mercoledì 23 dicembre 2015

Da Alberto De Martino a Quentin Tarantino


IL FILM DI NATALE

Se a suo tempo passò come una commediola con risvolti sociali, oggi La cuccagna (1962) di Luciano Salce si è trasformata come il ritratto di un’epoca: quella del successo economico e delle fiduciose speranze. Basato su un soggetto di Luciano Vincenzoni e Alberto Bevilacqua il film vuole essere ancor di più un reportage sulla condizione giovanile agli inizi degli anni sessanta. Di già, sempre Salce, con La voglia matta (1962), si era soffermato sul mondo dei rampolli frutto della borghesia; questa volta indugia sul ceto medio - basso, quello che vive nei grandi caseggiati sorti sulle macerie dell’ultima guerra mondiale. Il soggetto e il conseguente trattamento fanno sorgere gli accostamenti più disparati: la presenza di Vincenzoni non può che rimandare ad alcuni lavori di Pietro Germi realizzati in quel periodo; lo sguardo sui due protagonisti rimanda a Robert Bresson. A questo proposito siamo coscienti di essere in torto, ma che volete farci, è colpa del cinema, e a chi lo frequenta assiduamente è permesso di tutto e di più nei suoi confronti. E il web concede di andare oltre il Fofi o il Brunetta sulla scrivania.
Sconfinando...
Col senno di poi possiamo azzardare l’idea che alla base del suicidio di Luigi Tenco vi è questa sua unica, garbata, prova da attore. Ma quello che più ci sta a cuore, ed i rimandi costruiscono un  labirinto, sono le note o meglio le sonorizzazioni del Maestro, giovane e provocante. Ogni piccolo suono che esce dalla pista sonora de La cuccagna è un richiamo ai suoi lavori futuri, appresso ai registi che gli hanno consentito la presente celebrità, da Alberto De Martino a Quentin Tarantino. E ora sentiamo la mancanza di Nigel con cui ci si poteva sfidare a  riconoscere, in queste note, più titoli di film.

lunedì 21 dicembre 2015

A proposito di Jane

 



Silent film, Godard suggests, was materialist. Each actor had his own image. Only with the advent of the talkies did actors begin to "talk" alike. Silent film stars thought, “I am film, therefore I think." Stars of the talkies reversed the proposition: "I think that I am an actor, therefore I am filmed “

Il film muto , Godard docet , era materialista. Ogni attore aveva la sua propria immagine . Solo con l'avvento del sonoro gli attori hanno iniziano a " parlare ". Le stelle del cinema muto pensano: " Io sono il film, quindi io penso “. Le stelle del sonoro hanno invertito la proposizione: " Penso che io sono un attore , quindi sono filmato ".

James Monaco, The new wave, 2004

domenica 20 dicembre 2015

Doppio spettacolo in HD

OGGI

Film come A Suon di Lupara e Gente d’Onore, ambedue del 1967, venivano proiettati come supporto alla prima pellicola in programma nei cinema di penultima visione. Erano sale non per forza rionali, spesso avevano sede anche nel centro urbano come l’Orfeo in via Nino Bixio o l’ Astra in via Pasquale Calapso; sale rionali lo erano l’Orientale a Camaro, l’Astoria al villaggio Santo , il Cariddi al Faro. Tutte, tranne l'Orfeo,ora Capitol, sono HD: hard non high,discount non definition. Ciò non toglie che ad ascoltare le voci dei doppiatori, i suoni riprodotti artificialmente in studio, le musiche di Benedetto Ghiglia o Lallo Gori, si è riportati indietro nel tempo, in quelle sale appestate dal fumo di sigaretta, ammorbate dagli sputi per terra. Il fascio di luce che proveniva dalla cabina di proiezione andando a sbattere sullo schermo faceva estraniare il più schifiltoso tra i presenti nel locale. In quei tempi adolescenziali non si era esigenti in fatto di trama quanto dalle azioni e il film veniva giudicato bello o brutto in base alla sua scorrevolezza. Oggi … Il film di Luigi Petrini parte bene e si ingarbuglia nelle idiozie. Quello di Folco Lulli vorrebbe essere, ma non è, un Bud Boetticher d’annata.

giovedì 17 dicembre 2015

Nelle fauci del Cariddi


Cariddi, il cinema
Non mi risulta che nell’area metropolitana messinese sorgesse una sala cinematografica recante il nome Colapesce. Ma il Cariddi c’era, ed era proprio nel suo posto ideale, quello della leggenda. La leggenda divenne romanzo con i modi di Stefano D’Arrigo e Cariddi, con il cinema, nella sua terra.

