lunedì 30 novembre 2015

Per sempre giovane, per sempre bella




SETSUKO HARA
1920 - 2015



Colei che è stata la più grande attrice del cinema mondiale è venuta a mancare il 5 settembre scorso, viene qui ricordata con questo, quanto mai a noi, pertinente omaggio, resole assieme ad un’altra icona del cinema giapponese Hideko Takamine.



domenica 29 novembre 2015

Nel mondo dei cinecircoli ( quand'ero un factotum)


                     LUIGI MITTIGA
             del Cinecircolo “U. Barbaro


Per incominciare, i lettori sicuramente vorranno avere delle notizie precise sul tuo cinecircolo puoi farne una breve storia?
ll Circolo di cultura cinematografica “Umberto Barbaro” è nato nel 1972 per iniziativa dell”ARCl che è un`associazione a carattere nazionale che opera in vari campi, dalla cultura, allo sport, al tempo libero. L`area in cui si è sempre collocato il Circolo, che aderisce pertanto alla Unione Circoli Cinematografici dell`ARCI, è quella della sinistra in genere; gli scopi che esso si prefigge sono, come dice lo Statuto, “la diffusione della cultura cinematografica, contribuire con tutte le sue possibilità allo sviluppo e alla diffusione dell'arte e della tecnica cinematografica."

Quali sono i programmi immediati e quale, in breve, il ciclo di proiezione relativo all”anno in corso?
Il nostro cinecircolo vorrebbe costituire una via di mezzo tra il cineclub, caratterizzato da opere di autori sconosciuti al grosso pubblico, e il cinema d`art e d'essai, la cui vera finalità non deve essere quella di proiettare opere, seppur degne, ormai consacrate dal successo commerciale, ma opere di grandi autori molte volte rifiutate dal mercato cinematografico. Sulla scorta di queste idee abbiamo preparato un programma vario ed interessante, costituito da ben 25 film di ottimo livello che, ad eccezione dell`ultimo (“Interiors” di Woody Allen) che sta a sè, come degna conclusione dell`intero ciclo, risultano divisi in cinque sezioni: due di esse sono dedicate a due registi veramente importanti come Sergio Citti e Louis Malle i cui films a Messina si sono visti sporadicamente; altre due sezioni sono dedicate a due generi tra i più antichi della storia del cinema: il western e l`horror; infine un ciclo di sci interessanti films di prima visione. Le proiezioni avvengono al Royal.

Quali sono, secondo te, i problemi che attanagliano il cinema in generale e quali, in particolare, quelli del cinema a Messina?

Per farla breve, io penso che il male più grosso di cui soffre oggi il cinema italiano sia da ascriversi principalmente alla mancanza di una nuova legge adatta ai tempi ed alla crisi che lo percorre, la quale non faccia però gli interessi di una piccola categoria, ma riguardi il cinema nel suo aspetto totale. È anche evidente la carenza di nuovi autori e di nuove idee, ma in modo particolare le strutture del cinema in questi anni sono state rose dal parassitismo che vi è circolato intorno. I circoli, in questa crisi, possono, anzi “debbono”, svolgere la funzione precipua di educare e sensibilizzare lo spettatore nei confronti di questa forma d`arte che, non dimentichiamolo, è anche spettacolo.

