mercoledì 19 novembre 2014

La caviglia di Amelia - super 8 - 1985 - di Francesco Calogero



La Coop. ENTR'ACTE  
con il patrocinio
della
REGIONE SICILIANA
Assessorato Beni Culturali e Ambientali
presenta
CINE VIDEO MEDIATECHE E TERRITORIO
LA CAVIGLIA DI AMELIA
un film di Francesco Calogero

interpretato  d a 
AMELIA ARAGONA   ROBERTO GIGANTE
DANIELE PASSARO  GISELLA ASMUND  FULVIO GEMELLI
FABIO DE ARCANGELIS  VIRNA VILLARI
alessio asmundo - francesco calogero - giuseppe d'amico - franco jannuzzi
giovanni calogero - silvana cappuccio - fulvio capria - cettina giacoppo
lino catinella - laura cappuccio - sergio chimenz - donatella de giorgi

26 e 27 dicembre 1985 
sala laudamo
orario spettacoli: 16,30 - 18,20 - 20,10 - 22,00 
* * * * se ne consiglia la visione dall'inizio * * * *



regia: FRANCESCO CALOGERO
soggetto e sceneggiatura: FRANCESCO CALOGERO (con la collaborazione di SERGIO CHIMENZ)
assistente alla regia: FRANCO JANNUZZI
fotografia: FRANCO G. CALOGERO e MARIO PEZZILLO
supervisione ai costumi: GISELLA ASMUNDO
montaggio: FRANCESCO CALOGERO e MARIO PEZZILLO
didascalie: LUIGI MITTIGA
segretaria di edizione: LAURA CAPPUCCIO
fotografo di scena: FULVIO CAPRIA
direttore del doppiaggio: FRANCO G. CALOGERO
(G. Asmundo è doppiata da ANNA DE LIBERTO e L. Catinella da GIOVANNI MACCHIA)
musiche: "Amelia" di Joni Mitchell eseguita dall'autrice (assolo di chitarra Pat Metheny) 
"Amelia" (trad. spagn.) eseguito da "La Tuna". 
brani d'opera tratti da: "Amelia al ballo" di Giancarlo Menotti 
"Il duca d'Alba" di Gaetano Donizetti
"Simon Boccanegra" di Giuseppe Verdi 
"Un ballo in maschera" di Giuseppe Verdi 
produzione: FRANCESCO CALOGERO e ROBERTO GIGANTE

super 8 - colore - 80 minuti anno edizione 1985

prima proiezione: 19 novembre 1985 alla Biennal di Barcelona (Spagna)





lunedì 17 novembre 2014

Troppo amore uccide

OGGI



 “ Una casa può essere troppo piena d’amore, c’è pericolo che esploda e travolga tutti. “
                                                                                                                                             Vance a Cathy

Chissà qual è stato il ruolo svolto dal Colonnello Tom Parker nell’introducing Elvis sullo schermo. Sicuramente i soldi. Ma questo non ci interessa dopo quasi sessanta anni dall’uscita di Fratelli rivali (Love me tender, 1956). Per noi conta la pellicola di Robert D. Webb con protagonisti Richard Egan, Debra Paget, il famigerato Neville Brand. Molti  hanno declassato il film  anche come western. Senza contare gli intermezzi canori, molto meglio il commento di Lionel Newman, la storia è quella dei fratelli Reno. I più grandi tornano dalla guerra civile con un bottino che scotta, tra di essi c’è Vance (il maggiore), sicuro di ritrovare Cathy e di sposarla. Il fato non è con lui: ritenuto morto assieme agli altri fratelli, la fidanzata, nel frattempo   accolta in casa, sposa il minore, Clint. Sorpresa per Vance, musone di Cathy. Gli yankee intanto scoprono gli autori del furto, mentre Clint pensa di scoprire un ritorno di fiamma tra moglie e fratello; metteteci lo zampino di Neville Brand e … Vance si riprende Cathy. Certo, raccontato così il film fa schifo. Da tutto noi siamo felici di estrarre e salvare  la parte figurativa. Robert D. Webb sarà un mestierante però dietro la macchina da presa ci sa fare con piani, carrelli, sparatorie,  cavalli, treni, cinemascope e se non ci fosse Clint ( che non è e non sarà mai Eastwood) in mezzo, la pellicola andrebbe veloce e  sicura verso il The End.