Il dipinto riportato in alto fu commissionato al pittore calabrese Enotrio, si trova ne
La Fiera del Cinema, ottobre 1959 e fa riferimento al film La Battaglia di Maratona, dello stesso anno.

mercoledì 16 dicembre 2015

L'onore perduto di Samuel Fuller


Giornalista: I love the films of Samuel Fuller. You starred in Run of the Arrow [1956], for me one of his best.
Do you like Samuel Fuller? Seriously?
Rod Steiger: Yes, very much. 
C’est la vie! Samuel Fuller was a . . . He came to show me the script for the film. I didn’t know how to play that part, but the thing was I was absolutely sure I wanted to do it. It was something different. We worked together at his house on the role for three weeks — maybe a month. Then we went to shoot the picture, and we never talked again about it. The first day of shooting — in my first scene — I was concentrating and a little bit nervous but almost ready when I heard the sound of a gun. “Bang!” I thought: “What the hell was that?” Fuller — that idiot — was there with the gun in his hand. And that’s how he was trying to make my acting more intense! I said to him he obviously didn’t know a thing about acting. An actor should be concentrating before shooting. Doing such a thing, you would only get the actor frightened. He knew nothing about acting! I can hardly understand how he became so successful. For what? Just a couple of pictures. The Steel Helmet[1951]? He was no Eisenstein! Not even a Kazan, Lumet or Zinnemann. I do not understand why here in Europe everybody likes him . . . Some other day I went to his house and we talked about the picture we’d just finished shooting. I asked him if he had children. He answered with a plain “No!”, and then he told me that they all had died. A very human guy! Why do you like his films?

L'originale è qui:
http://brightlightsfilm.com/confessions-of-a-hollywood-tough-guy-an-interview-with-rod-steiger/#.VnGahNLhCt9

lunedì 14 dicembre 2015

Fabrizio del Dongo, Francesca Bertini e Alexander Nevski


Finché una domanda resta senza risposta, quando mistero, meraviglia e poesia si uniscono                                                             
 IL CINEMA E' SPETTACOLO