mensile Il Punto, ottobre 1979

giovedì 26 novembre 2015

Nel mondo dei cinecircoli 2

A cura di Nino Genovese 

                               PINO CORALLO
                      del Cineforum “Don Orione”
Per incominciare, i lettori sicuramente vorranno avere delle notizie precise sul tuo cinecircolo puoi farne una breve storia?
ll Cineforum Don Orione, che aderisce al CINIT e quest'anno ha aderito anche alle ACLI, opera a Messina da oltre 15 anni e sin dall`inizio il suo scopo principale è stato quello di considerare il fenomeno cinematografico come un mezzo di informazione e comunicazione sociale. ll cinema è stato perciò da noi considerato come mezzo di conoscenza e di interpretazione della realtà. Secondo questi principi sempre più ci siamo orientati a divenire un circolo di cultura non solo cinematografico, democratico, progressista ed aperto al dialogo con tutte le forze sociali e culturali democratiche.
Quali sono i programmi immediati e quale, in breve, il ciclo di proiezione relativo all”anno in corso?
ll circolo intende sempre più allargare il proprio ambito d`azione nel settore delle comunicazioni sociali: attualmente è in pieno sviluppo una radio privata ad esso collegata (RF 91 RADIOFORUM, 91,300 della F.M.); intendiamo inoltre dare sempre maggiore spazio di dibattiti, mostre di arti figurative, incontri dal vivo con registi ed uomini di cultura italiani e non. Il programma di questo anno, che si svolge, come sempre, al cinema Orione con decentramento presso il cinema Iris di Ganzirri, presenta un`ampia rassegna di film italiani e stranieri che da ottobre si protrarrà sino a marzo: i film avranno tematiche diverse, accomunati soltanto dal fatto di avere dei contenuti significativi e dei requisiti estetici. Cerchiamo in sostanza di creare un vero e proprio circuito di proiezioni alternativo a quello commerciale.
Quali sono, secondo te, i problemi che attanagliano il cinema in generale e quali, in particolare, quelli del cinema a Messina?
La crisi del cinema è assai complessa: scarsa qualità dei film, grossi costi, molti spettacoli alternativi al cinema, in talune zone la paura per ragioni di ordine pubblico di andare nei cinematografi la sera. l circoli cinematografici presentando films di buon livello e cercando di fornire agli spettatori delle “chiavi di lettura” del linguaggio cinematografico, possono dare un loro contributo alla soluzione della crisi.


mensile Il Punto, ottobre 1979

mercoledì 25 novembre 2015

Nel mondo dei cinecircoli

A cura di Nino Genovese

In un momento in cui i cinecircoli nella maggior parte delle città stanno attraversando un periodo di crisi più o meno profonda, a Messina, oltre a diversi circoli per così dire “minori” (che esplicano, tuttavia, una loro notevole funzione culturale) esistono tre grossi cinecircoli, davvero importanti, che continuano con molto amore e, a volte, con grande abnegazione, la loro battaglia a favore della diffusione e della conoscenza delle opere filmiche e del cinema in genere che, nella sua espressione più elevata, qual è quella presentata dai vari cinecircoli, assolve un`importante funzione artistica, sociale e culturale in senso lato, di cui, per l’appunto, l’uomo di cultura e il cittadino che voglia essere aggiornato ed “informato”, non possono assolutamente fare a meno.
È per questo che, nella convinzione di fare cosa gradita e, nel contempo, di rendere un servizio di indubbia utilità ai nostri lettori abbiamo intervistato tre rappresentanti di questi cinecircoli, (i quali, oltretutto, proprio nel mese di ottobre hanno iniziato le loro programmazioni) e precisamente (in ordine cronologico relativo all`anno di fondazione del loro circolo) Pino Corallo, Presidente del Cineforum “Orione” aderente al CINIT e alle ACLI, Luigi Mittiga, segretario e collaboratore infaticabile (“factotum”, secondo una sua definizione) del Circolo di cultura cinematografica “Umberto Barbaro” aderente all”Unione Circoli Cinematografici ARCI e Gino Mauro, “coordinatore” (come lui stesso si definisce)
del Cineforum “Lorenzo Milani” aderente al CINIT-

              GINO MAURO
      del Cineforum “L. Milani”

Per incominciare, i lettori sicuramente vorranno avere delle notizie precise sul tuo cinecircolo puoi farne una breve storia?
ll Cineforum “Lorenzo Milani” è nato a Messina nel 1977 per iniziativa di un gruppo gli operatori culturali
collocati nell'area cattolica ed aderisce al CINIT, organizzazione dei Cineforum di area cattolica, nata da una
scissione della FIC su posizioni moderate. Punto di forza dell'impegno degli operatori del “Milani” è il rapporto ed il confronto del messaggio cinematografico con il sociale. Per quanto riguarda la collocazione ci si muove in un`area pluralistica con precisa caratterizzazione di impegno partecipativo con tutte le componenti culturali che credono ad una ripresa delle attività c delle sperimentazioni creative nel nostro “hinterland”.

