sabato 9 maggio 2026

Yasuzō Masumura - Storia del cinema nipponico dal 1896 al 1954 - 3, la riforma: 帰山教正, Kaeriyama Norimasa

生の輝き Sei nokagayaki, 1918
 
深山の乙女 Miyama no otome, 1919

  Nel 1919 nacque la «Eiga-Gerjitsu-Kyokai» (Associazione per il Film d’Arte) con a capo Norimasa Kaeriyama*. Questo fatto rappresenta il primo passo verso la emancipazione del cinema dalla cieca subordinazione al teatro e verso il perfezionamento dell’arte cinematografica.

   Kaeriyama, che era un chimico, nutriva grande passione per il cinema e ne studiò attentamente la teoria e la tecnica. Quindi entrò nella casa cinematografica Tenkatsu e vi diresse due film rivoluzionari: Sei nokagayaki (Lo splendore della vita, 1918) e Miyama no otome (La ragazza sull’alta montagna, 1919).
  In questi film introdusse molte importanti riforme. Per la prima volta in Giappone si servì delle varie tecniche del montaggio come i primi piani, le dissolvenze ecc., che erano state usate dieci anni prima da Griffith, e prima ancora da altri, e mostrò chiaramente il vero carattere dell’arte cinematografica, essenzialmente diversa da quella teatrale.
  In secondo luogo, abolì due errate convenzioni del mondo cinematografico giapponese: gli «Oyama» e i «Benshi», che avevano fortemente impedito il normale sviluppo dell’arte cinematografica. Nel teatro Kabuki, «Oyama» era il termine per indicate l’attore che interpretava la parte di una donna. I governanti del vecchio Giappone feudale proibivano assolutamente alle donne di recitare in teatro, ritenendo il fatto offensivo per la pubblica morale. Sicché il Kabuki aveva scelto alcuni attori, giovani e belli, addestrandoli accuratamente per interpretare le parti femminili. Questi attori, dopo aver studiato con impegno le tecniche idonee ad esprimere la femminilità, alla fine erano riusciti ad interpretare le parti femminili con più eleganza, più delicatezza e più sensualità delle stesse donne. In tal modo la tecnica degli «Oyama» si era perfezionata al punto che persino la Shin-pa, che energicamente accusava il Kabuki di formalismo, conservò il sistema degli «Oyama» sulla scena e nei film. Ma questi Oyama potevano essere belli e sensuali soltanto quando recitavano con un trucco molto elaborato, con le luci di scena attenuate e davanti a spettatori che Ii vedevano da notevole distanza. Sullo schermo, specialmente nei primi piani, i volti degli Oyama non erano che grottesche imitazioni. Kaeriyama prese con sé per i suoi film come attrici delle ragazze e riuscì a creare l’espressione viva e naturale del sesso femminile.
  «Benshi» era il termine usato per indicate l’interprete che sta dietro lo schermo e racconta l’intreccio, legge il dialogo ed espone tutti i commenti di contorno sul film proiettato. Il tono di voce da adoperarsi nella narrativa era une delle arti tradizionali più sviluppate e perfezionate nel Giappone e trovò tutto un nuovo campo di applicazione nel film muto. Questi interpreti di film illustravano eloquentemente le vicende con frasi affascinanti e ben tornite e con la loro abile facondia facevano sì che più facilmente gli spettatori comprendessero i film, specialmente quelli stranieri. Finì cosi che la loro interpretazione divenne più interessante del film stesso e gli spettatori preferirono la pittoresca. declamazione di «Benshi» famosi ai buoni film. Il nome del «Benshi» appariva sempre in testa nei programmi dei teatri o nei manifesti che annunciavano la proiezione dei film. Come conseguenza di ciò, la bellezza intrinseca del film perdette ogni valore e ne venne definitivamente compromesso lo sviluppo di una vera arte cinematografica. Kaeryama, il quale propugnava ardentemente una cinematografia pura, respinse la partecipazione del «Benshi» ed inserì nei suoi film delle didascalie, a prezzo di lotte infinite e sfidando il biasimo degli interpreti che temevano di perdere la loro professione.
  Malgrado queste importanti innovazioni rivoluzionarie ed i suoi sforzi tenaci, i suoi film possedevano scarso valore artistico. Egli subiva tanto l’influenza delle pellicole occidentali che tutte le parti del suo lavoro - scene, montaggio, ambientazione - non erano altro che una imitazione di quelle e non possedevano nulla di originale o di spontaneo. In realtà egli era un teorico, non un creatore. Egli seppe indicar la vera via per raggiungere l’arte cinematografica, senza, riuscire a percorrerla. 
BIANCO e NERO ANNO XV - 1954, n. 11-12


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