di PIETRO BIANCHI
Non c`ê frequentatore di Festival che, a un certo punto, frastornato dalle istanze sociali,annichilito dal problemismo, reso vago ed inerte dai tentativi delle “aree depresse” cinematografiche, non senta un grido dentro di sé. Quel grido non dice, come potrebbe sembrare a uno che non sia un appassionato di film, “ basta con il cinematografo! “ Suggerisce invece, più semplicemente. "e adesso ci vorrebbe un bel western".
Il lettore intelligente ha già capito che il qualificativo western potrebbe senza inconvenienti essere sostituito da un altro, che so, da "poliziesco", o "Avventuroso", o "nero". L’importante è una cosa sola: che lì, avanti a noi sullo schermo, si veda finalmente qualcosa che si muove, che interessa, che avvince, che ti lascia con il fiato sospeso. La "suspense" certo non l'hanno inventata gli Americani, e neppure mister Hitchcock, che del resto noi ammiriamo di tutto cuere avendogli dedicato un saggio molto prima dei giovani snob dei " Chaíers du cinéma ". Un segno,curioso, di questa necessità, dico della "suspense" nel cinematografo, può essere offerto da un episodio: Francois Truffaut, uno dei registi della "nouvelle vague" (i maligni la chiamano "la nouvelle blague") che tanto successo ha avuto all'ultimo Festival di Cannes, con il film psicologico " Les 400 coups ", ha fatto battezzare sua figlia Laura, in omaggio al celebre film poliziesco di Otto Preminger che ha appunto "Laura" come titolo e che era interpretato da Gene Tierney e Dana Andrews.
Né si dimentichi che almeno da principio il cinema piacque soltanto ai bambini, ai sodati in libera uscita e alle domestiche, e che sembrò agli intellettuali poco più che uno spettacolo da fiera. La sua facilità di accesso (pochi soldi d`ingresso, spettacolo continuato), il fatto che si svolgeva al buio, e che era privo di qualsiasi apparato mondano, (le "prime" in abito da sera verranno molto dopo...) aiutarono enormemente un tipo di spettacolo che era caratteristico della civiltà industriale. Quando noi eravamo ragazzi. il cinema era soprattutto spettacolo. Si ramificava in pochi canali: drammi mondani, polpettoni storici, film d’avventure comiche finali. In Italia si inventò da una parte il divismo (Francesca Bertini, Lyda Borelli, Pina Menichelli,Italia Almirante- Manzini furono le più celebrate) e - dall'altra il film realista ("Sperduti nel buio"). Gli americani ci diedero il western r le comiche finali. L’arte come oggi la si intende nei cine-club e nei Festival, nacque solo più tardi quando gli intellettuali francesi, i grandi viaggiatori come Blaise Cendrars, scoprirono Charlie Chaplin e avvertirono gli amici sedentari della scoperta. ln Italia le "comiche finali" :li Charlot erano assai meno apprezzate dal pubblico di quelle di Ridolini e di Fatty. Furono le cinematografie tedesca e sovietica infine a proporre il problema del film d’arte. L’una e l’altra non nacquero da esigenze industriali, da privati che volevano far quattrini alla svelta come l’italiana, la francese o l’americana, ma da uomini di Stato che avevano capito che il cinema era “l’arma più forte"(della propaganda). I tedeschi, umiliati dal Trattato di Versailles, volevano persuadere il prossimo che il popolo germanico non era quell’ammasso di bruti descritto per anni dalla stampa degli alleati, i sovietici lasciarono campo libero ad alcuni intellettuali non conformisti che dovevano spiegare al popolo la genesi e le lotte della rivoluzione.
Si trattava, al solito, di un equivoco tra alcuni artisti creatori e i Poteri che, per la legge intrinseca alla loro natura, sono illiberali e tirannici. Si trattò tuttavia di un equivoco utile, visto che per merito suo vennero alla luce del sole i Murnau, i Lang. i Dupont in Germania, gli Eisenstein, i Dovcenko, i Pudovchin in Russia. l’espressionismo tedesco malgrado il suo evidente nazionalismo era detestato da Hitler, che vi vedeva un clamoroso sintomo dell' "arte degenerata". Ancora adesso a Berlino vi mostrano il luogo dov`era il caffé preferito da Ernest Lubitsch, da Marlene Dietrich e da Fritz Lang. Una sera, d`improvviso, fu circondato dagli squadristi nazi che massacrarono tutti i presenti. Era il 1933:alcuni dei malcapitati, intuito il pericolo, cercarono scampo nei gabinetti, ma furono raggiunti ed uccisi. Quanto a Stalin, è noto che impedì ad Eisenstein, uno dei più grandi artisti della storia del cinematografo, di proseguire in pace un`attività che ci aveva dato capolavori come "L`incrociatore Potiomkin".
Ma cosa vuol dire spettacolo? Vuol dire a nostro modo di vedere, meraviglia e mistero. Le due cose possono essere separate, ma è meglio quando sono insieme. Una volta in piazza Navona, a Roma, si allagava tutto quanto e la gente assisteva a una battaglia navale. E questo era il regno della meraviglia. Poi c’è uno scrittore antico che racconta come certi rivieraschi di Puglia sentirono un grido, che aveva qualcosa di sovrumano, proveniente dal mare. Non ne seppero mai la provenienza. E questo è il Mistero. Prendete ad esempio, la " Maja desnuda “ film, quando il ministro dispotico entra d’improvviso nella villa della Duchessa d’Alba.
Vi ricorderete pure un altro film recente, "I Vichinghi". Tutto è spettacolo, gli irsuti guerrieri, le scogliere selvagge, gli eroi o la bella regina. Ma il Mistero è rappresentato da quel momento pieno di attesa, del film quando i vichinghi inseguono il prigioniero fuggito. Le svelte navi si intravedono appena nella caligine, i remi battono con un ritmo regolare il mare ceruleo,rompendo l’alto silenzio del fiordo.
Perché i romanzieri popolari dell’ ottocento francese hanno avuto più fortuna di Flaubert Perché la fama di Stendhal romanziere non fa che crescere? Perché la gente ha bisogno di favola, molto più che di realtà. Quando Flaubert dice “ Madame Bovary c’est moi! “ chiude fatalmente le porte all’evasione e al sogno: ma quando comincia “ Salambò “ con le fatali parole “ C’est a Mégara, faubourg de Carthage, dans les jardins d’Hamilcar “ spalanca le spalanca le chiuse del sogno. Questo ovviamente non è un giudizio di valore. Vuol essere solo una lancia spezzata in favore di un certo genere di "contenuti". un’ arringa a favore dell' evasione di Fabrizio del Dongo dalla prigione di Parma, dell’ episodio del carnefice di Lilla ne "I tre moschettieri", del pirata dalla gamba di legno nell’ avventurosa “Isola del Tesoro".
E nel cinema? Serberemo eterna riconoscenza a De Sica per la poesia di "Ladri di biciclette", ma andremo sempre a rivedere, sino alla nausea. "Ombre rosse". E il giorno che si decideranno a offrirci "Alexander Nevski" del grande Eisenstein, che abbiamo visto "en cachette" tanti anni fa, faremo porta davanti al cinema come quando eravamo ragazzi, sicuri di trovare, finalmente insieme, lo Spettacolo e il Mistero. E anche la poesia, che non fa mai male.