Quali sono i programmi immediati e quale, in breve, il ciclo di proiezione relativo all”anno in corso?
Il programma, appena iniziato, comprende un ciclo di 16 films di vario genere suddivisi in sei sezioni: 1) La
“sophisticaded comedy” americana; 2) Personale di Andrei Tarkovski; 3) Ovest: la fine di un mito; 4) Bogart: la dimensione eroica dell’uomn comune; 5) Momenti dei cinema italiano (con Mario Monicelli. Ettore Scola e Luigi Comencini); 6) Faye Dunaway, Diane Keaton, Jane Fonda: tre modi diversi di non essere diva. Degna di rilievo, mi sembra, in particolare, la presenza nel ciclo di quest`anno del regista russo Andrei Tarkovski, di cui verrà proiettato, oltre ad “Andrei Rublev”, la prima visione “Lo Specchio”.
Le proiezioni si svolgono presso il cinema Olimpia, ogni martedì e mercoledì (orario spettacoli: 15.30, 17.45, 20.00, 22.30) e la quota di abbonamento ai 16 spettacoli è di solo £. 3.000.

Quali sono, secondo te, i problemi che attanagliano il cinema in generale e quali, in particolare, quelli del cinema a Messina?
La cosiddetta crisi del cinema è a mio avviso, crisi d'identità. Si tratta di trovare soluzioni idonee che tengano conto delle esigenze di mercato senza sminuire l’attendibilità e l`impegno culturale. Su Messina la perdita di spettatori è da addebitarsi ad un assestamento della programmazione filmica, ma non è da sottovalutare neanche l'azione coinvolgente delle emittenti televisive locali. È certamente importante il ruolo dei circoli del cinema, come momento di sollecitazione e sensibilizzazione dell'impegno culturale, ma non dimentichiamo che il cinema è fatto principalmente popolare e che si deve tener conto anche delle esigenze spettacolari di un pubblico molto più vasto di quello dei “cinephilès”.

Questo articolo di Nino Genovese apparso sul mensile il Punto nell’ottobre del 1979 si è ora trasformato in un affettuoso omaggio a Gino Mauro recentemente scomparso. Per questo motivo si è voluto cambiare l’ordine degli intervistati, portando Gino Mauro in primo piano.

                                                                                                              continua ...

lunedì 23 novembre 2015

Aspettando il Western Spaghetti

Western Italiano

Perché non riusciamo a fare dei western italiani? Eppure abbiamo una miniera come il Risorgimento...“ scrive il lettore Carlo AnsoIdi di Torino “.