il colonnello Tom Parker e Elvis

qui sotto la più bella  cover di Love me tender fatta da Linda Ronstand




e qui il film

giovedì 13 novembre 2014

L'arrivèe d 'un train en gare a Messina




Kinetofotografo - Ieri sera si è inaugurato in via Pozzo Leone N. 39 il Kinetofotografo ed ha attirato un pubblico numeroso ed eletto.
Abbiamo ammirato l'entrata di un piroscafo in porto, " la piazza della Repubblica in Parigi, " i monelli che raccolgono monete sulla spiaggia a New York, la passeggiata velocipedistica ad Hyde Park a Londra, ma la fotografia che più di altre desta l'ammirazione del pubblico è " l'arrivo del treno ".
Il Kinetofotografo sarà visibile per soli pochi giorni.
Pubblicato sulla Gazzetta di Messina e delle Calabrie il 13 febbraio 1897

"Europa 51" un capolavoro maledetto




Cominciata con un capolavoro incompreso ( Umberto D ) l’annata termina con un altro capolavoro maledetto, Europa 51 di Roberto Rossellini. Come si era rimproverato a De Sica di aver fatto un melodramma sociale, così si è accusato Rossellini di cadere nell’ideologia politica confusa e stavolta piuttosto reazionaria. Significava ancora una volta ingannarsi sull’essenziale giudicare il soggetto astraendo dallo stile che gli conferisce il suo senso e la sua dignità estetica. Una giovane donna ricca, e frivola, perde l’unico figlio che ha tentato di suicidarsi una sera che sua madre, troppo preoccupata dalla mondanità, l’ha mandato a letto con disattenzione. Lo choc morale è così violento da sprofondare la giovane donna in una crisi di coscienza di cui cerca dapprima la soluzione nell’azione sociale seguendo i consigli di un cugino intellettuale comunista. Ma a poco a poco essa ha la sensazione che non si tratti ancora che di un piano intermedio che deve superare verso una mistica tutta personale della carità al di là delle categorie della politica e perfino della morale sociale e religiosa. Così è portata a curare fino alla morte una prostituta, poi ad aiutare a fuggire un giovane criminale. Quest’ultima iniziativa fa scandalo e lo stesso marito, che la capisce sempre ,meno, preferisce vederla rinchiusa in una “ casa di cura “ con la complicità di tutta la famiglia spaventata della sua demenza. Si fosse iscritta la partito comunista o fosse entrata in convento, la società borghese avrebbe avuto meno da ridire: Europa 51 è il mondo dei partiti e dei reclutamenti sociale sotto tutte le forme. Da questa’angolazione, è vero che la sceneggiatura di Rossellini non è priva di ingenuità, nonché di incoerenze, e comunque di pretese. E’ facile immaginare in particolare in quel che l’autore ha preso dalla biografia di Simone Weil senza ritrovarne peraltro la solidità di pensiero. Ma queste riserve non tengono davanti alla totalità del film che bisogna comprendere e giudicare sulla base della sua messa in scena. Che varrebbe, ridotto al suo assunto logico, L’idiota di Dostoevskij? Poiché Rossellini è un vero regista, la forma del film non è in lui l’ornamento della sceneggiatura, ne è la materia stessa. L’autore di Germania anno zero è personalmente e profondamente ossessionato dallo scandalo della morte dei bambini e più ancora del loro suicidio. E attorno a questa esperienza spirituale autentica che il film prende corpo; il tema della santità laica, tema eminentemente moderno, vi si sviluppa naturalmente; la sua organizzazione più o meno abile in sceneggiatura importa poco; ciò che conta è che ogni sequenza sia una sorta di meditazione, di canto cinematografico, per il tramite della messa in scena, su questi temi fondamentali. Non si tratta di mostrare ma di mostre. E come resistere alla sconvolgente presenza spirituale di Ingrid Bergman, e al di là dell’interprete, restare insensibili alla tensione di una messa in scena in cui l’universo sembra organizzarsi sulle stesse linee di forza spirituale fino a disegnarle in maniera altrettanto leggibile della limatura di ferro sul campo magnetico della calamita? Raramente la presenza dello spirituale negli esseri e nel mondo era stata espressa con una così abbagliante evidenza.
 E’ vero che il neorealismo di un Rossellini appare in questo caso ben diverso, se non contraddittorio, da quello di un De Sica. Ci sembra tuttavia corretto accostarli come i due poli di una stessa scuola estetica. Là dove De Sica fruga la realtà con curiosità sempre più tenera, Rossellini al contrario sembra spogliare sempre più, stilizzare con un rigore doloroso ma impietoso, insomma ritrovare il classicismo dell’espressione drammatica attraverso le regole e attraverso la scelta. Ma a guardare da vicino, deriva dalla medesima rivoluzione neorealista. Per Rossellini come per De Sica si tratta di ripudiare le categorie della recitazione e dell’espressione drammatica per costringere la realtà a dare il suo senso a partire dalle sue sole apparenze. Rossellini non fa mai recitare i suoi attori, non gli fa esprimere questo o quel sentimento, li costringe solo ad essere in una certa maniera di fronte alla macchina da presa. In una tale messa in scena, il posto rispettivo dei personaggi, la loro maniera di camminare, i loro spostamenti nell’ambiente, i loro gesti hanno molta più importanza dei sentimenti che si dipingono sul loro volto, oppure di ciò che dicono. De tresto, che “ sentimenti “ potrebbe mai “ esprimere “ Ingrid Bergman? Il suo dramma è ben al di là di ogni nomenclatura psicologica. Il suo volto non è che la traccia di una certa qualità di sofferenza.
Che una tale messa in scena richiami una stilizzazione il più evoluta possibile, Europa 51 lo prova con evidenza. Un  film del genere è il contrario stesso del realismo “ colto sul vivo”: l’equivalente di una scrittura austera e rigorosa spoglia a volte dell’ascesi. Giunto a questo punto il neorealismo ritrova l’astrazione classica e la sua generalità. Di qui questo apparente paradosso: la versione buona del film non è quella italiana doppiata ma la versione inglese in cui è stato conservato il massimo di voci originali: Al limite di questo realismo l’esattezza della realtà sociale esterna ridiventa indifferente. I bambini delle strade di Roma possono parlare inglese senza che noi pensiamo a questa verosimiglianza. La realtà per il tramite dello stile si riallaccia alle convenzioni dell’arte.