Tratto da La Fiera del Cinema, Giugno 1959

domenica 13 dicembre 2015

Abbassate i sottotitoli

OGGI
al Circolo di Cultura Cinematografica “ Yasujiro Ozu “

Henri Langlois il nume tutelare della cinefilia una volta ebbe a dire, a proposito delle programmazioni alla Cinémathèque Française, che se non si ha la possibilità di vedere un film nella sua edizione originale sottotitolata nella lingua del proprio paese, è meglio vederla con sottotitoli bulgari. E’ quanto accade nei nostri tempi, quelli del nostro/vostro Tubo. Questo a proposito di un capolavoro della cinematografia Bengali: Do bigna Zamin (1953), che sarebbe Due ettari di terra. Sul Tubo passa l’edizione originale, i sottotitoli dovete reperirli altrove. Solo che a volte succede che questi ultimi mal si sincronizzano con le immagini e i rispettivi dialoghi. Niente di tragico! Si ha l’occasione di vedere un’opera nella sua integrale bellezza, senza le distrazioni causate dal dover leggere quanto scorre a margine del fotogramma. E con Do bigna Zamin si va agilmente verso la fine percorrendo un tracciato di tragiche esistenze nell’India degli anni cinquanta, riprodotte a volte come se fosse un musical di Robert Wise. Il compagno Sadoul, a cui devo questa scoperta, ebbe a dire scrivendo del film di Bimal Roy: La storia che riproduce la vita di milioni di indiani, è raccontata con stile tradizionale, ma in modo vero e commovente, anche se vi sono inserite due o tre peripezie romanzesche.

giovedì 10 dicembre 2015

無 N I E N T E


Yasujirō Ozu (小津 安二郎 )
12 dicembre 1903 - 12 dicembre 1963


Ozu - san from gino on Vimeo.

mercoledì 9 dicembre 2015

Il falso errore di Iginio Largani


Questo è uno dei pochi contributi reperibili nella rete sull'arte di Iginio Lardani