Non esistono neanche westerns, francesi o tedeschi o svedesi; la fortuna di quel genere dipende dal fascino dalla grande avventura umana che fu la formazione dell'America, in essa gli americani credono cosi i fortemente che sono riusciti a renderla popolare anche presso gli esquimesi che non hanno mai visto un cavallo. E' un'epopea dove c'è posto per tutti, buoni e cattivi, donne da saloon e pionieri, bari e sceriffi, indiani che scotennano e sacerdoti che benedicono. E' un mondo che vive a cavallo e quindi acquista grande attrattiva per noi, inesausti lucidatori di poltrone; è l’epopea del bandito, ma anche della locomotiva e del piroscafo fluviale. Vi sono i grandi spazi che hanno sempre affascinato gli uomini, vi sono divergenze sanate a colpi di pistola il che provoca nostalgia in generazioni come la nostra nutrita di carta da bollo. Il Western è libero perché può rappresentare un bandito come un eroe e un giudice come un cialtrone. Immagina lei che cosa accadrebbe se se si facessero film italiani sul Risorgimento con lo stesso concetto? Se risultasse che un furiere di Garibaldi rubava le gallina o che Francesco Il re della due Sicilie era un animo nobile? Protesterebbero i nipoti, i pronipoti, i vicini di casa dei bisnonni di ogni garibaldino e verrebbero presentate interpellanze alla Camera. Da noi ciò che non è ufficialmente messo al bando diventa sacro, gente che non ha alcuna proprietà al mondo rivendica come suo tutti i morti fino ad Adamo. A rigore, tenendosi in equilibrio tra i vari orgogli regionali, si potrebbe fare un film sul nostro Risorgimento ma non  affermare un genere o iniziano una serie, la gente il stancherebbe presto al veder sempre meravigliosi garibaldini che avanzano e tremuli borbonici che scappano. Senza contare che osteria paesana del 1860 è assai meno pittoresca d’un saloon del Nuovo Messico; una peccatrice campagnola delle Paglie non ha Ia calzamaglia nera delle ballerine del West: e soprattutto, da no, se un cavallo è un po' lungo ha il muso in un paese e Ia coda in un altro. Dove sono le grandi distanze? Dove sono i costumi? Col trombone e il cappello a pan di zucchero anche Gary Cooper farebbe ridere, e d'altra parte non abbiamo tra   i nostri Interpreti alcun Gary Cooper. Per tutte queste ragioni,  signor Ansoldi, non deplori la mancanza di film  Western  italiani, sarebbero brutti e in malafede, mentre il film d'avventure  americano è magari fatto male, ma sempre da gente che ci crede.

                                                                                                                                             Il Saladino

La Fiera del Cinema, ottobre 1959

domenica 22 novembre 2015

From stage to set

Top 20 : Best Acting Performance by a Musical Performer
By Film Comment

Mick Jagger Performance
1. Mick Jagger Performance, 1970
Charles Aznavour Shoot the Piano Player
2. Charles Aznavour Shoot the Piano Player, 1960
David Bowie The Man Who Fell to Earth
3. David Bowie The Man Who Fell to Earth, 1976
Deborah Harry Videodrome
4. Deborah Harry Videodrome, 1983
John Lurie Stranger Than Paradise
5. John Lurie Stranger Than Paradise, 1984
Dean Martin Some Came Running
6. Dean Martin Some Came Running, 1958
Faye Wong Chungking Express
7. Faye Wong Chungking Express, 1994
Dennis Wilson Two-Lane Blacktop
8. Dennis Wilson Two-Lane Blacktop, 1971
Jacques Dutronc Van Gogh
9. Jacques Dutronc Van Gogh, 1991
Frank Sinatra Some Came Running
10. Frank Sinatra Some Came Running, 1958
Tom Waits Down by Law
11. Tom Waits Down by Law, 1986
Burl Ives Wind Across the Everglades
12. Burl Ives Wind Across the Everglades, 1958
Björk Dancer in the Dark
13. Björk Dancer in the Dark, 2000
Frank Sinatra The Manchurian Candidate
14. Frank Sinatra The Manchurian Candidate, 1962
Art Garfunkel Bad Timing
15. Art Garfunkel Bad Timing, 1980
James Taylor Two-Lane Blacktop
16. James Taylor Two-Lane Blacktop, 1971
Dolly Parton 9 to 5
17. Dolly Parton 9 to 5, 1980
Maria Callas Medea
18. Maria Callas Medea, 1969
Doris Day Love Me or Leave Me
19. Doris Day Love Me or Leave Me, 1955
Sammy Davis Jr. Porgy and Bess
20. Sammy Davis Jr. Porgy and Bess, 1959
L'originale è qui:
http://www.filmcomment.com/article/film-comments-trivial-top-20-expanded-to-50-best-acting-performance-by-a-mu/


giovedì 19 novembre 2015

Libertà nel cinema

Il compositore nel cinema fa un servizio. Non scrive la musica per se stesso. Certamente non è libero e vi ho dimostrato come ritrova la sua libertà. Ma non è libero nemmeno il regista. Voi credete che il regista sia libero? Assolutamente. Il cinema non è libero. Quando parlavo del cinema sperimentale dicevo che questo è fatto di immagini astratte, non c`è nemmeno la faccia di un attore. E non è certamente quello che noi vediamo. Se noi parliamo del cinema quindi parliamo sempre del cinema condizionato dal pubblico, dal racconto, dalla storia, da tutte cose che entrano nel cinema e che non hanno nulla a che fare col cinema.

