora gli toccheranno altri due anni
di carcere...
Suo fratello Maksìm, « il ragazzo che non da retta a nessuno ›, è operaio in un cantiere edile nei sobborghi della grande città. Riceve una lettera. Sua madre gli scrive di soffrire di radicolite. Ha sentito dire che il veleno di vipera fa miracoli. Gli chiede di trovarglielo nella grande città.
Maksim comincia la lunga caccia: nelle farmacie, nei laboratori, il veleno non c’è. Alla fine affronta risoluto il direttore della farmacia principale e ottiene quel che vuole, il Vipratox.
Ignati vive anch'egli in città. Fa il professore di educazione fisica e dirige una palestra. Ha sposato la bella šula. Dopo cinque anni decide di tornare a casa, a visitare i suoi. Porta con sé un monte di regali per tutti. Suo padre lo trova cambiato: « E' venuto per darsi delle arie: ha portato dei regali ». Tra i due comincia una sottile schermaglia che si accende ancora quando Vasilij, il fratello piú giovane, torna dal suo lavoro di carpentiere.
Vassia saluta con impaccio la sua bella cognata. l due fratelli vanno al fiume a bagnarsi. Il padre rimprovera a Ignatl di sprecare il suo vigore fisico in città e stimola invano Vassia a misurarsi col fratello piú vecchio. Agli occhi dei padre, Vassia rappresenta la fedeltà alla terra che l'ha nutrito.
Arriva una lettera. E' di Stepàn. « Carissimi genitori, sto bene e lavoro sodo. E' presto per dirlo, ma spero di tornare in autunno. Vi saluta. vostro figlio e fratello: Vaš syn I brat ››.