Lardani’s Signature: Technical Mastery and Apparent Glitch in Eugenio Lardani’s titles for Sergio Leone’s The Good, the Bad, and the Ugly
 by Michael Betancourt
“These features distinguish Lardani’s credit from the rest of the sequence in a very dramatic way — unlike the other titles, which are immediately obvious as credits, it is possible to miss his credit entirely, a strange distinction to choose given his role and, according to his son, complete freedom in creating the design. It is almost as if his title card is hidden in plain sight.”
Eugenio (aka Iginio, “Gigi’) Lardani is known to have designed only a limited number of title sequences; of these, the titles he produced for the trilogy of “spaghetti westerns” written and directed by Sergio Leone — Fistful of Dollars (1964), For a Few Dollars More (1965), and The Good, the Bad, and the Ugly (1966) — are his best-known works, even though he is only credited in the last of these three sequences. The Good, the Bad, and the Ugly is his first on-screen credit for a title design; it is not, however, a stand-alone design, and while he is uncredited in the other films, the cast and credited production crews remain the same for the whole trilogy. The title designs for the first and last films are linked through the reuse of common elements, and the sequence grows in complexity, moving from graphic animation (Fistful of Dollars) to animated typography that has been “mapped” onto the landscape and moves like cloud shadows over an extreme long shot (For a Few Dollars More), until in The Good, the Bad, and the Ugly, the titles employ innovative live-action masks created by shooting with the high-contrast film stock (HiCon) essential to the compositing used in For a Few Dollars More and The Good, the Bad, and the Ugly. This last design is the first sequence where Lardani receives on-screen credit for his work, but his title card contains a surprising error specific to optical printing — newton rings (below); however, rather than being a technical mistake, this “glitch” may be an attempt to emphasize his authorial role as title designer.
The rest of the sequence has a number of differences from his title card: it is shorter in duration, running just under three seconds, while other titles are five+ seconds long; the text is in black rather than created by a white mask (see below image for comparison); it is not composed to use the “type hole” — that portion of the image typically left empty for typography — rendering it difficult to read his credit due to a lack of contrast between the type and the image behind it; the image chosen for this card has a distinctly comical character in a dramatic, even dour, montage of actors and Civil War imagery; it contains an error, when no other shot in the sequence has any apparent “error.” These features distinguish Lardani’s credit from the rest of the sequence in a very dramatic way — unlike the other titles, which are immediately obvious as credits, it is possible to miss his credit entirely, a strange distinction to choose given his role and, according to his son1, complete freedom in creating the design. It is almost as if his title card is hidden in plain sight.
The optical “error” in the card stating “TITLES | LARDANI” is especially striking because the sequence itself unfolds as a virtuosic execution of optical printing to create multiple, complex composites, a dramatic aesthetic and technical expansion over his earlier title sequences. The design for The Good, the Bad, and the Ugly contains three different kinds of material — animation, composited masks/text, and hold frames tinted with a colored filter — all created by precise, careful work on an optical printer. The technical glitch in Lardani’s own credit is the most obvious indicator of a conscious choice in the on-screen appearance of this card. To understand this distinction requires a recognition that the entire sequence is the product of elaborate optically printed effects that contribute to the finished design in several distinct stages: the static background shots are made from “holds” on live-action imagery from the film itself that have been optically printed with a film stock that would accentuate their grainy texture such as HiCon. In the final sequence, these posterized frames were rephotographed again with a colored filter to tint the shot, and composited with other HiCon masks made by filming a brush painting, smoke swirling, or sand being poured to create the distinctive (and dramatic) white transitions that resolve into the typography itself (below).
This “glitched” card is also the only comical image in a title sequence otherwise composed from serious, dramatic materials. Shots of the three leads with serious expressions and images evoking the US Civil War are hardly imagery capable of provoking laughter, yet Tuco (who is the “Ugly” from the film’s title) is a comic figure in the background image chosen for Lardani’s credit: he is firing a canon with fingers in his ears and eyes clenched shut, suggesting a denial of what he can see and hear. The choice of this picture for this specific title card is suggestive, inviting an allegorical interpretation. Tuco’s appearance here may be an allegorical stand-in for Lardani himself, the newton rings (error) an indication of what can happen when the designer doesn’t watch what he’s doing, thus acknowledging the precision and attention to detail required in compositing with an optical printer.
The comic metaphor of the inattentive designer is doubled by interpreting Tuco as a stand-in for Lardani, not just as a statement about how the title designer must pay attention to his craft or it will go wrong, but also specifically because this is Lardani’s own credit — the announcement that Lardani is figuratively and literally responsible for the mistake. He is thedesigner of these titles. This assertion of authority over the design comes during the period when title design was receiving a great deal of popular attention and special emphasis in films made by Hollywood.
The return to giving on-screen credit to title designers, starting with Saul Bass in 1954 (forCarmen Jones), happened in context with graphic designers such as Alvin Lustig and Paul Rand actually including their signature as an essential feature of their designs. In film, the appearance of the credited title designer had previously only been an occasional feature of Hollywood title sequences in the 1920s and 1930s (with designers such as Walter Anthony and Jack Jarmuth). Like the signature in graphic design, receiving on-screen credit as a “title designer” is a feature of how the important, serious Modern title designers such as Saul Bass, Maurice Binder, Robert Brownjohn, or Pablo Ferro identified their work as different from the (often uncredited) work of designers working in the studios, or at independent “optical” companies such as the Pacific Art and Title Company, better known as “Pacific Title.”
The allegorical interpretation of Lardani’s first on-screen credit therefore suggests that he seeks to join this elite group “with a bang” — a reading reinforced by the location of his credit at the base of the cannon, where the its fuse is located. Cannons reappear as animation throughout this design performing a very specific function. In the beginning of the sequence, the main title was introduced by firing a cannon three times at a tiny horseman crossing the screen, with the words “The Good,” followed by “The Bad,” and finally “And the Ugly” each replacing a tiny cowboy and his horse; the final credit, announcing “Directed by SERGIO LEONE,” follows a similar format of the cannon firing to make the words appear. The inclusion of the glitch (newton rings) in Lardani’s own title card then simply becomes a part of his signature, a demonstration of mastery over both the technical apparatus and the design process through his inclusion of what would otherwise be a basic technical mistake.