mercoledì 18 novembre 2015

Sperduti nel buio del fotogramma



Come tutte le cinematografie anche il cinema in Giappone ha guardato, dagli inizi, al mito, alla tradizione e alla letteratura del passato. A partire da Teinosuke Kinugasa fa di più, esplora il fondo tenebroso della mente. Con A page of madness (Kurutta ippeiji, 1926) e Crossroads  (Jūjirō, 1928), riportiamo i titoli in inglese perché più facile il loro reperimento, non è altro che uno sprofondare nelle zone nere del cervello ma anche della fotografia. La trama serve da base per poter sperimentare all’infinito con la grammatica del cinema. Il resto in Giappone lo facevano i Benshi (弁士) che, in sala,  durante la proiezione, conducevano gli spettatori alla visione dei film . Agli spettatori di oggi che li guardano senza didascalie, o se vi compaiono sono negli ideogrammi originali, è lasciata la libertà di immergersi a loro piacimento nel caos delle immagini carpendo un’esile canovaccio per collegare il tutto. Gli studenti di cinema,  per parte loro, scorgono delle influenze di volta in volta francesi, tedesche e russe. Secondo noi solo per il motivo di aver assistito prima ai capolavori venuti fuori da quei paesi. Questa tesi la si può rovesciare a favore del cinema  “ made in Japan “.

lunedì 16 novembre 2015

Da Vittorio De Sica a Tarzana





Nino Misiano attore e produttore messinese in Campane a martello del 1949 di Luigi Zampa


domenica 15 novembre 2015

Jean Prévost e Robert Brasillach scoprono il cinema 2

In Francia, paese cattolico alle frontiere con le nazioni protestanti, vige dal ”6oo, da quando il Re Sole fece abbattere i muri degli eremi di Port Royal, una sotterranea polemica che è la polemica giansenistica. I solitari pensatori di Port Royal volevano immettere nella coscienza cattolica la sottile angoscia della Grazia. Perché alcuni di noi saranno eletti nel cielo ed altri condannati alle tenebre eterne? Perché Dio, che sa tutto, ha deciso lui di scegliere nella paurosa lotta della salvazione? E come ammettere il velo di oscurità, la cortina fumogena, diremmo noi moderni, che l'autorità di Roma ha voluto porre, schivando le pagine di Sant”Agostino, su tale problema?
Spianate le tende dei nuovi profeti, la polemica, come s'è detto, è continuata sotterranea nella Francia moderna. Essa è arrivata alla luce del sole tutte le volte che il paese è stato squassato da una ideologia, da una passione, o dal piede dello straniero. Il problema s'è posto con Zola durante l'affare Dreyfus; con Jaurès e con Péguy al principio dell'altra guerra; s”è ripresentato con i nostri due morti nel corso della lotta civile che ha opposto sanguinosamente le due Francie negli anni del1°occupazione tedesca.
Il dovere s'è atteggiato, per chi era in buona fede, per chi si è buttato nella lotta col cuore, in due modi' diversi. Tanto Brasillach come Prévost hanno pagato con la vita la fede alla loro giovinezza; ma uno è morto alla luce del sole e l'altro negli incerti mattini che assistono alle esecuzioni.
Non è lecito ricercare nei due, oltre la polemica che non tocca uno straniero educato, il punto del loro avvicinarsi?