Il tema della ricerca dell’identità di un giovane che vive in campagna negli anni dei secondo dopoguerra moltiplicando le occasioni di comunicazione con la gente e le opportunità di conoscere le diversità del mondo che cambia intorno a lui, avvalendosi della mobilità nuova che vien ampliandosi anche fuori dai centri urbani (il camion per i lavori tra i kolchozy]  si amplifica e si precisa qui nel confronto tra vita di campagna e vita di città e nel riscontro degli esiti che hanno le vite di quattro fratelli che hanno fatto scelte esistenziali diverse: il piú giovane restando fedele alla terra  Vassia lavora col legname - i maggiori scegliendo la strada del|'inurbamento. -
« La campagna è uscita sulla strada, anzi sull’autostrada ›› dice šukšin [C. Benedetti, int. cit.]. Le distanze si sono talmente accorciate che ora i due mondi, prima impermeabili, si trovano in pieno processo di osmosi. Ma in questo processo è la campagna e la sua gente a non guadagnarci dal punto di vista etico ed esistenziale. Certo questa gente ha acquisito nuove tecnologie e la meccanizzazione del lavoro agricolo ha corretto la sua assillante fatica; in una parola i contadini sono decollati verso prospettive meno faticanti. Ma la gente che ha abbandonato la terra, cioè le sue radici, si trova ora a dover compiere una scelta ben piú "radicale", dopo quelle banali dei portamento e del comportamento convenzionato urbano.
Vaš syn i brat è  il primo severo discorso di šukšin sul che fare? di questa gente che ha ‘ tradito ‘ la campagna e si trova appena nella prima fase di confusa e malaccorta assuefazione alla città e nella città.
šukšin traspone anche questa volta dai suoi racconti - e lo fa di film in film con una padronanza espressiva piú composta e ilare - il grande motivo del confronto dialettico tra i due mondi. E lo personalizza nella vicenda plurima che coinvolge la vecchia casa di campagna presieduta e presidiata dal padre (e accanto gli sono, come ulteriori dimensioni di quel mondo di affetti, la madre, una sorellina sordomuta che sprizza joie de vivre, e il figlio “fedele”, il piú giovane, il piú flessibile al fascino del padre) e i tre fratelli piú anziani che hanno scelto la città, accettandola a livelli diversi di integrazione.
Il primo, Stepan, è quello che ne ha sofferto piú dolorosamente l'impatto: la rissa che gli ha meritato il carcere è segno della sua indisponibilità e insofferenza ad accettare tout court le regole altre della vita urbana. Stepàn è un onorato ribaldo che si fa i suoi mesi di prigione ma non resiste fino infondo alla nostalgia della sua casa e scappa, stupidamente, solo tre mesi prima che spiri la condanna. Accortamente šukšin ci rivela questo particolare in meclias res, quando ha già coinvolto il suo lettore nell'onda di simpatia schietta e spontanea con cui la sua gente, in una sequela di conviti, di canti, di brindisi e di danze festevoli, abbraccia Stepàn tornato a casa prima del previsto. La ‘stupidità’ che l'uomo della polizia gli rinfaccia le in fondo dello stesso spessore di quella che Paška ribatteva alla giornalista in ospedale. La gente di città (luogo dell'esprit de géométrie e manifesto della razionalizzazione) è gente accorta, sia fare i suoi calcoli, conosce
a memoria le leggi della convenienza. Ma ignora la nostalgia, perché non saprebbe neanche dove tornare. Stepan sí, in qualche modo ha tradito la terra madre, lo spirito autentico della Russia; e la vita gli ha imposto il suo - e qui torna - uno dei Leit-motiven di šukšin, quello della inevitabilità della pena dopo ogni errore -- contrappasso. Sta pagando, è disposto a pagare fino in fondo, persino - stupidamente -  di piú di quanto basterebbe. Infatti, quando gli manca l'aria, non può fare a meno di tornarsene a tirar il fiato nella casa del padre. «Dovevo riprendermi. Ora son pronto a farmi tutto il carcere che volete ››.
Dopo l’integrato “a forza", c'è un secondo livello di integrazione. E' quello di Maksìm che sente la città, nella quale ha scelto un suo lavoro “sicuro”, se non straniera e ostile, certamente fredda e indifferente. Non cerca l'inserimento perché ne avverte la differenza. Fa parte per se stesso esorcizzando così l`idea di esser
respinto. E quando è costretto, dalla malattia della madre e dalla necessità di trovarle quella medicina speciale che solo quel mondo custodisce, a confrontarsi con le insensibilità e le indolenze della città e della sua gretta parte burocratica, soffre ad una ad una le stazioni della sua estraneità. šukšin suggerisce qui esplicitamente l`idea che la società socialista può ignorare la solidarietà e la sollecitudine, sociale quanto e piú delle società borghesi.
E che, come e piú che nelle società borghesi, ciò che “sblocca” è poi la conoscenza influente, la raccomandazione di chi conta.
Ignati rappresenta il terzo e non superabile grado dell'integrazione. Della città ha accettato in pieno la logica e le sue conformità, a cominciare dal codice linguistico « neutro, senza sfumature, quasi da gazza ladra, da uccello che cinguetta velocemente ››. E' un pezzo d'uomo: i suoi muscoli che potevano fecondare la terra sono qui messi al servizio di uno dei miti compensativi nella debosciante civiltà dei confort, il culturismo. La sua casa, le sue abitudini, la moglie sbozzacchita e sussiegosa, costituiscono tutto un mondo
di « oggetti ›› acquisiti col suo lavoro, cosí insolito e quindi cosí ben remunerato. Se torna dal padre dopo tanto tempo non tè per nostalgia, come per Stepàn. E' per la curiosità di misurare la distanza che lo separa dalle sue origini, è per un inconfessato desiderio di ostentazione del suo acquisito decoro. I regali che reca con sé e con tanta profusione da infastidire il suo vecchio sono l'accertamento del proprio successo e l'indice di ciò che si può avere in città.
Significativamente il suo vecchio gli oppone, per un confronto fisico che non avrà luogo, l'intatta e incorrotta vigoria fisica - che è proiezione della sanità morale - del fratello piú giovane, Vassia. Il confronto dovrebbe essere la verifica della sua ammonizione a lgnati: « Dov'è che hai preso la tua forza? Qui. E qui la devi spendere ››. Ma proprio ora la “persuasione” del padre si spunta. Il no di Vassia a confrontare la sua forza con quella di Ignati è omologo, per energia ed autorità, alla eccitazione del padre che ama tutti i suoi figli e tutti critica (con partecipazione Stepàn, con sarcasmo Ignati, con indulgenza Vassia) ma senza debolezze perché cerca il loro bene, seguendo il sistema di valori che la terra gli ha respirato in faccia come ha fatto con altri prima di lui, da sempre, per millenni.
Il rifiuto di Vassia è - per usare un linguaggio sportivo – come il passaggio del testimone in una staffetta. Il padre ha finito il suo tratto di corso, ha accettato di *perdere* tre dei suoi figli che han seguito altre piste, e ora consegna il “bastoncino” a chi ha riconosciuto vigoroso e vitale, cioè capace di fare un tratto eguale al
suo, nella stessa corsia. La stanchezza del vecchio che reclina il capo sulla tavola della sua casa dopo aver parlato, scherzato, bevuto con i suoi figli in un costante confronto, «è la pace di chi ha avuto la felicità di riconoscere e cogliere il suo tempo per riposare. La felicità di chi ha trovato un alter ego in cui continuare e in cui ostinarsi a far vivere la propria cultura.
Bruno De Marchi, BIANCO E NERO, Anno XXXVII, luglio/agosto 1976





giovedì 20 aprile 2017

El Indio sullo Stretto



Notiziario di Messina, 6 e 7 maggio 1954


Emilio "el indio" Fernandez
1904 - 1986