L'originale è qui:
http://brightlightsfilm.com/lardanis-signature-technical-mastery-and-apparent-glitch-in-eugenio-lardanis-titles-for-sergio-leones--good-bad-ugly/#.VmhIqNLhCt_


giovedì 3 dicembre 2015

Una lupara per Lardani

Questo lavoro su Iginio "Gigi" Lardani è diventato come se fosse una paleografia applicata alle immagini cinematografiche, non avendo a disposizione che pochi indizi, sempre gli stessi. Succede così anche con i titoli di questo film di Luigi Petrini del 1967


mercoledì 2 dicembre 2015

Setsuko Hara

Vari post addietro, senza nessuna coscienza, abbiamo definito L’idiota (1951) di Akira Kurosawa il più bel film della storia del cinema. Oggi ritorniamo a Kurosawa e a quel film per ricordare Setsuko Hara. Il cinema di Akira Kurosawa è essenzialmente un cinema di uomini, ciò non toglie che le due principali figure femminili uscite fuori dalle sue opere siano state interpretate da Setsuko Hara. La prima volta con Non rimpiango la mia giovinezza del 1946 e successivamente con L’idiota. Nel primo Setsuko Hara vi interpreta il ruolo di una giovane donna benestante che per rimanere fedele ai suoi ideali ed al suo innamorato, alla morte di questi, rinuncia a tutto e si confina nelle montagne per stare accanto ai genitori, coltivatori di riso, del suo amato. Il secondo ruolo è il più difficile per la carriera di un’attrice: portare il volto, con la sua forza devastante, del personaggio letterario, secondo solo ad Anna Karerina, della Nastas’ja Filippovna uscita dalla penna di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. E qui ci giungono utili le parole a proposito della bellezza  “ che può salvare il mondo “,sconfinanti nel volto di Setsuko Hara. Fin qui Kurosawa.

Setsuko Hara è citata molto più spesso per le sue collaborazioni con Yasujiro Ozu e Mikio Naruse e per brevità non continuiamo col lungo elenco dei registi. Il mondo femminile nel cinema è fatto di seni, cosce e … continuate voi il vostro elenco personale. Quelle che hanno la testa sulle spalle vengono ricordate meno. L’unico accostamento che possiamo fare con l’attrice giapponese  è Alida Valli, se non altro per essere andate davanti alla cinepresa nello stesso anno, badando a stare sempre lontane dai flash e dai cortili. Per trovare protagoniste di questo calibro bisogna risalire agli anni del muto e non vale nessun elenco di bravura per ricordarle, tutte belle, tutte brave, tutte immortali, dalle svedesi che presero parte ai film di Victor Sjostrom a Francesca Bertini, da Lilian e Dororthy Gish a Lil Dagover, da Louise Brooks a Pina Menichelli.
Tornando a Setsuko Hara la ricordiamo, per finire, ne Il ballo nella casa degli Anjo  (1947) di Kōzaburō Yoshimura: qui lei porta le fattezze di tutta la sua vita: fedele a chi le sta vicino, verginale fino alla morte.

qui di seguito un breve estratto da Il tempo del raccolto del grano (麦秋, Bakushū) del 1951 diretto da Yasujiro Ozu