Questo punto è, ancora una volta, il cinematografo. Il cardinale di Retz, che era stato un protagonista della prima Fronda e che era quindi in grado di intendersene, ha lasciato scritto che << la più grande disgrazia delle guerre civili è che si è responsabili anche del male che non s'è fatto >>. Ricordiamoci che la pagina innocente nella cultura di questi due scrittori, come si dice con termine alla moda, << impegnati >> nelle passioni e nelle fazioni del loro tempo è stato il gusto delle sale oscure, dove esseri silenziosi, che non si
conoscono, che sono stati lì condotti dal caso, assistono con interesse, con noia e qualche volta con disgusto, ad azioni, fantasticherie, atteggiamenti di ombre che si muovono nel fondo, proiettate da un fascio di luce, sulla bianca tela dello schermo.
Questo fatto enorme che è stato il cinematografo per i moderni, s’è incontrato in due intelligenze, votate per tutto il resto alle differenze più complete, ma, in questo piacere, all’unisono. Per questo piacere le due esistenze hanno avuto un momento di abbandono e di quiete. Avvicinati dal gusto del cinema, Roberto e Giovanni hanno trovato momenti di calma, di tranquillità, di sogno, in anni che non promettevano nulla di buono. Forse anche una conferma e un incoraggiamento al loro egoismo. Forse Brasillach e Prévost hanno trovato la forza della penosa ultima ora nel ricordo degli incantevoli, innocenti film in cui una civiltà lontana, e per tanti lati ancor fanciullesca, rievocava le storie del passato prossimo. Con l’infallibile << Colt» impugnata dalla mano ferma, William Hart abbatteva, uno dopo l'altro, gli indiani o i banditi assalitori; Douglas, nelle vesti di Zorro, sfidava i più incredibili pericoli; più umanamente, con più profonda poesia, armato solo di una bombetta, di scarpe sformate, di un ridicolo bastoncino, Carletto Chaplin affrontava le miserie dell’esistenza e le delusioni d’amore. Nel buio, due giovani, ancora felici, che avevano successo nella vita, i cui libri erano apprezzati, la cui salute era buona, assistevano commossi a così innamoranti finzioni di vita. Mai avrebbero pensato che sopra di loro incombeva un nembo ben più tremendo, che il cinema, come le antiche arti, avrebbe conquistato le sue patenti di nobiltà insegnando le cose supreme.


Nelle paginette eleganti della «Nouvelle Revue Française >> e della << Revue Universelle >> Prévost e Brasillach stendevano, acutamente, amorosamente, sul cinema le loro intelligenti riflessioni critiche. Forse il cinema li ha premia ti insegnando loro', non solo a vivere, ma a morire.
                                                                                                                        1948