Il neorealismo e il post-neorealismo.
Il cinema italiano secondo André Bazin, op. cit.

lunedì 3 novembre 2014

Lardani oscurato

A un certo punto Iginio Gigi Lardani sparisce dai crediti dei film da lui titolati. Per non parlare di tutti i prossimamente approntati con un marchio inconfondibile per le elaborazioni sulle immagini e le sequenze dai lui tagliate e cucite con mano sicura.  Quindi risulta impossibile approntare una filmografia, forse neanche gli eredi ci riuscirebbero, per cui si va avanti per via di raffronti di immagini e registi con cui ha collaborato: Leone, Valerii, Lupo, Castellari ecc. ecc. come questo prossimamente approntato per l’edizione in inglese de Il mio nome è nessuno del 1973.


domenica 2 novembre 2014

Cinefotografo, passatempo istruttivo



Il cinefotografo in via Pozzo Leone - Siamo tornati a vedere questo geniale trattenimento e con piacere constatiamo che il tremolio delle immagini che nelle prime sere toglieva tanta parte d’illusione è evitato
sin dove ì mezzi attuali dell’arte consentono.
Le vedute sono di un' esistenza che non lascia niente a desiderare - sono sette tutte belle ma quelle
 che più entusiasmano il pubblico sono, l' arrivo del treno ferroviario, la gara velocipedistica a Hide Park , i monelli di New York. 
Il pubblico vi accorre numeroso , la sala è ben messa e nella sua semplicità, elegante.
In totale, per la tenue spesa di C.mi 50 si può esser più che soddisfatti tanto più che il passatempo `e anche istruttivo, perche dopo aver visto, mettiamo, la gare di i Hide Park si può dire ai aver visto Hide Park.


Pubblicato sulla Gazzetta di Messina e delle Calabrie il 15 febbraio 1897