 Pietro Bianchi, Maestri del Cinema, 1972

giovedì 12 novembre 2015

Jean Prévost e Robert Brasillach scoprono il cinema

  ROBERTO E GIOVANNI

Fra i critici cinematografici francesi << fra le due guerre >>, due, che erano anche romanzieri e saggisti di larga fama, emersero per doti singolari, per una sorta di fiamma, di calore, di grazia che emanava dalle loro riflessioni. Per dir tutto, da quel dono che gli dei, che sovrintendono a queste cose, largiscono soltanto a pochissimi, il dono della personalità. I due critici si chiamavano Jean Prévost e Robert Brasillach.
 Ora, da un po' di tempo, il ricordo di questi due morti (perché di due morti si tratta) ci ossessiona. Erano, anno più anno meno, della nostra generazione. Sarebbero stati cioè, in questo anno '48, l”uno Prévost, alquanto sopra, l'altro Brasillach. appena sotto i quarant'anni, età nella quale chi può, chi se la sente, tira un primo bilancio; e, ciò che più conta, entrambi morirono di morte fulminea, non per repentina malattia o per disgrazia, ma travolti nella guerra civile. Jean Prévost, dei due il più anziano, è morto in una luce gloriosa, in un patetico alone di sacrificio e di speranza; con le armi alla mano, da protagonista della Resistenza, in un agguato teso dai nemici: Robert Brasillach è invece caduto sotto le pallottole dei gollisti, che lo condannarono a morte, per tradimento, pochi mesi dopo la cacciata dei tedeschi dalla Francia.
I due destini, come si è detto, ci angosciano. Quello che è successo a Prévost e a Brasillach poteva succedere a noi e ai nostri amici. E gli interessi culturali dell'uno e dell’altro ci erano tanto vicini, da aver l’impressione, leggendoli, di intendere la voce di un compagno di banco, di un collega di università o di redazione. Si intende che la fine di Brasillach, per quel moto del cuore per cui i peccatori puniti ci sono più vicini della gente meno avventurosa, ci è vicina con maggior urgenza di quella di Jean Prévost; eppure, per uno straniero disinteressato, forse per lo storico futuro, i binari del loro destino, cosi divergenti nella cronaca contemporanea, finiscono per unirsi. Per ciò che riguarda il cinematografo, la testimonianza di Prévost come quella di Brasillach è una testimonianza preziosa. Sono, nel primo dopoguerra, degli intellettuali che si avvicinano al cinematografo, non più per sfruttarlo o per un labile divertimento. ma per comprenderlo, amandolo. Per molti uomini di lettere, usciti, adolescenti o ragazzi, dalla vittoria del '19, il cinematografo fu davvero una scoperta vitale, una finestra spalancata su panorami e vie sconosciute, una magica possibilità offerta a un romantico desiderio di cose nuove, di nuove esperienze, di conturbanti scoperte. Questa testimonianza è affidata sia nell'uno che nell’altro scrittore a due delicati romanzi, in cui la parte autobiografica ha, come accade, un accento più puro e pagine rivelatrici. 
In << Diciottesimo anno >> Prévost ha fatto il racconto della sua giovinezza studiosa, del suo incontro con la politica attiva e con l’insegnamento di uno dei cervelli più lucidi, dei caratteri più fermi, delle coscienze più singolari di Francia, il filosofo Alain, Prévost vi racconta che, diciottenne, andò incontro, portando la bandiera rossa, alle << matraques ›› dei poliziotti. Con lo stesso animo, vent'anni più tardi affronterà le pallottole naziste. Ne << I sette colori >> Brasillach narra
(cronologicamente siamo a dieci anni di distanza dal romanzo di Prévost) il suo ritiro studioso nella Rue d’Ulm, ospite della Scuola normale superiore, la scoperta del cinema e della politica fascista. Una premessa morale, un'idea abbracciata in fretta da giovani, il gusto della cultura e del cinema, presiedono dunque << in nuce >› al destino dei due scrittori. Ora noi ci chiediamo non perché sono morti, ma perché non sono caduti nella stessa parte delle barricate (puramente figurate, questa volta) della guerra civile.
In Francia, paese cattolico alle frontiere con le nazioni protestanti, vige dal ”6oo, da quando il Re Sole fece abbattere i muri degli eremi di Port Royal, una sotterranea polemica che è la polemica giansenistica. I solitari pensatori di Port Royal volevano immettere nella coscienza cattolica la sottile angoscia della Grazia. Perché alcuni di noi saranno eletti nel cielo ed altri condannati alle tenebre eterne? Perché Dio, che sa tutto, ha deciso lui di scegliere nella paurosa lotta della salvazione? E come ammettere il velo di oscurità, la cortina fumogena, diremmo noi moderni, che l'autorità di Roma ha voluto porre, schivando le pagine di Sant”Agostino, su tale problema?
Spianate le tende dei nuovi profeti, la polemica, come s'è detto, è continuata sotterranea nella Francia moderna. Essa è arrivata alla luce del sole tutte le volte che il paese è stato squassato da una ideologia, da una passione, o dal piede dello straniero. Il problema s'è posto con Zola durante l'affare Dreyfus; con Jaurès e con Péguy al principio dell'altra guerra; s”è ripresentato con i nostri due morti nel corso della lotta civile che ha opposto sanguinosamente le due Francie negli anni del1°occupazione tedesca.
Il dovere s'è atteggiato, per chi era in buona fede, per chi si è buttato nella lotta col cuore, in due modi' diversi. Tanto Brasillach come Prévost hanno pagato con la vita la fede alla loro giovinezza; ma uno è morto alla luce del sole e l'altro negli incerti mattini che assistono alle esecuzioni.
Non è lecito ricercare nei due, oltre la polemica che non tocca uno straniero educato, il punto del loro avvicinarsi?
                                                                                                                                                                     continua
Pietro Bianchi, Maestri del cinema, 1972

mercoledì 11 novembre 2015

L' amaro Averno

OGGI

Il mito greco è sempre stato riplasmato ad uso e convenienza latina. Se ne impossessò dapprima la letteratura – non tutti sono Ste fano D’Arrigo – ed il cinema vi si adeguò da par suo. Sullo schermo i personaggi della mitologia greca sono stati rivisitati, corretti e adattati a soggetti per un pubblico vasto e senza pretese di correttezza. Non sono  sfuggiti a questo procedimento né Ercole e Deianira così come Teseo, Giocasta, la Sibilla e le Esperidi in questo Ercole al centro della terra di Mario Bava del 1961. La novità è nella commistione dei generi cinematografici di più facile presa sul pubblico: il peplum ed il macabro. Ancora nuovo è l’uso espansivo di effetti speciali e luci, e chi meglio di Mario Bava si poteva districare con gelatine, fantocci e modellini? Agli attori si chiedeva poco: prestanza fisica e qualche acrobazia, mentre a Cristopher Lee la solita perfidia di classe made in England.
Questi prodotti alla fine del loro viaggio nelle sale laiche finivano sgonfiati in 16 mm per la gioia del pubblico infantile delle sale parrocchiali, sottacendo i guadagni dei parroci come dei distributori di film a passo ridotto.



lunedì 9 novembre 2015

Iginio Lardani Express

Ci sono molti indizi per attribuire questo prossimamente per il film di Michele Lupo del 1976 ad Iginio Lardani come la  grafica e le animazioni
 

domenica 8 novembre 2015

La casa sulla collina


Sai, costruiremo la nostra casa
proprio in cima a una collina. 
Noi giapponesi abbiamo sempre avuto
l'abitudine di costruire le case... 
...in terreni bassi, o magari
nelle valli, tra le montagne... 
...o nei boschi,
sui bordi dei laghi.

Sì, è vero.

Ho visto dei quadri,
una volta, di paesi stranieri. 
E lì, le case
erano tutte in alto. 
Invece, da noi, le case
di solito le fanno in basso.
C'è una ragione per questo sai? 
In Giappone abbiamo
terremoti, i grandi tifoni. 
Le case di legno in luoghi alti
vengono facilmente distrutte... 
...da terremoti e tifoni. 
Quindi fecero le case in basso
perché fossero più al sicuro.

Però, vedi,
questa non è l'unica ragione.
Noi giapponesi amiamo di più
la luce morbida e diffusa...
...piuttosto che
quella violenta del sole.
Noi preferiamo l'ombra. 
E poi, a noi piace, sopra ogni
cosa, vivere in mezzo alla natura.
È per questo che non ci siamo
mai adattati alle case di pietra.

Sì, è giusto. Neanche a me
piacciono le case di pietra.
Sono troppo fredde per me.

Comunque non dobbiamo
dimenticare una cosa.
È vero che ci piacciono
le case di legno,... 
...ma per questa nostra
tradizionale preferenza... 
...rischiamo di restare gente debole.
senza profonde capacità di resistenza.
Gli stranieri
sono duri e aggressivi... 
...principalmente perché
da tempo vivono... 
...in grandi case
fatte di pietra e di cemento.
Ma adesso è venuto il momento
di costruire la nostra casa.
Noi dobbiamo pensare
al nostro futuro.
Al nostro
e a quello dei tuoi figli.
E a quello
dei tuoi nipoti e pronipoti.


Trovo che è giusto.

Dialogo tratto da Dodes'ka-den (1970) di Akira Kurosawa